La libertà di essere fragili
Cadere e rialzarsi nel cammino della misericordia

Si racconta una storia antica, attribuita in modo generico ai Padri del deserto, che nella sua semplicità custodisce una profonda sapienza spirituale. Un pellegrino, incontrando un anziano monaco, gli domandò: "Padre, che cosa fai tutto il giorno in monastero? "Il vecchio monaco rispose: "Cado e mi rialzo. Cado e mi rialzo". Una risposta apparentemente povera, quasi disarmante, ma capace di custodire il cuore dell'esperienza cristiana. Forse il cammino spirituale non consiste anzitutto nel raggiungere una condizione nella quale non cadiamo più, ma nell'imparare a riconoscere che ogni caduta può diventare il luogo nel quale la misericordia di Dio ci raggiunge. L'uomo spirituale non è colui che non conosce la propria fragilità, ma colui che non fugge davanti ad essa. La maturità della fede non coincide con l'immagine di un uomo finalmente impeccabile, ma con la libertà di consegnare a Dio la propria verità. Per questo la tradizione monastica non ha mai avuto paura di parlare del peccato. I Padri e le Madri del deserto non raccontavano le loro fragilità per compiacersi del passato o per trasformare il peccato in una forma di narcisismo spirituale. Al contrario, parlavano delle loro ferite perché nessuno li idealizzasse e perché tutti potessero vedere la potenza della misericordia. Il santo non è colui che non ha mai avuto bisogno di essere perdonato. È colui che ha scoperto che il perdono ricevuto è diventato il luogo della propria rinascita. Come ricorda Eric Varden, nelle sue riflessioni sulla luce che emerge dalle profondità nascoste dell'uomo, la verità della persona non si trova eliminando ciò che è oscuro, ma permettendo a Dio di illuminare anche quelle zone della nostra storia che preferiremmo non vedere. La grazia non costruisce un uomo ideale sopra le rovine dell'uomo reale. La grazia visita l'uomo reale e, dentro la sua storia concreta, apre un cammino nuovo. Le cadute, allora, possono diventare paradossalmente luoghi di conoscenza di sé e di Dio. Possono spezzare l'illusione dell'autosufficienza. Possono liberare dall'orgoglio nascosto di chi pensa di salvarsi da solo. Possono diventare quelle pietre miliari di cui parla la tradizione spirituale: luoghi della memoria nei quali l'uomo guarda indietro e riconosce non la grandezza della propria forza, ma la fedeltà di Dio.
Ma occorre custodire una verità altrettanto importante: non ogni caduta diventa automaticamente un cammino di salvezza. La fede cristiana non trasforma il male in qualcosa di necessario o di buono. Esistono cadute che non aprono immediatamente alla conversione. Esistono ferite che, se non vengono riconosciute, diventano ferite inferte anche agli altri. Ci sono cadute — scrive Varden — «che odorano di inferno», perché non generano umiltà ma chiusura; non aprono alla misericordia ma alimentano una spirale di distruzione. Il peccato non è soltanto una debolezza privata. Ha sempre una dimensione relazionale: può ferire legami, spezzare fiducia, trascinare altri dentro la propria oscurità. Per questo il Vangelo non annuncia soltanto che Dio perdona. Annuncia anche che Dio vuole liberare l'uomo da ciò che lo rende incapace di amare. La misericordia non è una coperta che nasconde il male. È una luce che lo attraversa, lo giudica e lo guarisce. Il monaco della storia non dice semplicemente: "Cado". Dice anche: "Mi rialzo". Dentro queste due parole abita tutto il mistero della vita cristiana. La caduta è la verità dell'uomo. Il rialzarsi è la fedeltà di Dio. E forse la santità consiste proprio in questo: non nel non conoscere più la terra dopo essere caduti, ma nell'imparare che anche dalla terra Dio può rialzare un uomo e renderlo nuovo.
Don Giovanni Pauciullo

