La libertà che ci consuma

04.09.2026

Byung-Chul Han e la nuova schiavitù dell'uomo ovvero la cultura della prestazione

C'è una frase che un uomo contemporaneo potrebbe pronunciare senza quasi accorgersi della contraddizione che contiene: «Sono libero, posso fare tutto quello che voglio». Eppure, poche parole dopo, potrebbe aggiungere: «Non riesco più a fermarmi». Forse è questo uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo: abbiamo conquistato una quantità enorme di possibilità, ma molte persone vivono con la sensazione di essere continuamente inseguite da qualcosa. Un obiettivo da raggiungere, una prestazione da migliorare, un'immagine da mantenere, un risultato da dimostrare.

La domanda allora diventa inevitabile: siamo davvero liberi quando siamo incapaci di riposare e di fermarci? È questa la provocazione del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han, nato a Seoul nel 1959 e formatosi in Germania, dove ha sviluppato una delle analisi più originali della società contemporanea. Nei suoi libri, soprattutto ne "La società della stanchezza e Psicopolitica", Han descrive il passaggio da una società fondata sul divieto a una società fondata sulla prestazione. Un tempo, secondo Han, il potere funzionava soprattutto attraverso un comando esterno: «Devi fare questo». Era la società disciplinare descritta da Michel Foucault. Oggi il meccanismo è diventato più sottile. Non ci viene più detto soltanto «devi obbedire». Ci viene ripetuto: "Puoi farcela". "Puoi migliorarti". "Puoi raggiungere ogni obiettivo". "Puoi diventare chi vuoi". Sembrano parole di libertà. Ma possono trasformarsi in una nuova forma di pressione. Una vera e propria trappola che inibisce la nostra libertà.

Per Han l'uomo contemporaneo non è più soltanto un soggetto sottoposto a ordini: è diventato un soggetto della prestazione, un "imprenditore di se stesso". Non ha più bisogno di un padrone esterno perché porta dentro di sé l'obbligo di migliorarsi continuamente. La frase più provocatoria della sua analisi potrebbe essere riassunta così: l'uomo contemporaneo non viene più sfruttato soltanto dagli altri; spesso arriva a sfruttare se stesso. È una schiavitù particolare, perché non appare come una schiavitù. Nessuno ci mette una catena. Nessuno ci ordina esplicitamente di consumarci. Siamo noi stessi a imporci il ritmo, a controllare i risultati, a confrontarci continuamente con gli altri. La vittima e il carnefice finiscono per abitare la stessa persona. E qui emerge la grande intuizione di Han: una libertà senza limite può trasformarsi in una prigione invisibile.

Lo vediamo nelle nostre giornate.

Nella persona che non riesce più a leggere un libro senza controllare il telefono perché anche il tempo libero deve essere "ottimizzato". Nel giovane che non vive più il proprio percorso di crescita come una scoperta, ma come una gara continua in cui deve dimostrare di essere all'altezza. Nel professionista che non può concedersi un errore perché ha interiorizzato l'idea che il suo valore dipenda dalla sua efficienza. Nel genitore che sente di dover offrire ai figli sempre il massimo, trasformando anche l'amore in una prestazione. Nella persona che sui social non presenta più semplicemente la propria vita, ma costruisce continuamente una versione migliorata di sé per ottenere approvazione. Perfino il riposo rischia di diventare una prestazione. Non riposo perché ho bisogno di recuperare, ma riposo per tornare più produttivo. Non fermarsi per abitare la vita, ma fermarsi per ripartire più velocemente. È una stanchezza nuova: non nasce soltanto dal troppo lavoro, ma dall'impossibilità interiore di dire «basta». Han scrive: «La società della prestazione genera depressi e falliti.» perché vivono sotto il peso di un ideale impossibile: essere sempre migliori, sempre efficienti, sempre disponibili. E ancora:

«La violenza della positività non priva, ma satura; non esclude, ma esaurisce.»

È una frase profondissima. La violenza del nostro tempo spesso non arriva dicendo «non puoi». Si presenta con una proposta allettante dicendo «puoi tutto». Ma un uomo che deve poter fare tutto rischia di non riuscire più ad abitare nulla veramente. Nemmeno se stesso! La cultura della prestazione ti dice:" se non ce la fai è colpa tua…tu puoi tutto, senza limiti". Da questo imperativo che ti bombarda nasce una nuova forma di sofferenza. Non siamo più oppressi soltanto dal limite esterno. Siamo oppressi dall'idea che non dovremmo avere limiti. Il fallimento non viene più vissuto come una parte della vita, ma come una colpa personale.

La libertà del settimo giorno: il Dio che si riposa restituisce all'uomo il suo volto

La risposta cristiana alla cultura della prestazione non nasce anzitutto da una critica al fare umano, perché il lavoro, l'impegno, la responsabilità appartengono alla dignità dell'uomo. La Scrittura non presenta mai la vita come una fuga dall'impegno. Il problema non è il fare. Il problema nasce quando l'uomo dimentica che il suo valore precede ciò che fa. È proprio qui che la rivelazione biblica offre una provocazione sorprendente. Il primo gesto di Dio dopo la creazione non è un'altra opera. È il riposo.

«Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2,2).

È un'immagine straordinaria. Dio non si ferma perché è stanco. Non ha bisogno di recuperare energie dopo lo sforzo creativo. Si ferma perché l'opera è compiuta e perché la creazione non può essere ridotta a un prodotto. Il settimo giorno è il momento in cui Dio contempla, benedice e riconosce la bontà di ciò che ha fatto. Quasi a dirci: il senso della vita non coincide con la produzione. L'uomo moderno rischia invece di vivere come se il settimo giorno non arrivasse mai. Continua a creare, organizzare, migliorare, accumulare, ma non riesce più a sostare davanti al dono ricevuto. Senza il sabato, anche il lavoro perde il suo significato più profondo e diventa una forma di dominio sull'uomo stesso.

La Bibbia, invece, introduce un ritmo diverso: sei giorni per lavorare e un giorno per riconoscere che la vita non dipende soltanto dalle nostre mani. Il riposo diventa così un atto di fede. È il gesto con cui l'uomo confessa: «Io non sono il padrone assoluto della mia vita. Non tutto dipende da me. Il mondo continua ad esistere anche quando io mi fermo». Questa è una delle liberazioni più profonde che il Vangelo offre all'uomo contemporaneo. Gesù stesso mostra questa libertà. Non vive sotto la tirannia dell'urgenza. Non permette alle richieste degli altri di diventare il criterio ultimo della sua identità. Quando tutti cercano la sua presenza, egli sa ritirarsi nel silenzio: «Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35).

È un'immagine potentissima: anche il Figlio di Dio non vive schiacciato dall'attesa degli altri. La sua azione nasce dalla comunione con il Padre, non dalla necessità di dimostrare qualcosa. Gesù non salva il mondo perché deve affermare il proprio valore. Lo salva perché è il Figlio amato. Qui si trova forse il punto più profondo della risposta cristiana alla cultura della prestazione: l'uomo non è chiamato a costruire un'identità attraverso ciò che realizza, ma a ricevere la propria identità da una relazione. Prima ancora di fare qualcosa, egli è qualcuno. Non è un caso che nel Battesimo di Gesù, prima ancora dell'inizio della sua missione pubblica, il Padre pronunci questa parola: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3,22). È una parola pronunciata prima di ogni miracolo, prima di ogni predicazione, prima di ogni successo. Gesù non deve conquistare l'amore del Padre attraverso la sua opera. Opera perché sa di essere amato. Questa è la grande differenza tra la logica della Grazia e la logica della prestazione. La prestazione dice: «Vali se dimostri qualcosa». La grazia dice: «Perché sei amato puoi diventare ciò che sei chiamato a essere». Per questo Gesù, davanti all'uomo affaticato e oppresso, non propone un nuovo programma di efficienza spirituale. Dice semplicemente: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).

Il ristoro promesso da Cristo non è soltanto una pausa dalla fatica. È la restituzione dell'uomo a se stesso. È la liberazione dalla necessità di meritare continuamente il proprio valore. Forse la più grande guarigione di cui abbiamo bisogno oggi è proprio questa: imparare nuovamente che la vita non è una gara in cui dobbiamo giustificare la nostra presenza nel mondo. Il Vangelo non ci chiede di fare meno per diventare meno responsabili. Ci chiede di fare tutto da una sorgente diversa: non dalla paura di non essere abbastanza, ma dalla libertà di chi sa di essere già custodito. Solo chi non deve più dimostrare di valere può finalmente donare ciò che è. 

Ecco che la bellezza del settimo giorno della creazione, rimane una profezia straordinaria per il nostro tempo: l'uomo non è fatto per consumarsi nel tentativo di costruire se stesso. È fatto per riceversi come dono e diventare, nella libertà, un dono per gli altri. Forse la vera libertà comincia quando smettiamo di vivere per dimostrare qualcosa e impariamo finalmente a vivere come figli. Perché l'uomo non è chiamato a costruire da solo il proprio valore, ma ad accogliere un amore che lo precede. Solo chi si scopre gratuitamente amato può smettere di affannarsi per conquistare un posto nel mondo e iniziare, nella libertà, a donarsi agli altri.

Don Giovanni Pauciullo

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