Il ministero come cordata

Rimanere uniti a Cristo e al popolo di Dio

Rimanere uniti a Cristo e al popolo di Dio

Ci sono pagine che si leggono e poi si dimenticano. Altre, invece, hanno la capacità di fermarsi dentro di noi, perché intercettano una domanda che già abitava il cuore. Non offrono semplicemente delle risposte: aiutano a ritrovare il centro. È ciò che mi è accaduto leggendo alcune pagine di Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno e Presidente della Commissione Episcopale per il Clero e la Vita Consacrata, contenute nel volume Passioni del prete e tentazioni del vescovo. Ho sentito il desiderio di condividere queste riflessioni sul mio blog non come una recensione, ma come un piccolo contributo tra confratelli, nello stile di un ministero vissuto in cordata. Credo infatti che nella vita sacerdotale abbiamo bisogno anche di questo: condividere ciò che ci aiuta a custodire la vocazione ricevuta. Il ministero non si vive come un'impresa individuale, né il cammino di un prete può essere pensato come una strada percorsa da soli. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, delle parole dei fratelli, della sapienza della Chiesa, delle testimonianze che ci aiutano a ritornare all'essenziale. Tra le molte intuizioni offerte da Sigismondi, una mi ha particolarmente colpito: il sacerdozio vive dentro una tensione che non deve essere eliminata, perché appartiene alla sua stessa natura. È la tensione tra la grandezza del dono ricevuto e la fragilità della persona chiamata a custodirlo.

Scrive Sigismondi: «Per comunicarsi agli uomini, Dio ha voluto aver bisogno dei sacerdoti, di testimoni nei quali lo Spirito Santo scolpisce l'immagine di Cristo, sommo ed eterno sacerdote. Ma non garantisce la loro fedeltà e non impedisce che possano cadere o cedere. Il Signore ha messo il suo amore in rapporto con la libertà dell'uomo, accettando il rischio di venir rifiutato». Queste parole contengono un mistero che accompagna tutta la storia della Chiesa: Dio sceglie strumenti fragili per rendere presente il suo amore. Non perché ignori la debolezza dell'uomo, ma perché la sua misericordia non annulla la libertà. Dio non si impone; si consegna.

Questa scelta divina appare, per usare le parole di Sigismondi, tanto sorprendente quanto «imprudente». Sorprendente per l'uomo, perché ogni sacerdote è un «vaso di creta» colmato da un tesoro che lo supera (2Cor 4,7). Imprudente, secondo la logica umana, perché Dio affida a una creatura fragile la missione di rendere presente sacramentalmente Cristo stesso. Benedetto XVI ricordava con grande equilibrio questa verità: «La grande tradizione ecclesiale giustamente ha svincolato l'efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote (...), ma questa giusta precisazione dottrinale non toglie nulla alla necessaria, anzi responsabile, tensione verso la perfezione morale che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale». La Chiesa sa che la grazia sacramentale non dipende dalla santità personale del ministro, ma nello stesso tempo non permette al sacerdote di separare mai il dono ricevuto dalla responsabilità della propria vita. Il sacerdote rimane un uomo chiamato continuamente alla conversione, perché il dono affidato possa risplendere attraverso la sua umanità.

Due legami che custodiscono il ministero

Nella riflessione di Sigismondi ho trovato particolarmente significativa l'indicazione di due legami costitutivi dell'identità sacerdotale: il legame con Cristo e il legame con il popolo di Dio. Sono due dimensioni inseparabili. Quando una delle due viene trascurata, anche l'altra inevitabilmente si indebolisce. Il primo legame è quello con Gesù Cristo. Il sacerdote non nasce anzitutto da un progetto personale, da una scelta di servizio o da una particolare sensibilità umana. Nasce da una chiamata e rimane sacerdote nella misura in cui continua a rimanere unito a Colui che lo ha chiamato.

Ogni volta che il sacerdote si allontana da Cristo, ogni volta che la relazione personale con Lui diventa marginale, anche il ministero rischia lentamente di svuotarsi. Si può continuare a fare molte cose, mantenere impegni, organizzare attività, incontrare persone, ma senza una sorgente interiore il servizio perde progressivamente il suo respiro . Papa Francesco ha spesso richiamato questa esigenza: il sacerdote deve custodire la propria amicizia con Cristo, perché solo da questa relazione nasce una vera fecondità pastorale. Come le lampade della parabola evangelica hanno bisogno dell'olio per illuminare, così anche il ministero sacerdotale ha bisogno della presenza del Signore per non trasformarsi in semplice attivismo. Il secondo legame è quello con il popolo di Dio. Questo legame protegge il sacerdote da una duplice tentazione: quella dell'isolamento e quella della chiusura in ambienti autoreferenziali. Un sacerdote non appartiene a se stesso. È posto dentro una storia concreta, dentro una comunità, dentro un popolo che Dio gli affida. Per questo il presbitero non può vivere lontano dalle persone, dai volti, dalle domande e dalle fatiche degli uomini e delle donne del suo tempo. La sua identità non si comprende fuori dalla relazione. Scrive Papa Francesco: «Un ministro coraggioso è sempre in uscita. Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che introduce nel cuore del popolo. Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile di evangelizzazione che ha contrassegnato tutta la sua esistenza». Il sacerdote è chiamato ad abitare il cuore del popolo, non a osservarlo da lontano. La distanza può proteggere, ma non genera comunione. La vicinanza, invece, espone alla fatica delle relazioni, ma è il luogo nel quale il Vangelo prende carne.

Servi premurosi del popolo di Dio

Il legame con Cristo e quello con il popolo conducono a comprendere meglio anche la natura del servizio sacerdotale. I ministri ordinati, pur nella consapevolezza della propria fragilità, ricevono la grazia di stare coram Deo, davanti a Dio.

"Sono uomini scelti dal Signore con un particolare affetto di predilezione, non per essere separati dagli altri, ma per servire il sacerdozio comune dei fedeli, insieme ai quali formano l'unico popolo sacerdotale". La grandezza del ministero non coincide con una posizione di prestigio, ma con una disponibilità radicale al dono di sé. Per questo Sigismondi richiama la categoria evangelica dei «servi inutili». Non nel senso di persone prive di valore o di utilità, ma nel senso più profondo di coloro che non cercano il proprio interesse, che non fanno del ministero un luogo di affermazione personale.

"Il servo inutile è colui che si lascia consumare dal servizio, come un fiammifero che, consumandosi, compie la propria funzione." La sua gioia non nasce dall'essere riconosciuto, ma dall'aver contribuito, anche nel nascondimento, alla crescita del Regno di Dio. Essere sacerdote significa allora diventare servi umili, desiderosi di servire e non di essere serviti; uomini disponibili a fare della propria vita un'opera di misericordia.

Ma il servizio sacerdotale, proprio perché riguarda persone e relazioni, richiede anche prudenza e discernimento. Una delle intuizioni più significative di Sigismondi riguarda l'espressione liturgica «servi premurosi del popolo di Dio». Per comprenderne il significato profondo, non basta fermarsi al sostantivo servo: occorre considerare anche l'aggettivo che lo accompagna.

La premura non è semplicemente disponibilità operativa. Non coincide con il fare molte cose o con l'essere sempre occupati. È anzitutto una qualità del cuore: è il modo con cui il sacerdote guarda Dio, la Chiesa e le persone affidate alla sua cura.

"È premuroso il servo che ha a cuore la salvezza delle anime e orienta a questo scopo la propria azione pastorale. È colui che desidera che l'olio dello Spirito Santo raggiunga ogni parte della veste della Chiesa, senza lasciare nessuno ai margini".

È premuroso il servo che possiede la parresia, quella libertà evangelica che gli permette di stare davanti a Dio con fiducia e di intercedere per il suo popolo, come Mosè. È il sacerdote capace di pregare per le persone affidategli e, nello stesso tempo, capace di inginocchiarsi davanti ai fratelli per lavare loro i piedi. La vera autorità spirituale nasce infatti dall'umiltà e non dalla ricerca di riconoscimento.

È premuroso il servo che vede nel ministero non la realizzazione di sé, ma il compimento della volontà di Dio. Egli trova la propria forza nel sapersi spogliare di sé, perché sa che il centro non è la sua persona, ma Cristo che opera attraverso di lui.

È premuroso il servo dal cuore grande, dalla mente aperta e dallo sguardo sereno. Non è un pastore di retroguardia, chiuso nella difesa di ciò che già conosce, ma una guida capace di precedere il cammino, non imponendosi, ma attirando attraverso la testimonianza silenziosa della propria vita.

Un pastore non convince soltanto con le parole. Prima ancora, convince attraverso la forma della sua presenza. "È premuroso il servo che possiede la pazienza del camminare insieme, l'umiltà di riconoscere i propri errori, la disponibilità all'obbedienza e anche quel senso dell'umorismo che impedisce alle piccole cose di diventare problemi insormontabili".

Forse anche questo è un segno di libertà interiore: non permettere che ogni difficoltà occupi tutto lo spazio del cuore. Chi sa affidarsi a Dio riesce anche a relativizzare ciò che non è essenziale. È premuroso il servo che conserva una sana diffidenza verso il proprio giudizio. Sa sostenere il confronto delle idee senza impazienza, la discussione senza amarezza, la correzione senza asprezza e le inevitabili tensioni senza trasformarle in ferite permanenti.

La fraternità sacerdotale non nasce dall'assenza di differenze, ma dalla capacità di vivere le differenze dentro una comunione più grande.

"È premuroso il servo che, anche quando deve affrontare gli aspetti più difficili del proprio ministero, sa guidare con equilibrio, esercita il discernimento e affronta le avversità senza lasciarsi dominare dalla fretta di giudicare o dalla tentazione di risolvere ogni problema con risposte immediate".

Il ministero richiede tempo. Le persone hanno bisogno di essere accompagnate, non semplicemente corrette; comprese, non soltanto orientate. È premuroso il servo dal cuore semplice e libero, che si affida alla fedeltà di Dio, il quale sostiene la storia anche dentro il suo intreccio misterioso di bene e di male.

Questa fiducia libera il sacerdote dalla pretesa di controllare tutto. Il pastore semina, accompagna, custodisce; ma sa che la crescita appartiene anzitutto a Dio. È premuroso il servo che coltiva relazioni autentiche, senza secondi fini, e sa riversare la grazia della fraternità sacramentale nella paternità spirituale. Una paternità che non possiede, ma genera; che non trattiene, ma accompagna alla libertà.

"È premuroso il servo la cui preparazione culturale gli permette di dialogare con tutti e la cui fedeltà alla verità custodita dal Magistero della Chiesa lo spinge a ricercare continuamente l'armonia tra la sapienza pastorale e l'intelligenza della fede". Il sacerdote è chiamato ad abitare il proprio tempo senza paura, con una mente capace di ascoltare le domande degli uomini e un cuore saldo nella fede ricevuta. È premuroso il servo la cui autorevolezza nasce dalla vigilanza su se stesso: dalla lotta contro l'inerzia, lo scoraggiamento, lo scetticismo e la ricerca della via più facile. Un'autorevolezza diversa dal potere, perché nasce dalla coerenza della vita. Papa Francesco ricorda infine una qualità particolarmente importante del pastore:

«Capace di ascoltare le illusioni senza lasciarsi sedurre, di toccare la disintegrazione altrui senza lasciarsi disintegrare nella propria identità». Sono parole che descrivono una maturità spirituale necessaria per chi accompagna gli altri. Il sacerdote è chiamato ad avvicinarsi alle ferite delle persone senza paura, ma anche senza perdere il proprio centro. Deve saper entrare nelle fragilità degli altri senza lasciarsi travolgere, rimanendo ancorato a Cristo.

La fraternità sacerdotale come cordata

Rileggendo queste pagine mi sono chiesto quale sia, oggi, uno dei grandi bisogni del ministero sacerdotale. Credo sia quello di riscoprire che nessun prete può vivere la propria vocazione da solo. La solitudine può diventare una delle grandi fatiche del ministero. Non soltanto la solitudine esterna, dovuta agli impegni o alle responsabilità, ma soprattutto quella interiore di chi pensa di dover portare tutto da sé. Eppure il Vangelo non ci ha mai consegnato un ministero individuale. Gesù ha chiamato i Dodici perché stessero con Lui e perché li mandasse ad annunciare il Regno. Prima ancora della missione viene la comunione. Forse l'immagine della cordata può aiutarci a comprendere qualcosa della fraternità sacerdotale.

In montagna la corda non serve quando il sentiero è facile e pianeggiante. Serve quando il terreno diventa più impegnativo, quando aumenta il rischio, quando il cammino richiede maggiore attenzione. La cordata non elimina la fatica e non rende il percorso meno esigente. Ma impedisce che la caduta di uno diventi la fine del cammino.

Se uno scivola, gli altri lo sostengono. Se uno perde il passo, gli altri rallentano. Se uno attraversa un momento di difficoltà, la presenza dei fratelli diventa una forza che permette di riprendere il cammino.

Forse anche il presbiterio dovrebbe essere questo: non semplicemente un insieme di sacerdoti che svolgono un servizio nello stesso territorio, ma una fraternità nella quale ciascuno custodisce il cammino dell'altro. Gli scandali, le ferite, le fragilità e le fatiche che talvolta attraversano la vita sacerdotale possono generare disillusione e distanza. Ma proprio perché siamo tutti «vasi di creta», abbiamo bisogno di una fraternità più vera, non di una maggiore solitudine.

La fragilità non si supera isolandosi. Si attraversa lasciandosi accompagnare.

Alla fine, forse, la fedeltà sacerdotale non consiste nel non conoscere mai la fatica, il dubbio o la propria povertà. Consiste nel continuare a rimanere legati a Cristo e ai fratelli, lasciando che sia la grazia di Dio a sostenere ciò che noi da soli non potremmo portare.

Un sacerdote non cammina da solo. Cammina dentro una storia più grande della sua, dentro un popolo che gli è affidato, dentro una fraternità che lo precede e lo accompagna. Questa è la bellezza e anche la responsabilità del ministero: essere chiamati a salire insieme.

Perché la meta non è raggiunta da chi arriva prima degli altri, ma da coloro che hanno saputo custodirsi reciprocamente lungo il cammino.

Don Giovanni Pauciullo