
Chi ha perso lo stupore non sa costruire la pace
Abbiamo conquistato lo spazio ma smarrito il tempo

C'è un gesto semplice che l'uomo contemporaneo sembra aver dimenticato: fermarsi. Non fermarsi perché è esausto e non ha più energie. Non fermarsi perché il corpo presenta il conto di una vita vissuta troppo velocemente. Fermarsi perché riconosce che la realtà è più grande della sua capacità di produrre, organizzare e controllare. Viviamo in un tempo nel quale ogni spazio vuoto sembra dover essere immediatamente riempito. Un momento di attesa diventa occasione per guardare il telefono. Un silenzio viene subito interrotto da una voce, una musica, una notizia. Come se la quiete fosse diventata qualcosa da cui difendersi. Il racconto della creazione si conclude in modo inatteso. Quando tutto sembra ormai compiuto, la Bibbia non aggiunge una nuova opera, ma introduce un tempo diverso. «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 2,3). È una pagina di straordinaria delicatezza: la creazione non raggiunge la sua pienezza quando il mondo è finalmente costruito, ma quando qualcuno può sostare davanti ad esso riconoscendolo come dono. Prima ancora che un invito al riposo, il sabato è l'invito a un modo nuovo di abitare la realtà. Non viene benedetto uno spazio, ma un tempo. È un'intuizione che attraversa tutta la rivelazione biblica: l'uomo ritrova se stesso non soltanto nei luoghi che costruisce, ma nel tempo che sa riconoscere come abitato da Dio. Da questa lettura del testo biblico parte la considerazione e l'approfondimento del pensiero di Abraham Joshua Heshel sul tempo, si tratta di uno dei più grandi pensatori religiosi del Novecento. Nato a Varsavia nel 1907 in una famiglia ebraica profondamente legata alla tradizione spirituale, Heschel attraversò la tragedia del suo secolo. Conobbe la persecuzione nazista, vide distrutta la comunità dalla quale proveniva, perse molti familiari nella Shoah. Ma quella sofferenza non lo rese un uomo prigioniero del rancore.
Al contrario, la sua riflessione continuò a cercare una strada per restituire all'uomo la capacità di stupirsi davanti alla vita. Per Heschel uno dei drammi più profondi della modernità è che l'uomo ha imparato a dominare lo spazio, ma ha dimenticato il valore del tempo. Abbiamo costruito città, strumenti, tecnologie, sistemi sempre più complessi. Abbiamo imparato a trasformare il mondo. Ma forse abbiamo smarrito la capacità di abitarlo. Per questo Heschel definisce il sabato ebraico, lo shabbat «un palazzo nel tempo». È un'immagine straordinaria. L'uomo costruisce continuamente luoghi nei quali vivere, ma il sabato gli ricorda che esiste un luogo invisibile nel quale ritrovare se stesso: il tempo abitato dalla presenza di Dio. Il settimo giorno non è semplicemente un'interruzione del lavoro. È una liberazione. Perché ricorda all'uomo una verità fondamentale: io non sono soltanto ciò che faccio, costruisco o produco. Il valore del sabato biblico porta con sé una indicazione universale: l'uomo e il suo valore non coincide con la propria efficienza. La mia dignità non dipende soltanto dai risultati che riesco a raggiungere. Prima ancora di essere un lavoratore, un professionista, una persona riconosciuta dagli altri, sono una creatura amata dal Mistero di Dio. Ed è proprio su questo fronte che il pensiero di Heschel incontra il tema della pace. Molte delle nostre inquietudini nascono dal fatto che viviamo come se tutto dipendesse da noi. Come se dovessimo continuamente dimostrare il nostro valore. Come se fermarci significasse perdere terreno. Ma un uomo che non sa più fermarsi rischia lentamente di perdere anche la capacità di riconoscere ciò che conta davvero. La fretta non è soltanto un problema organizzativo. È una condizione interiore. Un cuore continuamente agitato fatica a vedere, non riesce più a ringraziare, ascoltare e persino ad amare. Forse Heschel direbbe agli uomini e alle donne contemporanee di questa nostra società post moderna che abbiamo bisogno di recuperare un tempo nel quale smettere di consumare la realtà e tornare ad accoglierla.
Forse Heschel, osservando la nostra società, non rimarrebbe colpito anzitutto dalla velocità con cui viviamo, ma dalla difficoltà che abbiamo a sostare. Raramente siamo davvero dove ci troviamo. Mentre lavoriamo pensiamo a ciò che ci aspetta dopo; quando finalmente abbiamo un momento libero, sentiamo quasi il bisogno di riempirlo. Anche il silenzio, per molti, è diventato qualcosa da interrompere il più in fretta possibile. Disponiamo di strumenti che ci permettono di essere continuamente in contatto con gli altri, eppure questo non sempre si traduce in una maggiore capacità di incontrarli davvero. Le informazioni aumentano senza sosta, ma non è scontato che cresca anche la sapienza, cioè quello sguardo capace di riconoscere il significato delle cose. Possiamo raggiungere quasi ogni luogo, ma questo non garantisce che sappiamo abitare il luogo in cui siamo. È in questo contesto che il sabato biblico rivela tutta la sua attualità. Non appare anzitutto come una norma religiosa, ma come un'educazione dello sguardo. Un giorno sottratto alla logica dell'utilità, nel quale la domanda non è più: «Che cosa devo ancora fare?», ma: «Che cosa sto vivendo?». Heschel insiste su questo punto: il sabato restituisce all'uomo il tempo. Lo libera, almeno per un giorno, dalla tentazione di identificarsi completamente con ciò che produce, con i risultati che ottiene, con il ruolo che ricopre. Gli ricorda che la sua esistenza possiede un valore che precede ogni prestazione. In questa prospettiva acquistano un significato nuovo anche le parole di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Mc 2,27). Gesù non riduce il sabato a un insieme di prescrizioni da osservare; ne custodisce il significato originario. Il riposo non è un premio per chi ha lavorato abbastanza, né un'interruzione concessa alla fatica. È il tempo nel quale l'uomo può tornare a riconoscere che la sua vita non coincide con ciò che riesce a realizzare. Forse la pace comincia proprio da questa esperienza. Non dal fare di meno, ma dal ritrovare un modo diverso di abitare il tempo. Perché quando ogni istante deve essere riempito, utilizzato o reso produttivo, anche il cuore finisce per perdere il respiro. Il sabato interrompe questa spirale e ricorda che esiste una forma di fecondità che nasce semplicemente dal sostare davanti alla realtà con gratitudine e disponibilità. È una lezione di cui il nostro tempo continua ad avere bisogno: imparare che non tutto ciò che conta può essere prodotto e che alcune delle esperienze più decisive della vita possono soltanto essere accolte. Perché un uomo che ha perso lo stupore difficilmente riuscirà a costruire pace. Ma un uomo capace ancora di meravigliarsi davanti alla vita ha già iniziato, nel segreto del cuore, a riconciliarsi con il mondo. Da qui comincia la pace!
Don Giovanni Pauciullo
