DOMENICHE DOPO L'EPIFANIA
II Domenica dopo l'Epifania
18.1.2026
«Maria non parla molto in questo Vangelo. Ma ascolta profondamente. Si accorge che il vino è finito. Nessuno glielo dice. Maria ascolta ciò che non viene detto. Ascolta l'atmosfera. Ascolta la realtà. Questa è una forma alta di ascolto: non solo delle parole, ma della vita così com'è. Maria ci insegna che l'amore vero non aspetta l'emergenza, ma si accorge in anticipo di ciò che gradualmente manca. [...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 18 gennaio 2026)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2, 1-11)
«In quel tempo. Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora". Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela". Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua – chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora". Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.»
Omelia di Don Giovanni
Maria: l'ascolto che si accorge
Maria non parla molto
in questo Vangelo. Ma ascolta profondamente. Si accorge che il vino è
finito. Nessuno glielo dice. Maria ascolta ciò che non viene detto.
Ascolta l'atmosfera. Ascolta la realtà. Questa è una forma alta di ascolto: non
solo delle parole, ma della vita così com'è. Maria ci insegna che l'amore vero
non aspetta l'emergenza, ma si accorge in anticipo di ciò che gradualmente manca.
La nostra è una cultura distratta, non per cattiva volontà, ma per sovraccarico. Siamo esposti a mille stimoli, spesso contemporaneamente, e impariamo molto presto a saltare da una cosa all'altra senza abitare davvero nulla.
I ritmi frenetici ci educano alla velocità, non alla profondità. Le giornate sono piene, ma non sempre feconde. Facciamo molte cose, ma ascoltiamo poco ciò che ci sta accadendo dentro. Passiamo da un impegno all'altro, da una notifica all'altra, da una richiesta all'altra, con la sensazione di non poterci mai fermare davvero.
Maria, in un mondo tanto distratto insegnaci ad ascoltare davvero la nostra vita, la vita delle persone che amiamo, la vita di chi è affidato alle nostre cure, i nostri figli
"Non hanno vino"
Questa frase è breve, ma densissima. Maria non accusa, non spiega, non suggerisce soluzioni. Espone con chiarezza una mancanza. "Non hanno vino", forse è la preghiera più vera che possiamo fare. È il modo più onesto di stare davanti a Dio: riconoscere che qualcosa non scorre più, che la gioia non è finita del tutto, ma si è assottigliata.
Quante volte anche noi, nel modo di
vivere la nostra vocazione battesimale,
abbiamo perso la gioia del vangelo, la Messa diventa un'abitudine, la preghiera
un debito da saldare, invece che la gioia dell'incontro con Dio.
Anche nel matrimonio nella vocazione
ad essere sposi in Cristo quando resta l'impegno ma manca la
gioia; Le cose si fanno ancora. I ruoli sono rispettati.
Le responsabilità portate avanti. Ma manca il perché. Ci si alza al
mattino senza slancio, si adempie, si resiste. La fedeltà rimane, ma non scalda più il cuore. Aumentano le parole, diminuisce la verità. Si conversa, si
organizza, si commenta… ma non ci si racconta più. Quando manca la gioia, si perde il gusto di condividere ciò che si vive
davvero. Le relazioni restano corrette, ma non più vitali. Si evita ciò che
è profondo perché richiede ascolto e vulnerabilità.
E allora quando viene a mancare la gioia anche una vocazione può trasformarsi in mestiere. Succede lentamente. Quasi senza accorgersene.
La vocazione consacrata può diventare un mestiere e allora ciò che era risposta a una chiamata si trasforma in una funzione da svolgere. All'inizio c'è un fuoco. Poi ci sono i compiti, i doveri del ministero…E, se non si custodisce il cuore, i compiti prendono il posto del fuoco.
La vita Consacrata diventa un mestiere quando l'identità coincide con il ruolo: non sono più una persona chiamata da Dio, ma "quello che fa questo"; non una donna o un uomo in relazione con Dio, ma una funzione necessaria al sistema. Si va avanti per forza d'inerzia ma la preghiera non nutre più il cuore e la Parola resta distante
Gesù e l'ora che matura
Gesù sembra prendere distanza: "Non è ancora giunta la mia ora". Ma
Maria non discute. Si fida. Conosce il cuore di Suo figlio e si affida a Lui.
Il vero ascolto non forza Dio, ma gli crea spazio.
E per questo dice ai servi: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela".
Qui accade il miracolo più grande: qualcuno ascolta davvero. I servi riempiono le giare fino all'orlo. Obbediscono senza capire. E proprio lì, dove c'è disponibilità, la gioia rinasce.
Il vino migliore alla fine
Il segno di Cana ci dice una cosa decisiva: Dio non è contro la gioia, è contro la sua mancanza. Gesù non salva la festa con un vino qualunque, ma con il migliore.
La vocazione battesimale — per tutti, sposi, consacrati, religiosi e religiose — non è una vocazione alla resistenza, ma alla pienezza. Non a "tirare avanti", ma a lasciarci trasformare. Quando manca la gioia, non significa che abbiamo sbagliato tutto. Significa che è tempo di ascoltare più in profondità.
Don Giovanni Pauciullo

Maria, Madre di Dio, insegnaci ad ascoltare con profondità Dio, noi stessi e gli altri!
III Domenica dopo l'Epifania
FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE
25.1.2026
«Simeone è un uomo avanti negli anni. Di lui il Vangelo non dice che abbia fatto cose straordinarie. Dice solo una cosa, ma decisiva: aspettava. Aspettava la consolazione d'Israele. E questa attesa non lo ha reso amaro, né rassegnato. [...]Simeone non vede tutto chiaro, ma rimane fedele. [...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 25 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-33)
«In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: "Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio «una coppia di tortore o due giovani colombi", come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele". Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
Omelia di Don Giovanni
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna una scena silenziosa, quasi dimessa. C'è solo un bambino portato al tempio, due genitori che compiono ciò che la Legge chiede, e un uomo anziano che attende.
Simeone è un uomo avanti negli anni. Di lui il Vangelo non dice che abbia fatto cose straordinarie. Dice solo una cosa, ma decisiva: aspettava. Aspettava la consolazione d'Israele. E questa attesa non lo ha reso amaro, né rassegnato. Al contrario, lo ha reso capace di riconoscere il Signore quando finalmente arriva, in una forma che nessuno si sarebbe aspettato: un bambino fragile, bisognoso di essere preso in braccio.
Simeone non vede tutto chiaro, ma rimane fedele. La fede non è l'assenza di domande, ma la decisione di restare affidati a Dio anche quando le risposte non sono ancora compiute. La fede non è sapere in anticipo come Dio agirà, ma riconoscerlo quando passa, anche se non corrisponde alle nostre attese.
E quando finalmente lo Spirito lo conduce al tempio, Simeone prende il bambino tra le braccia. È il gesto di chi non trattiene più nulla per sé. È come se dicesse: "Ora posso morire, perché ho vissuto abbastanza per vedere che Dio è fedele". La sua non è una resa alla morte, ma una pacificazione con la vita. Quante volte, soprattutto con il passare degli anni, si rischia di guardare la vita come qualcosa che ha deluso, che non ha mantenuto le promesse. Simeone ci insegna un'altra strada: la vita non mantiene le nostre promesse, ma Dio mantiene le sue. E spesso lo fa in modo discreto, umile, persino sconcertante.
Simeone riconosce Gesù come luce, sta dicendo che in lui Dio non si aggiunge alla storia come un elemento estraneo, ma ne svela il senso profondo. Gesù non viene a coprire il buio, né a negarlo. Viene a renderlo leggibile. Per questo la luce di Cristo è inseparabile dal discernimento: «perché siano svelati i pensieri di molti cuori».
La luce non giudica ma smonta le illusioni su cui abbiamo costruito la nostra vita,
mostra dove stiamo davvero. Colpisce che Simeone veda questa luce in un bambino.
Non in un tempio rinnovato, non in un rabbino potente, ma in una vita appena
iniziata, esposta, vulnerabile. Teologicamente questo è decisivo:
la luce di Dio non coincide con la forza, ma con l'amore che si consegna.
È una luce che non abbaglia, ma chiede di avvicinarsi; non impone evidenza, ma
domanda accoglienza. Per questo molti possono rifiutarla: non perché sia
oscura, ma perché è bellezza umile.
Come Simeone, possiamo anche noi imparare a dire: "Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace". Non perché tutto è risolto, ma perché abbiamo visto che Dio è all'opera, qui e ora, nella fragilità della nostra storia.
Don Giovanni Pauciullo

Dio è sempre all'opera per te!
IV Domenica dopo l'Epifania
1.2.2026
«La barca è piccola. Non perché manchi lo spazio, ma perché basta poco che il mare sembri troppo grande. Gesù sale sulla barca e i discepoli con lui. C'è solo un attraversamento da compiere. E come spesso accade nella vita, il problema non è partire, ma restare quando il viaggio si complica. [...]la fede non è una zona protetta dagli urti della vita, ma il modo con cui si impara ad attraversarli.[...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 1 febbraio 2026)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 23-27)
«In quel tempo. Essendo il Signore Gesù salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti!". Ed egli disse loro: "Perché avete paura, gente di poca fede?". Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. Tutti, pieni di stupore, dicevano: "Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?".»
Omelia di Don Giovanni
La barca è piccola. Non perché manchi lo spazio, ma perché basta poco che il mare sembri troppo grande. Gesù sale sulla barca e i discepoli con lui. C'è solo un attraversamento da compiere. E come spesso accade nella vita, il problema non è partire, ma restare quando il viaggio si complica.
La tempesta non è una deviazione imprevista: è parte dell'itinerario. Le onde non arrivano perché i discepoli hanno sbagliato la rotta, ma perché stanno andando avanti. È una verità scomoda e liberante insieme: la fede non è una zona protetta dagli urti della vita, ma il modo con cui si impara ad attraversarli.
Nel momento più critico, Gesù dorme. Dorme mentre la barca si riempie d'acqua, mentre le forze non bastano, mentre tutto sembra pericoloso. Il suo sonno non è indifferenza. È il segno di una libertà profonda: quella di chi non lascia che la paura diventi la misura della realtà.
I discepoli, invece, sono svegli, lucidissimi, attenti a ogni onda e si trovano prigionieri del panico. Gridano: «Salvaci, siamo perduti!». È una preghiera istintiva, vera, ma ancora segnata dalla convinzione che la tempesta avrà l'ultima parola.
Ed è qui che il Vangelo prende una svolta decisiva. Gesù calma il mare, ma prima ancora smaschera l'equivoco più grande: «Perché avete paura, uomini di poca fede?». Non dice: "Perché dubitate?". Non rimprovera l'incredulità, ma la paura. Come se ci ricordasse che ciò che è più contrario alla fede non è il non credere, ma il lasciarsi paralizzare dal timore. La paura, infatti, deforma lo sguardo: ingigantisce i pericoli, rende le difficoltà insormontabili, fa apparire ogni fragilità come una condanna definitiva.
Nel contesto della Giornata nazionale per la vita, questa pagina evangelica ci interpella con forza. Perché spesso ciò che minaccia la vita non è un rifiuto esplicito, ma uno sguardo impaurito. La paura di non farcela, di non essere all'altezza, di perdere equilibrio, sicurezza, futuro. La paura che ci fa percepire la vita nascente come un rischio, la vita fragile come un peso, la vita che arriva imprevista come un errore.
La fede, invece, non nega le difficoltà, ma rifiuta di assolutizzarle. Non elimina la tempesta, ma impedisce che essa definisca il senso del viaggio. Custodire la vita, oggi, significa soprattutto questo: non lasciarsi immobilizzare dalla paura, non permettere che il calcolo dei rischi soffochi il coraggio di generare, accogliere, accompagnare, amare.
Alla fine, i discepoli restano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?». È lo stupore di chi scopre che la salvezza non consiste nell'avere mari sempre calmi, ma nel non essere soli dentro le tempeste. La barca può essere scossa, ma non è mai vuota.
E forse la fede, nel concreto della vita quotidiana, è proprio questo: imparare a distinguere tra ciò che fa rumore e ciò che è decisivo, tra la paura che paralizza e quella fiducia silenziosa che, come il sonno di Cristo, continua a credere che la vita — anche quando è fragile e scomoda — meriti sempre di essere attraversata, mai abbandonata.
Gesù non ci chiede di non incontrare tempeste, ma di non permettere che la paura diventi la lente con cui guardiamo la vita. Quando la paura prende il comando, tutto appare sproporzionato e ingestibile; quando la fede si risveglia, anche ciò che è fragile torna ad essere affidabile. Custodire la vita, oggi, significa soprattutto questo: non lasciarsi paralizzare dal timore, ma restare nella barca, certi che il mare non è mai più grande della promessa che lo attraversa.
Don Giovanni Pauciullo

Il contrario della fede non è l'incredulità, ma la paura!
V Domenica dopo l'Epifania
8.2.2026
«Nel brano dell'adultera, ciò che colpisce non è anzitutto il peccato della donna, ma il modo in cui Gesù guarda all'umano. Gli accusatori applicano la legge per condannare: il loro giudizio è formalmente corretto, ma riduce la persona al suo errore e le toglie il futuro. È un giudizio che chiude, che umilia, che spegne la speranza. Gesù, invece, non nega il peccato, ma rifiuta la logica della condanna. Non giustifica l'errore, salva la persona.[...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo dell'8 febbraio 2026)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 1-11)
«In quel tempo. Il Signore Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed ella rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".»
Omelia di Don Giovanni
Nel brano dell'adultera, ciò che colpisce non è anzitutto il peccato della donna, ma il modo in cui Gesù guarda all'umano. Gli accusatori applicano la legge per condannare: il loro giudizio è formalmente corretto, ma riduce la persona al suo errore e le toglie il futuro. È un giudizio che chiude, che umilia, che spegne la speranza. Gesù, invece, non nega il peccato, ma rifiuta la logica della condanna. Non giustifica l'errore, salva la persona. Non banalizza il male, ma spezza il circolo della violenza morale. Con una sola frase — "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra" — smaschera l'ipocrisia e restituisce dignità a un essere umano ferito. Qui emerge il cuore della pagina evangelica: la verità che libera senza umiliare. Gesù non dice alla donna: "Non hai sbagliato", ma neppure: "Sei il tuo errore". Le apre un futuro: "Va' e d'ora in poi non peccare più." Misericordia e responsabilità camminano insieme. La donna non viene umiliata, ma rimessa in piedi; non viene assolta superficialmente, ma richiamata alla sua libertà e alla sua dignità.
Questo brano parla di noi, oggi. Ci chiede di riconoscere quanto facilmente trasformiamo la fede in tribunale, la verità in un'arma, il giudizio in una condanna. Condannare, è mettersi al posto di Dio, chiudere l'altro in un'etichetta, togliere la possibilità di cambiare. Condannare non ci rende giusti ma c'imprigiona e ci allontana dagli altri rendendoli meno fratelli e sorelle, meno prossimo
Gesù scrive nella polvere per ricordarci che Dio non incide sentenze sulla pietra, ma lascia spazio alla conversione nel cuore dell'uomo. È un gesto che invita a rallentare, a sospendere l'impulso di condannare, a lasciare parlare la coscienza. Riconosco in questo silenzio pieno di rispetto di Gesù un invito a coltivare uno stile ponderato, discreto, soprattutto per noi che viviamo in un tempo segnato da giudizi rapidi, chiacchiericci superficiali, gogna mediatica, condanne sui social e nella vita quotidiana.
Vogliamo essere una comunità che lancia pietre o una comunità che apre strade di riscatto, processi di rigenerazione? Vogliamo diventare una comunità di fede capace di accompagnare o preferiamo condannare frettolosamente? Desideriamo generare vita Pasquale di Resurrezione e speranza o mietere morte? Una comunità cristiana non nasce dalla presunzione di essere migliore, ma dalla consapevolezza di essere un popolo di feriti in cammino. Il discernimento serve a far crescere le persone. La condanna serve solo a metterle a distanza. La bellezza di questo vangelo che ci viene consegnato in questa Domenica è una promessa: nessuna vita è definitivamente perduta quando incontra lo sguardo misericordioso dì Cristo.
Don Giovanni Pauciullo

"Va' e d'ora in poi non peccare più."
(Gv 8,11)
VI Domenica dopo l'Epifania
15.2.2026
«Il centro di questa pagina evangelica è la rivelazione del cuore di Dio. Un cuore che non si rassegna a perdere nemmeno uno dei suoi figli, che non ama secondo la logica del merito, che non misura la dignità delle persone in base ai loro fallimenti o alla loro obbedienza. [...]Siamo degni perché Dio ama. In una cultura che valuta le persone in base alla performance, al successo, all'efficienza, questa pagina proclama un'altra verità: il valore di una persona non si perde nemmeno quando tutto il resto è perduto.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 15 febbraio 2026)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15, 11-32)
«In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati". Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".»
Omelia di Don Giovanni
Il centro di questa pagina evangelica è la rivelazione
del cuore di Dio.
Un cuore che non si rassegna a perdere nemmeno uno dei suoi figli, che non ama
secondo la logica del merito, che non misura la dignità delle persone in base
ai loro fallimenti o alla loro obbedienza.
Un Padre che lascia liberi di andare
Il figlio minore chiede l'eredità come se il padre fosse già morto. È un gesto di rottura, di ingratitudine, di autonomia esasperata. Eppure il padre non trattiene, non punisce, non ricatta affettivamente. Lascia la libertà di andare. Questo atteggiamento del padre è teologicamente potentissimo: Dio non costringe mai l'amore. L'amore autentico accetta sempre il rischio della libertà, anche quando porta alla rovina. In un tempo come il nostro, che esalta l'indipendenza e l'autorealizzazione, questa scena del Vangelo ci rivela con forza che Dio non è un sorvegliante che controlla, ma un Padre che rispetta i nostri percorsi, anche quando si allontanano da Lui.
La fame che risveglia il cuore
Il ritorno del figlio non nasce subito dal pentimento, ma dalla fame. Tocca il fondo della propria fragilità, sperimenta la solitudine delle scelte senza amore, e solo allora rientra in sé. Qui il Vangelo ci dice qualcosa di profondamente umano: Dio usa anche i nostri fallimenti come strada per riportarci alla verità di noi stessi. La conversione non nasce sempre da una scelta chiara e lineare che ha già capito tutto della propria vita; spesso è il frutto di una crisi, di una ferita, di un limite che finalmente riconosciamo. L'importante è rientrare in noi stessi, scavare in profondità, guardarci dentro con verità, perché quello è il luogo dove la Grazia , la tenerezza e la misericordia di Dio ci vien incontro, ci chiama a vita nuova!
La corsa del Padre: il vero scandalo
Il momento centrale
della parabola è la corsa del padre verso il figlio che ritorna. Non lascia
finire il discorso che il figlio si era preparato, non lo umilia, non lo
sottopone a un periodo di prova. Accoglie con amore e tenerezza questo figlio
che torna dopo un fallimento grande. Lo ama senza umiliarlo! Lo abbraccia
prima che dimostri di essere cambiato. Questo è un punto sconvolgente di
questa pagina di vangelo, qui nasce uno stupore che va custodito dentro il
cammino della nostra fede: Dio non ama perché ne siamo degni. L'Amore di Dio
non lo si merita e non va conquistato
Siamo degni perché Dio ama. In una cultura che valuta le persone in base
alla performance, al successo, all'efficienza, questa pagina proclama un'altra
verità: il valore di una persona non si perde nemmeno quando tutto il resto è
perduto.
Don Giovanni Pauciullo

