EDITORIALE DELLA II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DEL PRECURSORE
II Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore
7.09.2025
LA PARABOLA DEI DUE FIGLI:
il coraggio del cambiamento
(Mt 21, 28-32)
Nella parabola dei due figli, che la liturgia Ambrosiana ci consegna in questa Seconda Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore, Gesù racconta di un padre che invita entrambi i suoi figli a lavorare nella vigna. Il primo risponde: «Non ne ho voglia», ma poi si pente e ci va. Il secondo dice subito: «Sì, signore», ma non si muove. È una scena semplice, quotidiana, che però custodisce una forza disarmante, capace di illuminare le pieghe più nascoste del cuore umano.
Questa parabola non è solo una lezione morale sul fare ciò che è giusto, sull'adempiere ai propri doveri. È un invito a un confronto sincero con la verità della nostra vita. Non importa solo quello che diciamo, ma ciò che effettivamente scegliamo di fare. La differenza non la fa l'apparenza, la postura di facciata, ma la disponibilità a lasciarsi cambiare, a convertirsi. Il primo figlio dice "no", ma poi cambia idea. Non è un eroe della fede, ma un uomo che si lascia toccare da una voce più profonda. Forse inizialmente era stanco, ribelle, indifferente. Ma in lui accade qualcosa. Un movimento interiore lo spinge a rivedere la sua posizione e ad agire. È il "no" che si trasforma in un "sì" silenzioso ma vero, fatto di passi concreti.
La trappola di compiacere gli altri
Il secondo figlio, invece, rappresenta quella parte di noi che vuole compiacere, che dice ciò che ci si aspetta, ma che resta ferma. È il volto di una religiosità formale, di facciata, dell'obbedienza solo apparente. Le sue parole sono giuste, ma il cuore è distante. Questo aspetto del vangelo ci permette di mettere a fuoco un atteggiamento su cui dovremmo vigilare nella nostra vita: la tentazione di compiacere gli altri. Si tratta di un tema profondo che tocca vari livelli dell'esperienza umana, è una dinamica che si manifesta spesso in modo sottile, ma che può condizionare profondamente le nostre scelte, relazioni e persino il nostro cammino interiore. Mi spiego meglio, da un lato, piacere a Dio è il fondamento di ogni spiritualità autentica: vivere secondo la Sua volontà, nel rispetto dell'amore e della verità. Dall'altro lato, il voler piacere agli altri può diventare un ostacolo al discernimento e alla libertà. Il bisogno di compiacere affonda spesso le radici nell'infanzia. Una persona può aver imparato, magari inconsapevolmente, che l'amore si ottiene facendo i "bravi", non deludendo nessuno, sopprimendo i propri bisogni per soddisfare quelli degli altri. Queste dinamiche generano un'identità fragile, dipendente dal giudizio esterno. La persona "che vuole piacere" vive in funzione dell'altro, perde il contatto con il proprio mondo interiore, e spesso reprime emozioni, desideri e verità personali per evitare il conflitto. Il Vangelo ci invita ad un cammino di guarigione, che implica il recupero del diritto di dire "no", la capacità di deludere senza sentirsi cattivi, e l'apprendimento di una sana assertività: dire la verità con rispetto, Avere il coraggio di dissentire con rispetto senza paura o timore di perdere la stima degli altri! L'autenticità è il frutto di un cammino di liberazione. Liberarsi dal bisogno di compiacere non significa diventare egoisti o insensibili, ma imparare ad amare in modo libero e vero. Cercare il bene, fare il bene, essere sinceri — anche quando questo comporta deludere qualcuno — è segno di maturità spirituale e umana.
La fede è un cammino che può sempre ricominciare e riprendere il passo
Questa parabola del Vangelo di Matteo parla a tutti, ma in modo particolare a chi si sente in ritardo, a chi ha sbagliato, a chi ha detto troppi "no" nella vita. Il Vangelo non condanna l'errore, ma l'indifferenza. Ciò che conta non è il passato che ci giudica, ma la direzione verso cui stiamo andando ora. La fede è un cammino che può sempre ricominciare, anche dopo il rifiuto, anche dopo il fallimento, anche dopo un tempo segnato dalla fragilità, dal dolore, dalla confusione del cuore.
Come ricordava il Cardinale Carlo Maria Martini: «Alzarsi, andare vuol dire accettare di essere sempre in ricerca, in ascolto dell'Altro, protesi verso l'incontro che ci sorprende e ci cambia…»
Ed è proprio questo che fa il primo figlio: si lascia sorprendere da un cambiamento interiore. Si alza, va, e nella sua obbedienza concreta scopre il senso della vera giustizia.
Chi sono io in questa parabola?
Forse non siamo né del tutto il primo figlio, né completamente il secondo. In ognuno di noi convivono promesse e ritardi, slanci e resistenze. Ma la domanda che Gesù ci lascia è scomoda e liberante al tempo stesso: "Chi ha compiuto la volontà del padre?".
È la domanda che ogni credente dovrebbe portare nella preghiera: non tanto "cosa dico di credere", ma "cosa scelgo di fare". Perché il Vangelo non si misura in parole, ma in conversione, in gesti sinceri che raccontano la direzione della mia libertà, in una vita che cambia direzione.
Il Regno di Dio è aperto ai pubblicani e alle prostitute, non perché siano modelli da imitare, ma perché si sono lasciati cambiare, hanno avuto il coraggio di rientrare in sé e tornare alla vigna, al lavoro, alla relazione con il Padre. Hanno trovato il coraggio di riscoprire la propria chiamata e dignità di Figli amati.
Cari Parrocchiani, la parabola dei due figli ci rivela un Dio che non si ferma al primo rifiuto, ma continua a sperare nel nostro "sì". È il Dio delle seconde possibilità, il Padre che guarda più in là delle nostre parole, che attende non la perfezione, ma il cuore disposto a lasciarsi raggiungere.
E forse oggi, proprio oggi, è il momento di rientrare nella vigna.
Don Giovanni Pauciullo

