La forza di non bastare a stessi
«Senza di me non potete fare nulla»
(Gv 15,5)

Sono parole che abbiamo ascoltato tante volte. Forse così tante da non sentirne più lo scandalo. Eppure Gesù non dice: senza di me non potete fare grandi cose. Non dice neppure: farete più fatica. Dice qualcosa di infinitamente più radicale: «senza di me non potete fare nulla". È un'affermazione che urta il nostro modo spontaneo di pensare. Siamo educati a credere che tutto dipenda dalle nostre capacità, dalla preparazione, dalla volontà, dall'impegno. Anche nella vita spirituale rischiamo di ragionare così: pregare di più, impegnarsi di più, organizzarsi meglio, essere più generosi. E invece Gesù sposta completamente il centro. Il cristianesimo non è anzitutto ciò che l'uomo riesce a fare per Dio, ma ciò che Dio può fare nell'uomo che gli apre il cuore. Questa verità, però, difficilmente entra nella nostra vita solo attraverso un ragionamento. Deve diventare esperienza. Ed è per questo che il Signore, senza volerci il male, permette che attraversiamo fallimenti, umiliazioni, prove, momenti nei quali sperimentiamo la nostra impotenza. Non perché si compiaccia delle nostre cadute, ma perché desidera liberarci dall'illusione più pericolosa: quella di poter portare frutto contando soltanto sulle nostre forze. È significativo che quasi tutti i santi raccontino di essere passati attraverso questa scuola. Santa Teresa di Gesù Bambino arrivò a dire che la grazia più grande ricevuta dal Signore era stata quella di averle mostrato la propria piccolezza e la propria impotenza. Parole sorprendenti in una cultura che ci invita continuamente a dimostrare quanto siamo capaci. Ma Dio non costruisce sulle nostre illusioni. Costruisce sulla verità. La conoscenza della nostra fragilità non è il punto d'arrivo della vita spirituale; è il terreno sul quale la grazia può finalmente mettere radici. Finché confidiamo soprattutto in noi stessi, Dio rimane quasi alla porta della nostra vita. Quando invece riconosciamo sinceramente di non bastare a noi stessi, allora può iniziare la sua opera. Per questo il problema fondamentale della vita spirituale non è: che cosa devo fare? La domanda decisiva è un'altra: come posso lasciare che Cristo operi in me? Come permettere al suo amore di agire liberamente nella mia esistenza? Spesso immaginiamo la santità come una lunga lista di cose da fare. Ma il Vangelo suggerisce un movimento diverso. Prima ancora dell'agire viene l'accogliere. Prima dell'impegno viene la comunione. Prima dello sforzo viene l'abbandono. Il frutto non nasce dall'agitazione del tralcio. Nasce dalla sua unione con la vite.
È allora naturale chiedersi quali siano le disposizioni del cuore che permettono alla grazia di operare più liberamente. Non esiste una ricetta uguale per tutti. Ogni cammino spirituale è unico. Esiste però una condizione che tutti i grandi maestri della vita interiore hanno riconosciuto come essenziale: la pace del cuore. Jacques Philippe utilizza un'immagine semplice quanto luminosa. " Immaginiamo un lago illuminato dal sole. Se la sua superficie è calma, il sole vi si riflette quasi perfettamente. Quanto più l'acqua è immobile, tanto più nitida appare la luce. Se invece il lago è agitato dal vento, l'immagine si spezza e si deforma. Qualcosa di simile accade nella nostra anima. Dio è sempre presente, come il sole continua a splendere nel cielo. Ma quanto più il nostro cuore è agitato dall'ansia, dalla paura, dall'impazienza o dal bisogno di controllare tutto, tanto più facciamo fatica a lasciar passare la sua luce. La grazia non cessa di agire, ma trova un terreno continuamente sconvolto. Quando invece il cuore ritrova la calma, l'abbandono fiducioso e la pace, allora la presenza di Dio può riflettersi con maggiore limpidezza nella nostra vita. Il bene che compiamo non nasce semplicemente da noi. È il riflesso del Bene che è Dio. Quanto più la nostra anima si lascia abitare dalla sua pace, tanto più quel Bene passa attraverso di noi e raggiunge gli altri". C'è un quaderno che attraversa uno dei luoghi più bui del Novecento. Non è un documento politico, né un manifesto di denuncia. È il diario di una giovane donna ebrea di ventinove anni. Mentre l'Europa si abitua all'orrore, lei viene rinchiusa nel campo di Westerbork, anticamera di Auschwitz. Attorno a lei ci sono baracche sovraffollate, convogli che partono senza ritorno, madri che cercano di rassicurare i figli senza più riuscire a credere alle proprie parole. Tutto sembra gridare che il male è più forte dell'uomo. Eppure, sfogliando quelle pagine, ci si imbatte in una frase che ha la forza disarmante del Vangelo: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio.» È difficile immaginare parole più scandalose. Come può parlare di una sorgente quando tutto intorno è deserto? Come può custodire Dio nel cuore mentre il mondo sembra averlo smarrito? Eppure è proprio questa la scoperta decisiva della vita spirituale: esiste nell'uomo un luogo che nessuna violenza può profanare, uno spazio interiore che il male può assediare ma non conquistare. La pace cristiana non consiste nell'avere il paradiso intorno, ma nel custodire il Paradiso dentro. Non è l'assenza delle tempeste, ma la presenza di Dio nel cuore dell'uomo. Per questo i santi non sono persone alle quali la vita ha risparmiato l'inferno; sono uomini e donne che hanno imparato a non permettere all'inferno di entrare nel luogo più sacro della loro interiorità, dove continua a sgorgare, silenziosa e incrollabile, la sorgente di Dio. «Senza di me non potete fare nulla» significa anche questo: quando la vita è un deserto, la sorgente non nasce da noi. Se Etty ha potuto custodire una pace così disarmante non è perché fosse psicologicamente più forte degli altri, ma perché, pur senza usare il linguaggio della teologia sistematica, aveva imparato a rimanere unita alla Sorgente. La pace non era il frutto del suo carattere; era il riflesso di una Presenza. Non è un caso che la Scrittura presenti continuamente Dio come il Dio della pace. Pensiamo al profeta Elia sul monte Oreb. Dio non si manifesta nell'uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nella brezza leggera (cfr. 1Re 19,11-13). Così agisce spesso anche nella nostra vita.
Noi vorremmo che intervenisse con forza, cambiando immediatamente le situazioni. Lui, invece, opera silenziosamente, trasformando anzitutto il cuore. Il problema è che noi ci agitiamo. Ci inquietiamo. Ci affanniamo nel tentativo di risolvere tutto con le nostre mani, quasi che il Regno di Dio dipendesse esclusivamente dalla nostra efficienza. Eppure molte volte la cosa più feconda che possiamo fare è fermarci sotto lo sguardo di Dio, ritrovare la pace e lasciare che sia Lui ad agire con una sapienza infinitamente superiore alla nostra. Lo aveva già intuito il profeta Isaia: "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto» (Is 30,15). Queste parole sembrano scritte per il nostro tempo. Viviamo nell'epoca della velocità, dell'efficienza, dell'urgenza continua. Ma Dio continua a dirci che la forza autentica nasce da un cuore riconciliato e pacificato. Anche san Vincenzo de' Paoli esprime questa verità con parole straordinarie: "Il bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi, e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui. "Naturalmente questo non significa cedere alla passività o alla pigrizia. L'abbandono cristiano non è rinunciare ad agire. È rinunciare ad agire mossi dalla paura. È lavorare, servire, decidere, affrontare le responsabilità, ma lasciando che sia lo Spirito Santo a dettare il ritmo del cuore. La differenza è sottile, ma decisiva.
Si può fare moltissimo vivendo nell'inquietudine, oppure fare le stesse cose abitati da una pace profonda. Esteriormente cambia poco. Interiormente cambia tutto. Forse è proprio questa una delle testimonianze più urgenti che i cristiani sono chiamati a offrire al mondo contemporaneo. Viviamo, infatti, in una società dove quasi tutti sono stanchi, agitati, ansiosi, continuamente in affanno. L'uomo contemporaneo, osserva Massimo Recalcati, sembra incapace di abitare il vuoto. Corre continuamente da un'esperienza all'altra, quasi che il movimento potesse salvarlo dall'inquietudine. Ma il problema non è la mancanza di attività; è la mancanza di un luogo interiore dove poter finalmente riposare. Il Vangelo chiama questo luogo "dimorare" in Cristo.
Don Giovanni Pauciullo

