La libertà di essere se stessi

Ogni mattina, nella savana, una giovane gazzella si fermava davanti all'acqua di uno stagno. Non per bere. Per guardarsi. Ogni giorno trovava qualcosa che non le piaceva: le zampe troppo sottili, il collo troppo lungo, il manto meno lucido di quello delle altre. Così passava il tempo a desiderare di essere diversa. Un vecchio baobab, che da decenni osservava il mondo senza muoversi di un passo, un giorno le disse: «Sai qual è il tuo problema? Non è che non ti piaci. È che non hai ancora scoperto perché sei stata creata così.» La gazzella rimase in silenzio. Continuò a specchiarsi. Ma quella mattina, per la prima volta, invece di chiedersi: "Perché non sono come gli altri?", si domandò: "Per chi sono stata pensata?" Tra queste due domande passa tutta la differenza tra una vita trascorsa a rincorrere un'immagine e una vita finalmente riconciliata con se stessa.
C'è una parola che nella spiritualità cristiana viene spesso fraintesa: accettazione di sé.
La si confonde con la rassegnazione. Oppure con una sorta di indulgenza verso i propri limiti. Come se accettarsi significasse smettere di crescere, rinunciare al cambiamento o giustificare le proprie incoerenze. Non è così. Tra gli autori che hanno riflettuto con maggiore profondità su questo tema c'è Romano Guardini, nel suo piccolo ma prezioso libro L'accettazione di sé. Guardini parte da un'intuizione tanto semplice quanto decisiva: l'uomo non si è dato la vita da solo. Prima di essere un progetto da costruire, è un dono da ricevere. Scrive: «L'uomo deve accettare se stesso perché è Dio che lo ha voluto.» È una frase breve, ma rivoluzionaria. Perché sposta il fondamento della nostra identità. Noi pensiamo di doverci meritare il diritto di esistere: attraverso i risultati, il consenso, la riuscita, perfino attraverso la perfezione morale. Guardini ci ricorda invece che il primo atto della vita spirituale non è costruire se stessi, ma riceversi. Accettarsi non significa dire che tutto va bene così com'è. Significa riconoscere che il punto da cui Dio vuole iniziare a trasformarci è precisamente la nostra realtà, non quella che avremmo voluto avere. La grazia non lavora sull'uomo immaginario. Lavora sull'uomo reale. Sull'umanità incarnata, concreta, vera. Guardini mette a fuoco una delle forme più profonde della libertà interiore. Molti vivono prigionieri non tanto dei propri limiti, quanto dell'immagine ideale che hanno costruito di se stessi. Il sacerdote che pensa di dover essere sempre forte. La madre che crede di non poter mai mostrare stanchezza. Il giovane convinto di dover dimostrare continuamente il proprio valore. Il consacrato che vive ogni fragilità come un fallimento della propria vocazione. Non sono schiavi dei loro difetti. Sono schiavi dell'immagine che devono difendere. E questa è una prigione sottile, perché assume spesso il volto della generosità, dello zelo, della responsabilità. In realtà, dietro quella continua ricerca di perfezione, si nasconde talvolta una domanda dolorosa: «Sarò amabile anche se non riesco?» Il Vangelo risponde prima ancora che la domanda sia formulata. Sì. Perché Dio non ama una versione futura di noi. Ama noi. Adesso.
L'accettazione di sé, allora, non è un punto di arrivo. È il punto di partenza. È il coraggio di guardare senza paura la propria storia, il proprio carattere, le proprie ferite, i propri limiti e perfino i propri peccati, sapendo che nulla di tutto questo ha il potere di cancellare la dignità ricevuta nel Battesimo. Solo chi accetta la propria povertà può aprirla alla grazia. Chi continua a negarla, inevitabilmente, dovrà nasconderla. E chi nasconde continuamente qualcosa di sé non sarà mai veramente libero.
Guardini osserva anche che l'uomo si ribella spesso alla propria esistenza perché avrebbe desiderato essere diverso: un'altra famiglia, un altro carattere, un'altra intelligenza, un'altra storia. È una tentazione antica quanto l'uomo stesso: rifiutare il materiale concreto con cui Dio ha deciso di scrivere la nostra santità. Ma la santità non nasce dal desiderio di vivere la vita di un altro. Nasce quando permettiamo a Dio di trasfigurare la nostra.
La libertà interiore consiste proprio in questo: smettere di opporre resistenza alla realtà di ciò che siamo, perché crediamo che Dio sia già all'opera dentro quella realtà. C'è una seconda intuizione di Guardini che illumina questo cammino: l'accettazione di sé non chiude la porta al cambiamento, ma lo rende finalmente possibile. Chi non si accetta cerca di cambiare per meritare amore. Chi si sa amato cambia perché l'amore gli ha già aperto un futuro. È una differenza decisiva. Nel primo caso, ogni fallimento diventa una condanna. Nel secondo, ogni caduta può diventare un nuovo inizio. Forse la libertà interiore è proprio questo miracolo silenzioso: smettere di passare la vita a chiedersi perché non siamo diversi e iniziare, finalmente, a domandarci che cosa Dio può fare con la persona che siamo.
Perché la santità non è diventare qualcun altro. È lasciare che la grazia porti a compimento l'unica persona che Dio ha voluto creare: noi.
Don Giovanni Pauciullo

