La libertà che comincia da un sì

Ci sono persone che passano la vita a fare i conti con il proprio passato. Altre che combattono una guerra quotidiana contro il proprio presente. E altre ancora che rimandano continuamente il futuro, aspettando di diventare finalmente "all'altezza" per iniziare davvero a vivere. In fondo, la prigione più resistente non è fatta di sbarre. È costruita con frasi che ripetiamo a noi stessi: «Se non avessi sbagliato…», «Se fossi diverso…», «Quando avrò sistemato tutto, allora sarò libero. "Ma la libertà cristiana nasce in tutt'altro modo. Scrive il monaco cistercense Eric Varden:
«Chiamati a crescere nell'atto di accettazione incondizionata, abbandonando con amore fiducioso tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che siamo, dicendo "Sì!" a tutto ciò che siamo chiamati a diventare. Questo è il volto della libertà cristiana. Nessuna forza può contenerla. Nessuna trappola può tenerla prigioniera e nessuna parola armarla.»
Queste parole sorprendono perché ribaltano il nostro modo abituale di intendere la libertà. Pensiamo che essere liberi significhi poter scegliere tutto, non dipendere da nessuno, liberarci dei nostri limiti. Il Vangelo, invece, suggerisce qualcosa di più profondo: la vera libertà non consiste nell'avere una vita perfetta, ordinata, impeccabile ma nell'accogliere senza paura la propria storia perché Dio possa trasformarla. La libertà cristiana non nasce dal rifiuto di sé, ma da un'accettazione così radicale da diventare il punto di partenza della trasformazione. Questo non significa rassegnarsi ai propri difetti, vuol dire smettere di perdere energie nel negare ciò che siamo, le nostre ombre, le inadeguatezze, i limiti. La libertà cristiana nasce da una direzione, fondata su una certezza: e nostre fragilità, le ferite, gli errori, persino i peccati, non sono l'ultima parola sulla nostra esistenza. Diventano piuttosto il luogo in cui la Grazia può lavorare. Il primo "sì" del cristiano non è rivolto alle proprie qualità, è rivolto all'opera di Dio, alla Sua iniziativa di Misericordia. Solo chi si lascia amare così com'è può iniziare davvero a cambiare.
È il paradosso della vita spirituale: non cambiamo per essere amati; ci lasciamo amare e, proprio per questo, cominciamo lentamente a cambiare. Molte delle nostre schiavitù nascono invece dall'illusione opposta. Pensiamo che la felicità dipenda dal riuscire finalmente a diventare un'altra persona. Così combattiamo continuamente contro noi stessi, ci giudichiamo, ci confrontiamo, ci scoraggiamo. E intanto rimaniamo fermi, bloccati, paralizzati. La Grazia, invece, non cancella la nostra storia. La trasfigura. Per questo Varden parla di un "sì". Non di una rassegnazione, ma di un consenso fiducioso. È il sì di Maria all'Annunciazione. È il sì di Gesù nel Getsemani. È il sì di chi finalmente comprende che Dio non aspetta una versione migliore di noi per amarci. Ci ama per primo; ed è questo amore, accolto con fiducia, che lentamente ci trasforma. È il sì di chi smette di guadagnarsi l'amore di Dio e comincia semplicemente ad accoglierlo. Perché è l'amore ricevuto, non quello meritato, a cambiare il cuore dell'uomo. È il sì, libero e personale, di ogni discepolo che scopre una verità disarmante: Dio non aspetta che diventiamo migliori per amarci. Ci ama gratuitamente, nella verità di ciò che siamo. E proprio questo amore, accolto senza difese, apre in noi lo spazio di una trasformazione che nessuno sforzo, da solo, potrebbe compiere. Forse il più grande nemico della libertà non è il peccato. È la disperazione di pensare che il peccato abbia già deciso chi siamo. Permettere che il nostro passato fatto di errori, di fallimenti, di cose sbagliate ci inchiodi e c'impedisca di cambiare, di prendere in libertà una strada nuova, una rotta differente. È qui che il Vangelo interrompe il racconto che siamo abituati a fare di noi stessi. Noi ci definiamo a partire da ciò che abbiamo vissuto, dalle ferite che portiamo, dagli errori che ci pesano addosso. Cristo, invece, ci guarda a partire da ciò che il Padre ha sognato per noi fin dall'inizio. Il suo sguardo non cancella il passato, ma lo attraversa; non ignora le nostre cadute, ma non permette che diventino il nostro nome. Davanti a lui siamo sempre più grandi di ciò che siamo già riusciti a essere, perché il suo amore vede in noi una forma ancora nascosta, che attende soltanto di venire alla luce. La libertà cristiana è allora la capacità di abitare il presente senza essere imprigionati dal passato e senza essere paralizzati dalla paura del domani. È vivere sapendo che Dio non è soltanto il custode della nostra memoria, ma soprattutto l'autore del nostro compimento. Per questo nessuna forza può contenerla. Per questo nessuna trappola può imprigionarla. Per questo nessuna parola di giudizio può ferirla definitivamente. Perché chi ha imparato a dire il suo piccolo "sì" quotidiano scopre che la sua vita non è più guidata dalla paura, ma dalla promessa. Forse la santità non è, anzitutto, la faticosa impresa di diventare impeccabili. È il lento apprendistato di chi smette di opporre resistenza all'amore di Dio. Perché la grazia non ci chiede di essere perfetti per poterci raggiungere; ci domanda soltanto di non sottrarci alla pazienza con cui Dio, giorno dopo giorno, porta a compimento in noi la bellezza della nostra umanità. La santità, forse, è molto meno eroica di quanto immaginiamo e molto più umile. Non consiste nel non cadere mai, ma nel non smettere mai di consegnare a Dio la propria vita, anche quando ci sembra incompiuta. I santi non sono coloro che hanno finalmente smesso di avere bisogno della misericordia; sono coloro che hanno imparato a fidarsi di essa più che di se stessi.
La libertà cristiana, in fondo, ha il volto di una persona che non ha più bisogno di difendere continuamente se stessa. Perché ha finalmente scoperto che il suo futuro non dipende dalla perfezione delle proprie mani, ma dalla fedeltà di quelle di Dio.
Don Giovanni Pauciullo

