EDITORIALI DELLE DOMENICHE DI QUARESIMA
I Domenica di Quaresima
22.2.2026
LA PAROLA CONTESA: LA TENTAZIONE DI GESÙ E LA LIBERTÀ DEL CREDENTE

Il tempo quaresimale si apre, nel nostro rito Ambrosiano, con una scena che non ha nulla di rassicurante. Non troviamo Gesù tra le folle, né nel gesto luminoso di un miracolo. Lo incontriamo nel deserto, solo, esposto, tentato. È un inizio spoglio, quasi disarmante. Eppure, è proprio qui che il Vangelo ci consegna una verità decisiva: la tentazione non è un incidente della vita cristiana, ma uno dei luoghi in cui la libertà prende forma.
Gesù non evita la tentazione. Il testo evangelico è chiaro: è lo Spirito stesso a condurlo nel deserto. Questo passaggio ci obbliga a superare una visione superficiale della tentazione, come se fosse soltanto una caduta morale o una debolezza individuale. La tentazione, nella prospettiva biblica, è prima di tutto una prova di verità. È il momento in cui emerge quale parola abita davvero il cuore: quella di Dio o quella di un'altra logica, più sottile e seducente.
Le tre tentazioni che Gesù affronta riguardano il rapporto con i bisogni, con il potere, con Dio stesso. Il tentatore non propone il male in modo esplicito. Propone scorciatoie. Suggerisce di usare il proprio potere per sé stessi, di cercare sicurezza invece che fiducia, di ottenere risultati senza attraversare la via esigente dell'obbedienza. È significativo che il confronto avvenga sul terreno della Parola. Gesù risponde sempre citando la Sacra Scrittura: "Sta scritto". Non oppone una propria opinione, né una dimostrazione di forza. Oppone la fedeltà a una parola ricevuta. La sua forza consiste nell'essere radicato in una relazione: quella con il Padre, custodita e alimentata dalla Parola.
Ma il dato più inquietante è un altro. Anche il tentatore cita la Scrittura. Non si presenta come un antagonista della Parola di Dio, ma come un suo interprete. Ne usa le parole, ma ne altera il senso. Le strappa dal contesto, le piega a una logica diversa, le trasforma in uno strumento di controllo invece che in un invito alla fiducia. È questa la forma più insidiosa della tentazione: non il rifiuto frontale della Parola di Dio, ma la sua perversione. Non l'opposizione diretta, ma l'uso strumentale. La Parola di Dio non viene negata, ma utilizzata.
Questo rischio non appartiene solo al racconto evangelico. Attraversa la storia della comunità credente e raggiunge anche il presente. Ogni volta che la Scrittura viene usata per giustificare sé stessi, per rafforzare le proprie posizioni, per evitare di mettersi in discussione, si consuma una forma di infedeltà. La Parola, invece di essere accolta come una voce che chiama alla conversione, viene ridotta a un oggetto disponibile, a una risorsa da impiegare secondo convenienza.
La tentazione più sottile, per un credente, non è ignorare la Parola di Dio, ma usarla senza lasciarsi trasformare. Gesù mostra una via diversa. Non usa la Parola, si lascia guidare dalla Parola. Non la domina. La abita. Non la piega. Le obbedisce.In questo senso, la sua vittoria sulla tentazione rivela la manifestazione di una libertà più profonda. La libertà di chi non ha bisogno di garantirsi da solo, perché si fida del Padre. La libertà di chi non cerca nella Parola di Dio una conferma di sé, ma una verità a cui consegnarsi. Il deserto diventa così il luogo di una chiarificazione. Non è solo il luogo della prova, ma il luogo della verità. La tentazione smaschera le illusioni, rivela le ambiguità, costringe a scegliere.
Il tempo quaresimale si apre con questa scena perché ogni credente è chiamato a riconoscere la posta in gioco: non semplicemente evitare il male, ma imparare a vivere di una parola che non controlliamo, ma che ci precede e ci guida.
La Sacra Scrittura non ci è data per rafforzare le nostre certezze, ma per convertirle. Non per proteggerci dal cambiamento, ma per renderlo possibile.
Sottomettersi alla Parola di Dio non è una rinuncia alla libertà, ma il suo compimento. Perché solo quando smettiamo di usare la Parola, la Parola può finalmente trasformarci.E questa trasformazione non è un miglioramento esteriore. È una trasfigurazione interiore. È il lento, paziente processo attraverso cui la nostra vita torna a somigliare all'immagine da cui proviene.
Per la nostra comunità Parrocchiale, che entra nel tempo quaresimale, questo Vangelo non è soltanto una memoria delle tentazioni di Gesù, ma una consegna. Non ci viene chiesto di assistere a una vittoria che non ci riguarda, ma di riconoscere una strada che si apre anche davanti a noi. Il deserto non è un luogo lontano. È il nostro presente, con le sue ambivalenze, le sue pressioni, le sue promesse immediate che spesso chiedono di rinunciare alla verità profonda di noi stessi.
Cari Parrocchiani, la Quaresima, allora, può diventare per la nostra comunità un tempo favorevole per ritrovare insieme il giusto rapporto con la Parola di Dio, non come un riferimento formale, ma come una sorgente viva che orienta il nostro modo di pensare, di scegliere e di vivere. In questo inizio, si possono riconoscere almeno tre atteggiamenti comunitari che meritano di essere custoditi.
Anzitutto, l'ascolto sincero. In un tempo saturo di parole, anche religiose, la comunità è chiamata a tornare a un ascolto che non seleziona ciò che conferma, ma accoglie anche ciò che inquieta e converte. Solo una comunità che ascolta senza difendersi può diventare uno spazio in cui la Parola di Dio continua a parlare.
Poi, il discernimento condiviso. La tentazione agisce spesso confondendo, mescolando verità e illusione. Per questo diventa essenziale, soprattutto oggi, imparare a leggere insieme i segni dei tempi, senza semplificazioni, senza cedere alla logica dell'efficienza o del consenso, ma cercando ciò che corrisponde davvero al Vangelo. Il discernimento non è un esercizio individuale, ma un atto ecclesiale.
Infine, la disponibilità a lasciarsi trasformare. La Parola di Dio non è data per essere semplicemente compresa, ma per essere vissuta. Questo implica, per ogni comunità, la disponibilità a rivedere abitudini, linguaggi, priorità, lasciando che sia il Vangelo a plasmare la forma della vita comune, e non il contrario.
All'inizio di questa Quaresima, la comunità cristiana riceve ancora una volta questa promessa esigente: la Parola che ci viene donata non è una parola che pesa, ma una parola che libera. Non ci chiede di diventare altro da ciò che siamo, ma di diventare pienamente ciò che siamo chiamati a essere. Il deserto non è l'ultima parola. È il passaggio necessario perché la nostra vita, personale e comunitaria, possa ritrovare la sua verità e la sua forma, alla luce della fedeltà di Dio.
Don Giovanni Pauciullo
II Domenica di Quaresima
Domenica della Samaritana
1.3.2026
LA SAMARITANA E L'INCONTRO CON CRISTO CHE CAMBIA TUTTO
Tutti ci portiamo nel cuore un desiderio profondo e umanamente incolmabile, il desiderio di essere amati. È proprio come la sete: non possiamo farne a meno. È un desiderio che non si colma mai fino in fondo, è una voragine, non ci sembra mai di essere amati abbastanza. E per questo ci sentiamo feriti, come se nessuno riuscisse mai a comprenderci in questo nostro desiderio così impellente e urgente. Da sempre, la sete è l'immagine più frequente per indicare il desiderio: ci possono mancare infatti tante cose, ma di alcune non possiamo fare a meno. Proprio come non possiamo fare a meno dell'acqua, così non possiamo rinunciare al nostro desiderio di essere voluti bene. E per questo ci mettiamo a cercare o aspettiamo e, a volte, cerchiamo anche nei luoghi sbagliati, chiediamo là dove non c'è l'acqua che cerchiamo. Il Signore invece ci conosce fino in fondo e ci viene incontro per rispondere a quella nostra sete d'amore che solo lui può colmare. Anche la donna Samaritana del Vangelo di Giovanni è una donna che desidera essere amata, ha sete, e forse ha cercato una risposta alle sorgenti sbagliate. Giovanni colloca l'incontro di questa donna con Gesù accanto a un pozzo, un luogo che nell'Antico Testamento è spesso associato ai matrimoni, dove ci si incontra o dove si combinano le nozze. È un incontro che avviene a un orario insolito, a mezzogiorno, quando, a causa del sole alto, si preferisce restare in casa o all'ombra. Eppure questa donna va a prendere stranamente l'acqua al pozzo proprio in quell'ora, sottoponendosi a una fatica durissima e rischiando di riportarsi a casa un'acqua già calda. Possiamo immaginare che se sceglie di andare al pozzo proprio a quell'ora è esattamente per non incontrare nessuno! Non vuole essere vista, perché probabilmente la gente conosce la sua storia, una storia fatta anche di errori, una storia che la gente, come sempre avviene, ha già giudicato e condannato.
Ma l'ora sesta, mezzogiorno, è anche l'ora in cui c'è più luce. Giovanni ci vuole dire forse che quell'incontro è un momento di luce, un momento di rivelazione: da una parte infatti Gesù si rivela, si fa conoscere, ma dall'altra parte Gesù fa luce nella vita di questa donna, fa emergere la sua storia. È una storia in cui ci sono cinque mariti più un altro uomo, che non è neppure un marito. Forse è l'immagine di quella ricerca di amore che non ha trovato risposta. Si tratta di sei uomini in tutto: il numero sei indica un'imperfezione e rimanda a un settimo, la completezza, manca infatti lo sposo vero, colui che è in grado di colmare quella sete d'amore. Questo incontro tra la donna samaritana e Gesù rischia di naufragare a causa dei rapporti difficili tra i popoli cui appartengono, occorre andare al di là degli schemi e dei pregiudizi. Per rendere possibile questo incontro, Gesù si mostra povero, indigente, bisognoso: chiede da bere, confessa la sua sete, chiede a questa donna di prendersi cura di lui. Quando infatti ci facciamo mostriamo potenti e capaci, è facile che gli altri si allontanino da noi. L'umiltà apre uno spazio in cui l'altro può entrare senza sentirsi minacciato. Gesù aiuta questa donna a far emergere la sua storia, non per giudicarla, ma per aiutarla a capire dove può trovare quello che cerca. Quando però questa donna si rende conto che Gesù sta toccando la sua storia, comincia a difendersi e lo fa attraverso dei pensieri che allontanano l'attenzione dalla sua vita: parla di luoghi della fede, di attese messianiche, di differenze cultuali. Sono quei modi eleganti e "cerebrali" con cui, talvolta anche nella nostra preghiera, cerchiamo di impedire alla Parola di Dio di toccare la nostra vita. Gesù oltrepassa queste resistenze e quando la donna samaritana parla di attesa del Messia, Gesù coglie l'occasione per rivelarle la cosa più importante: colui che aspetti sono io che ti parlo. Questa frase è effettivamente una meravigliosa dichiarazione d'amore: Gesù è colui che colma il nostro profondo desiderio di essere amati e vince, oltrepassa ogni nostra resistenza.
Carissimi Parrocchiani, il testo del Vangelo di Giovanni che la liturgia Ambrosiana ci propone in questa seconda Domenica di Quaresima, ci presenta effettivamente una donna che dopo tante ferite interiori si è sentita amata per davvero , al punto che corre via per annunciare la sua esperienza. Portare il Vangelo significa innanzitutto portare la propria esperienza di essere amati: questa donna si è sentita ascoltata, capita e perdonata. Giovanni aggiunge a questo punto un dettaglio delicato e significativo: la donna samaritana corre via lasciando la sua anfora ai piedi di Gesù. Quell'anfora, a ben guardare, rappresenta il suo passato, il peso che si sentiva costretta a portarsi sulle spalle a causa della sua storia. Ora può lasciare quel peso ai piedi di Gesù: è una donna riconciliata con la sua vita. Il suo desiderio ha trovato finalmente risposta. Alla luce di questa delicatissima pagina evangelica domandiamoci come stiamo cercando di trovare risposta al desiderio profondo di essere amati? Siamo pronti a lasciare la nostra anfora ai piedi di Gesù?
Don Giovanni Pauciullo

III Domenica di Quaresima
Domenica di Abramo
8.3.2026
LE OPERE DI ABRAMO
LA LIBERTÀ INTERIORE CHE NESSUNO PUÒ TOGLIERE

Una libertà che nasce dalla verità
Esiste una libertà che non si vede, ma è possibile riconoscere. Non fa rumore, non è appariscente, non si impone a tutti i costi. È la libertà di chi non deve più dimostrare nulla, perché ha trovato dove dimorare. Il Vangelo di questa terza Domenica di Quaresima Ambrosiana ci conduce dentro una tensione profonda. Gesù parla a persone che si considerano libere, eppure dentro di loro c'è una forma sottile di schiavitù, quella che si insinua subdola nel cuore quando si perde il contatto con la verità di se stessi e la Verità di Dio. «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
La libertà, per Gesù, non è un punto di partenza. È un approdo, in realtà è la meta a cui il Vangelo stesso vuole condurci nella nostra esistenza di credenti. Nasce da un rimanere, da un abitare, da un lasciarsi generare dalla verità. Per questo il Vangelo richiama la figura di Abramo, non solo come patriarca d'Israele, ma soprattutto come immagine dell'uomo che cammina lungo un percorso di autentica libertà. «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo». Non basta appartenere a una storia, non basta neppure un legame genetico. Occorre entrare nello stesso movimento interiore.
Abramo: la libertà di chi si fida
Abramo è libero perché non trattiene la sua vita come un possesso. La riceve come una promessa. La sua libertà comincia quando accetta di lasciare ciò che gli è familiare. Non perché disprezzi la sua terra, ma perché si fida di una voce che lo chiama oltre. In quel gesto, che dall'esterno potrebbe sembrare perdita, accade invece una nascita. Abramo non perde sé stesso. Diventa sé stesso. L'incontro vero con Dio ci conduce sempre a questo approdo stupendo.
Ogni libertà autentica passa attraverso questo passaggio. Non si tratta anzitutto di liberarsi da qualcosa, ma di consegnarsi a qualcuno. La libertà interiore non coincide con l'assenza di legami, ma con la scoperta del legame vero della Presenza di Dio che non imprigiona, perché fa vivere in pienezza.
La libertà interiore di Gesù
Gesù vive questa libertà in modo pieno e testimonia la bellezza di questa libertà interiore. In tutto il dialogo del Vangelo appare interiormente non trattenuto. Non è aggressivo e neppure si difende. Non cerca il consenso, ma non lo rifiuta. Non è guidato dal bisogno di essere riconosciuto, ma dalla fedeltà a ciò che ha visto presso il Padre. La sua parola nasce dalla relazione e dalla comunione con il Padre.
Questa è la sua libertà: appartenere alla relazione con il Padre. Qui c'è il segreto anche della nostra libertà interiore.
Le false libertà che imprigionano il cuore
Infatti c'è una schiavitù che nasce quando il cuore si disperde in molte appartenenze fragili. Quando il valore di sé dipende dallo sguardo degli altri, dal successo, dall'approvazione, dal bisogno di stare sempre al centro della situazione, dal timore di perdere ciò che si possiede. Allora anche le scelte più libere in apparenza portano dentro una forma di costrizione invisibile, che alla fine pesa come un macigno insopportabile.
Si può essere circondati da possibilità e restare interiormente bloccati. Si possono dire molte parole senza riuscire a dire la verità di sé. Si può "stare a galla" cercando di salvarsi, senza mai vivere davvero.
Il coraggio della verità
Gesù ci indica una via, che vogliamo accogliere da discepoli autentici. Propone un cammino di verità, che ci porta al coraggio di non presumere di essere qualcosa che non siamo davvero. Non presumere di essere già arrivati quando abbiamo invece bisogno di stare ancora in cammino, dietro a Lui, il Signore della nostra vita.
Il Vangelo ci chiede con umiltà di togliere le maschere che indossiamo, magari senza nemmeno più rendercene conto, tanto ci si sono attaccate addosso.
La libertà nasce quando smettiamo di difendere un'immagine e accettiamo di abitare la nostra realtà davanti a Dio. Quando non abbiamo più bisogno di nasconderci, né di giustificarci continuamente.
La Quaresima: un tempo per ritrovare la libertà
Per questo la Quaresima è un tempo favorevole. Si tratta di un invito a non aggiungere pesi ma a togliere ciò che appesantisce e ci rende meno autentici. Il Vangelo non vuole restringere la vita, ma desidera restituirla alla sua essenzialità e alla sua autenticità.
Molte delle nostre inquietudini nascono da immagini di Dio che non liberano. Ma il Dio che Gesù rivela non imprigiona. Genera e non umilia. Rialza e non trattiene nel passato, apre sempre a un futuro carico di libertà.
Solo quando il volto di Dio diventa affidabile, anche il cuore umano trova riposo. E nel riposo scopre la libertà.
Una libertà che nessuno può togliere
La libertà interiore non allontana dalla realtà. Permette di abitarla senza esserne posseduti. Abramo ha camminato senza sapere dove sarebbe arrivato. Gesù ha attraversato il rifiuto senza smarrire la comunione con il Padre. Entrambi mostrano che la libertà consiste nel sapere a chi affidarsi.
Cari Parrocchiani, questa è la libertà che nessuno può togliere. Non perché sia fragile, ma perché non dipende dalle circostanze. Vive in uno spazio più profondo, dove l'uomo non è più definito da ciò che accade, ma da ciò che accoglie.
Le opere di Abramo continuano ogni volta che qualcuno accetta di fidarsi. Ogni volta che si lascia una paura per seguire una promessa. Ogni volta che si sceglie la verità invece della difesa. La libertà, allora, non è più un ideale lontano. Diventa una forma concreta di esistenza: silenziosa, ma reale. Fragile, ma invincibile.
Il discernimento: esercizio concreto della libertà
Ma questa libertà non rimane un sentimento indistinto. Chiede di diventare un esercizio. Chiede di prendere forma nelle scelte. È qui che il discernimento si rivela non come un'aggiunta secondaria, ma come uno degli atti più concreti della libertà interiore. Discernere significa non lasciarsi semplicemente trascinare da ciò che si prova, ma fermarsi abbastanza a lungo da riconoscere ciò che accade dentro di sé. Non per reprimere, ma per illuminare. Non per negare il movimento del cuore, ma per comprenderne la direzione.
Il discernimento è un atto di responsabilità. L'intelletto offre una luce, ma la volontà rimane libera. Ed è proprio in questo spazio che la persona diventa veramente adulta: quando sceglie consapevolmente a quale voce affidarsi. Discernere non significa scoprire un destino già scritto, ma abitare la relazione con Dio come figli liberi. Dio non si impone, ma chiama. E ogni volta che l'uomo sceglie nella verità, la sua libertà si rafforza.
Così la libertà interiore diventa un cammino concreto. Si costruisce nel tempo, scelta dopo scelta. E proprio nell'esercizio quotidiano del discernimento, l'uomo scopre che la libertà non è semplicemente qualcosa che possiede, ma qualcosa che diventa.
Don Giovanni Pauciullo
