La libertà interiore come primo servizio alla comunione

06.08.2026

C'è una convinzione che attraversa tutta la tradizione monastica e che vorrei riproporre in questo articolo con particolare attenzione: il pericolo più grande per una comunità cristiana non sono i conflitti. È la mancanza di libertà interiore delle persone che la compongono. Siamo spesso portati a pensare che la comunione dipenda soprattutto dall'organizzazione, dalle regole, dai caratteri compatibili, dal coordinamento, da una buona leadership. Tutto questo ha certamente il suo valore. Ma esiste un livello più profondo, quello dove nasce ogni relazione autentica. Una comunità cristiana non è anzitutto un insieme di persone che la pensano allo stesso modo. È un luogo dove ciascuno, con il proprio volto e la propria storia, cerca di lasciarsi trasformare dallo Spirito santo. E questa trasformazione ha un nome preciso: libertà. La libertà evangelica non coincide con l'autonomia. Non significa poter fare ciò che si desidera. È qualcosa di molto più esigente: essere così radicati nell'amore di Dio da non dover più difendere continuamente se stessi. Gran parte delle tensioni che attraversano una fraternità sacerdotale, una comunità religiosa, un seminario o un consiglio pastorale non nascono dalle idee. Nascono dalle paure. Quante paure ci girano intorno: la paura di perdere il proprio ruolo, di non essere riconosciuti. Il timore che il nuovo cancelli ciò che abbiamo costruito con tanta fatica e in tanti anni, l'angoscia di essere dimenticati. Quando la paura guida il cuore, ogni proposta dell'altro diventa una minaccia.

La comunità cristiana vive di fiducia

Tra le voci spirituali più autorevoli del nostro tempo, quella del certosino Dysmas de Lassus, già Priore Generale dell'Ordine dei Certosini, merita un'attenzione particolare. I suoi scritti non offrono tecniche per risolvere i conflitti né strategie per migliorare la vita comunitaria. Vanno molto più in profondità. Cercano la radice. E la radice, secondo De Lassus, è quasi sempre una sola: la fiducia. Viviamo in un tempo che ci educa al controllo. Pianifichiamo, organizziamo, prevediamo, monitoriamo. Anche nella Chiesa, talvolta, rischiamo di pensare che la comunione dipenda soprattutto da un buon assetto organizzativo, da ruoli ben definiti o da decisioni condivise. Tutto questo è importante, ma non è ancora il fondamento. Il fondamento della vita comunitaria è un cuore che si fida. Ne La grazia di ricominciare, De Lassus mostra come molte rigidità spirituali, molti irrigidimenti nelle relazioni e persino numerose crisi comunitarie non nascano da una cattiva volontà, ma da una fiducia ferita. Quando il cuore smette di confidare in Dio, cerca inevitabilmente altre sicurezze: il proprio ruolo, il proprio prestigio, le proprie idee, le proprie abitudini. È così che, quasi senza accorgercene, iniziamo a difendere noi stessi più del Vangelo. La fiducia cristiana non è una disposizione caratteriale. Non è l'ingenuità di chi pensa che tutto andrà bene. Non è nemmeno un semplice sentimento, destinato a crescere o diminuire secondo gli eventi. È una virtù teologale, un atto della libertà illuminata dalla fede. Fidarsi significa scegliere, ogni giorno, di credere che Dio continua a guidare la sua Chiesa anche quando non comprendiamo le sue vie. Qui si apre una prospettiva interessante. Noi immaginiamo spesso che il combattimento spirituale consista nel vincere le tentazioni, nel correggere i difetti, nel superare i conflitti. De Lassus sposta lo sguardo ancora più in profondità. La vera battaglia non si combatte anzitutto contro ciò che accade fuori di noi, ma contro ciò che accade dentro di noi quando smettiamo di fidarci. Ogni conflitto comunitario possiede infatti una storia visibile e una invisibile. Quella visibile parla di idee differenti, di decisioni pastorali, di caratteri incompatibili, di sensibilità ecclesiali diverse. Quella invisibile parla invece di paure. Intendiamoci bene, le paure sono profondamente umane. Diventano però spiritualmente pericolose quando smettono di essere riconosciute e vengono mascherate da zelo apostolico, da difesa della storia della Comunità o da presunte esigenze pastorali. Allora non difendiamo più il bene della Chiesa: difendiamo inconsapevolmente noi stessi. Per questo De Lassus insiste che la crescita spirituale non consiste anzitutto nel diventare più forti, ma nel diventare più fiduciosi. Perché la fiducia disarma il bisogno di controllare tutto. Una comunità cristiana vive di questa fiducia reciproca. Non di una fiducia ingenua nelle capacità delle persone, ma di una fiducia condivisa nell'azione dello Spirito Santo. Credere che Dio possa parlare anche attraverso il fratello significa rinunciare alla tentazione di essere sempre noi i custodi esclusivi della verità. Questo vale in modo particolare per un presbiterio. Le fraternità sacerdotali raramente si dividono per questioni dottrinali. Più spesso si logorano quando la fiducia lascia il posto al sospetto. Si interpretano le intenzioni prima ancora di ascoltare le parole. Si attribuiscono secondi fini. Si leggono le decisioni come strategie di potere. Lentamente, senza quasi accorgersene, il confratello cessa di essere un dono e diventa un problema da gestire. In questi contesti la fiducia diventa un autentico atto di fede. Significa credere che Cristo continua a edificare la sua Chiesa anche attraverso la fragilità dei suoi ministri. Significa accettare che non tutto dipende da noi. Significa lasciare a Dio lo spazio per essere Dio. La comunione nasce, vive e cresce precisamente qui. Non c'è unità quando tutti pensano allo stesso modo, oppure quando ogni decisione è perfetta, ma quando nessuno sente più il bisogno di difendere continuamente se stesso. Allora diventa possibile ascoltare senza paura, correggere senza umiliare, obbedire senza sentirsi sminuiti, guidare senza esercitare il controllo. Com'è liberante esercitare il ministero di autorità come un servizio alla libertà autentica e profonda dell'altro. Quando si esercita il servizio di autorità ecclesiale in questo modo, vedi le persone crescere speditamente, fare passaggi di conversione insperati, vincere nodi o resistenze. Forse è proprio questo il segreto della libertà interiore: non vivere più come custodi della propria immagine, ma come uomini consegnati alla fedeltà di Dio. Ed è questa la più grande eredità spirituale che Dysmas de Lassus offre oggi alla Chiesa. La comunione non nasce da persone impeccabili. Nasce da uomini e donne che hanno imparato ad affidarsi. Perché solo chi si fida di Dio non ha più bisogno di controllare tutto. E solo chi rinuncia al controllo può finalmente amare nella libertà evangelica.

Una comunità in comunione è composta da persone libere interiormente

Una comunità composta da persone interiormente libere continuerà certamente ad avere differenze, sensibilità diverse, opinioni contrastanti. Ma quelle differenze non diventeranno divisioni. Perché nessuno sentirà il bisogno di vincere. Quando invece manca questa libertà interiore, anche il dettaglio più insignificante assume dimensioni enormi. Una decisione pastorale che non corrisponde alla mia sensibilità o al mio gruppo di riferimento, diventa una questione di principio. Una diversa sensibilità liturgica si trasforma in uno scontro identitario. Un semplice cambiamento organizzativo viene vissuto come una perdita di sé. Il problema non è la decisione. È il cuore che la riceve. Ogni presbitero, ogni guida, tutti coloro che esercitano una responsabilità Ecclesiale dovrebbero chiedersi periodicamente: "Che cosa sto difendendo veramente? "Il Vangelo? La comunità? Oppure la mia immagine? È una domanda che non umilia affatto, porta liberazione interiore! Sono profondamente convinto che solo chi non deve continuamente difendere se stesso può finalmente cominciare ad amare davvero gli altri. La comunione ecclesiale nasce sempre da uomini e donne che hanno smesso di essere il centro della propria vita.

Una domanda necessaria alla Chiesa: stiamo educando alla libertà interiore?

A questo punto, però, è necessario lasciare che questa riflessione diventi una domanda rivolta alla nostra vita ecclesiale. Non possiamo limitarci ad ammirare la bellezza della fiducia e della libertà interiore come grandi ideali spirituali. Dobbiamo chiederci con sincerità: quanto le nostre comunità cristiane educano realmente a questa libertà? È una domanda che, come sacerdote, non posso rivolgere soltanto agli altri. È anzitutto una domanda su di me, sul mio ministero, sul modo con cui accompagno le persone affidate alla mia cura pastorale. Siamo forse molto attenti a trasmettere contenuti della fede, a organizzare attività, a garantire percorsi pastorali, a preparare celebrazioni e iniziative. Ma quanto spazio diamo a quel cammino più profondo attraverso il quale una persona impara a essere libera interiormente davanti a Dio? Perché la fede cristiana non è soltanto adesione a delle verità. È un cammino di trasformazione del cuore. Una persona può conoscere molte cose sulla fede e rimanere interiormente prigioniera della paura, del bisogno di approvazione, del confronto con gli altri, del desiderio di controllo. Può frequentare una comunità cristiana e continuare a vivere dipendendo dallo sguardo degli altri. Può svolgere un servizio ecclesiale e, nello stesso tempo, cercare inconsapevolmente riconoscimento, potere o conferme personali. La domanda decisiva allora diventa: Le nostre comunità aiutano davvero le persone a diventare figlie libere davanti a Dio? Oppure rischiamo talvolta di generare cristiani molto impegnati, ma poco interiormente unificati, magari anche tendenzialmente omologati in schieramenti contrapposti?

È una questione fondamentale anche per la formazione sacerdotale e religiosa. Nei seminari e negli istituti di formazione ci preoccupiamo giustamente della preparazione teologica, pastorale, liturgica e comunitaria. Ma quale spazio concreto viene dato a un itinerario di maturazione della libertà interiore? Un futuro presbitero non ha bisogno soltanto di imparare a celebrare bene, predicare correttamente o organizzare una pastorale efficace. Ha bisogno soprattutto di diventare un uomo libero: libero dal bisogno di essere ammirato, libero dalla paura del giudizio, libero dalla necessità di affermare se stesso, libero dall'illusione di poter salvare la Chiesa con le proprie forze. Libero dalla preoccupazione di compiacere i propri formatori! Perché un sacerdote interiormente non libero rischia di trasformare anche il ministero più santo in un luogo di compensazione personale. Si può cercare nei risultati pastorali la conferma del proprio valore e vivere le critiche come minacce alla propria identità. Si può essere indisponibili ad affidare responsabilità agli altri perché si teme di perdere il controllo e soffrire il cambiamento non perché manchi necessariamente la fede, ma perché viene meno una sicurezza personale. La formazione alla libertà interiore dovrebbe allora diventare un asse fondamentale dei cammini vocazionali. Non come un tema tra gli altri, ma come il terreno su cui tutto il resto può crescere. Perché soltanto un uomo libero può diventare realmente disponibile alla volontà di Dio e servire il Vangelo. Forse questa è una delle grandi sfide della Chiesa del nostro tempo: non soltanto formare cristiani più preparati, ma cristiani più liberi. Perché una comunità di uomini e donne interiormente liberi diventa una comunità capace di comunione. E una Chiesa capace di comunione diventa il segno più credibile di quel Dio che non possiede l'uomo, ma lo libera per amore.

Don Giovanni Pauciullo

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