EDITORIALE DELLA FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
Battesimo del Signore
11.1.2026
IL BATTESIMO DEL SIGNORE

Se leggiamo il racconto del battesimo di Gesù nel Vangelo di Matteo con un minimo di onestà storica, la prima reazione è lo sconcerto. Perché Gesù va da Giovanni? Perché si mette in fila con i peccatori? Perché accetta un rito di conversione se, non ha nulla di cui convertirsi? Matteo stesso sembra accorgersi che qui c'è un problema serio, tanto da mettere sulle labbra del Battista una protesta che suona quasi imbarazzata: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te».
Ecco, questa scena dice molto più di tante definizioni teologiche. Gesù non inaugura la sua missione con un gesto clamoroso, scintillante di onnipotenza. Entra nell'acqua insieme agli altri, gente provata dal peccato, imbruttita da una vita distante da Dio. Gesù Cristo si colloca dentro la storia, dentro un popolo, dentro una situazione concreta fatta di attese, paure, fallimenti. Se vogliamo dirla in modo semplice: Gesù comincia dal basso. E non per strategia comunicativa, ma per convinzione.
Il Vangelo insiste su un dettaglio che spesso scivola via: Gesù chiede a Giovanni di lasciar fare, perché "conviene adempiere ogni giustizia". Una frase enigmatica, ma molto concreta. La giustizia, qui, non è la perfezione morale; è la fedeltà a un cammino umile di condivisione iniziato con l'incarnazione: Dio è entrato nel tempo e nella storia, ha condiviso la nostra storia umana, percorso ferito, imperfetto, a tratti ingiusto. Gesù con la sua Santità non si tira fuori sdegnato dalla nostra povertà e dalle meschinità del nostro cuore umano; non si mette fuori dal mondo per redimerlo: ci entra fino in fondo. Si avvicina con il Suo Amore senza giudicare, camminando con quella folla di derelitti e disperati che ha trovato nella predicazione di Giovanni il Battista uno spiraglio di speranza.
Mi viene alla mente d'innanzi a questa scena evangelica, il grande scrittore cattolico Chesterton, in Ortodossia, usa un'immagine potentissima: Cristo non è venuto a spiegare il dolore umano, ma a condividerlo, avvicinandosi proprio là dove fa più male. Non guarda le ferite da lontano, non le analizza con distacco e circospezione: ci entra. Se teniamo questa intuizione sullo sfondo, la scena di Matteo 3 acquista una forza nuova. Gesù che cammina verso il Giordano non avanza tra eroi morali, ma in mezzo a una folla stanca, disillusa, carica di colpe reali o presunte. È una processione silenziosa di ferite aperte. E Gesù non le aggira, non le sorvola, non le giudica: le attraversa con Amore. Chesterton direbbe che qui accade il vero scandalo cristiano: Dio non ci incontra nel punto in cui siamo guariti, ma nel punto in cui sanguiniamo. Gesù si mette in fila perché è lì che si trovano le ferite dell'umanità, ed è solo stando così vicino da bagnarsi nella stessa acqua che può toccarle senza far male.
In fondo, il battesimo di Gesù racconta proprio questo: un Dio che non teme il contatto con un umanesimo ferito e che cerca speranza. Questa icona evangelica ci consegna il Mistero di un Dio che non si limita a "capire" il peccatore, ma gli cammina accanto, alla stessa altezza, condividendone il peso e il silenzio. Come se il Vangelo volesse dirci — con una chiarezza quasi imbarazzante — che le nostre ferite e le nostre fragilità, non sono un ostacolo all'incontro con Dio, ma il luogo preciso in cui Cristo ha deciso di farsi vicino. Cristo non ci salva tenendosi a distanza di sicurezza, ma avvicinandosi abbastanza da sentire il dolore. E da mostrarci, così, che nessuna ferita è troppo sporca o troppo profonda per essere abitata dall'Amore di Dio.
E solo dopo, quando esce dall'acqua, accade qualcosa. Il cielo si apre, lo Spirito scende, la voce proclama: «Questi è il Figlio mio». È interessante notare l'ordine: prima la solidarietà, poi la rivelazione. Prima l'immersione nella fragilità umana, poi la parola di Dio. Come se il Vangelo volesse dirci che Dio non parla dall'alto a chi si distingue, ma riconosce come Figlio chi accetta di stare dentro la condizione umana senza sconti.
Dio non si è affermato separandosi, e proprio per questo il cristianesimo non può sopravvivere come "religione della distanza". Il Mistero di Dio che questa pagina evangelica ci mostra è sconvolgente: Dio entra nell'acqua torbida del Giordano e rende fuori luogo ogni atteggiamento di fede costruito sulla superiorità morale. Se Dio non ha avuto paura di confondersi con i peccatori, allora il cristiano che si protegge dall'umanità reale sta semplicemente difendendo qualcosa che non è il Vangelo.
Stiamo attenti ad essere troppo preoccupati di non sporcare le mani, di apparire perfetti, impeccabili. Il cristianesimo, infatti, non ci chiede di essere impeccabili, domanda di essere presenti, veri a noi stessi e in ogni relazione, riconoscendo la nostra precarietà.
Quando la vita cristiana si riduce a una forma di perbenismo insopportabile, smette di assomigliare a Cristo: perché il Vangelo non nasce dalla distanza morale, ma dal coraggio di stare dentro l'umanità reale, quella ferita e imperfetta che Dio non ha mai avuto paura di abitare e di amare. È perbenismo chiamare "prudenza" la paura di compromettersi, amare le regole e i nostri schemi mentali più delle persone, purché tutto sia in ordine e nessuno disturbi la nostra idea di fede; tenere a distanza le vite complicate, evitare le domande scomode dei giovani. È perbenismo confondere la pace con il silenzio di chi non ha il coraggio di prendere una posizione e scambiare la comunione con l'uniformità. E alla fine, il segno più chiaro: un cristianesimo che non scandalizza nessuno perché non consola nessuno, che non salva perché non si sporca le mani, che resta in superficie per non rischiare di incontrare davvero l'Agnello che cammina ancora, ostinatamente, in mezzo alle ferite del mondo.
Cari Parrocchiani, la fede cristiana è scandalosa non perché proibisce, ma perché osa amare il mondo così com'è, senza idealizzarlo e senza disprezzarlo. E allora la lezione di questo Vangelo che la Liturgia oggi ci consegna è semplice e scomoda: se Dio si è avvicinato fino a condividere la nostra fragilità, noi non possiamo chiamarci suoi discepoli restando a distanza di sicurezza dalle fragilità proprie e altrui.
Penso che l'unico cristianesimo che convince è quello che osa stare dove Dio è già stato. Non un passo più in alto, non un passo più indietro. Proprio lì, in mezzo.
Don Giovanni Pauciullo
