La pace cerca custodi

30.07.2026

La pace è una storia che si dimentica 

La pace, in fondo, è una storia che si dimentica. E ogni generazione deve impararla di nuovo. In Africa raccontano una favola.

C'era una lunga stagione di siccità. Gli animali della savana avevano trovato una sola pozza d'acqua ancora viva. Il leone arrivava all'alba, l'antilope a metà mattina, la zebra nel pomeriggio, il bufalo alla sera. Un giorno il leone disse: «L'acqua è mia, perché sono il più forte». L'elefante rispose: «No, è mia, perché sono il più grande». Gli altri iniziarono a litigare. Spinsero, ruggirono, scalciarono. Alla fine la riva cedette. La pozza si riempì di fango e nessuno poté più bere. Solo allora una vecchia tartaruga disse una frase che sembra scritta ieri: «L'acqua non aveva bisogno di un padrone. Aveva bisogno di custodi».

È questa la differenza tra il potere e la pace. Il potere cerca proprietari. La pace cerca custodi. Nelle nostre città europee siamo diventati bravissimi a convivere nello stesso quartiere e sempre meno capaci di abitare la stessa umanità. Camminiamo sugli stessi marciapiedi, prendiamo gli stessi autobus, facciamo la fila negli stessi supermercati. Ma spesso viviamo come condomini dell'indifferenza. Accanto, non insieme. Milano, Parigi, Berlino, Bruxelles, Londra raccontano ogni giorno questa nuova geografia dell'anima: decine di lingue, culture, religioni, tradizioni che condividono lo spazio senza sempre condividere uno sguardo. La differenza, che potrebbe essere una ricchezza, diventa facilmente un sospetto. E il sospetto, se trova casa nel cuore, costruisce muri molto più alti di quelli di cemento.

La sociologia ci consegna almeno quattro ragioni che rendono oggi la pace così fragile. La prima è la paura dell'altro. Non conosciamo più le persone: conosciamo le etichette. Il musulmano, il cristiano, l'immigrato, il conservatore, il progressista. Le categorie hanno sostituito i volti. E quando scompare il volto, diventa facile immaginare un nemico.

La seconda è la frammentazione sociale. Le città sono sempre più grandi e le comunità sempre più piccole. Le piazze sono state sostituite dagli algoritmi. Ognuno abita il proprio universo digitale, dove incontra quasi esclusivamente chi la pensa come lui. Non ci esercitiamo più alla fatica dell'incontro. Così, quando la differenza bussa alla porta, non sappiamo più dialogare: sappiamo solo difenderci.

La terza è la competizione permanente. Abbiamo trasformato quasi ogni relazione in una gara. Il lavoro, il successo, la visibilità, perfino le opinioni sembrano una classifica. Ma chi vive per vincere finisce inevitabilmente per avere bisogno di qualcuno che perda. La pace, invece, nasce quando nessuno deve umiliare l'altro per sentirsi importante.

La quarta è forse la più silenziosa: la povertà del linguaggio. Abbiamo moltiplicato le parole e ridotto il vocabolario dell'ascolto. Si discute per convincere, non per comprendere. Si risponde prima ancora di aver ascoltato. I social network, straordinari strumenti di comunicazione, diventano spesso fabbriche di semplificazione: ogni questione complessa deve trasformarsi in uno slogan, ogni persona in una tifoseria. La pace, invece, ha bisogno di parole lente, ponderate, pensate. Parole che non rinunciano alla verità, ma rifiutano di essere strumento per umiliare. Perché dialogare non significa annacquare le convinzioni. Significa avere una convinzione ancora più grande: che l'altro non coincide con le sue idee.

Costruire una cultura della pace, allora, non è un progetto per diplomatici. È un mestiere quotidiano. Comincia dall'educazione. Le scuole non dovrebbero insegnare soltanto la matematica e la grammatica, ma anche l'arte del conflitto. Perché il conflitto è inevitabile; la violenza no. Un bambino che impara a litigare senza distruggere l'altro sarà un adulto capace di costruire società più giuste.

Continua nelle famiglie, dove si impara che chiedere scusa non è una sconfitta e perdonare non è una debolezza. Passa attraverso le comunità religiose, chiamate a mostrare che una fede autentica non produce muri, ma uomini e donne capaci di riconoscere nell'altro una dignità che viene prima di ogni appartenenza. Le religioni perdono la loro anima quando difendono se stesse; la ritrovano quando difendono l'uomo. E arriva fino alla politica, che dovrebbe riscoprire il coraggio di costruire ponti invece di guadagnare consenso alimentando paure.

Esistono strumenti semplici, quasi disarmanti: creare luoghi di incontro tra persone di culture diverse; favorire progetti comuni di volontariato; educare all'ascolto reciproco; insegnare il valore della memoria, perché chi conosce la propria identità non ha bisogno di aggredire quella degli altri. La pace cresce sempre attorno a un tavolo condiviso, mai dietro una barricata.

La favola africana aveva ragione. Il problema non era la scarsità dell'acqua. Era l'incapacità di custodirla insieme.

Forse anche le nostre città non hanno anzitutto bisogno di cittadini che abbiano tutti la stessa lingua, la stessa cultura o la stessa religione. Hanno bisogno di donne e uomini che scelgano di diventare custodi della convivenza civile. Perché la pace non è l'assenza delle differenze. È la loro armonia possibile. È il giorno in cui smettiamo di chiederci chi abbia ragione e iniziamo a domandarci quale futuro vogliamo lasciare ai nostri figli. La pace, come quella pozza d'acqua nella savana, non appartiene a nessuno. O la custodiamo insieme. Oppure la perderemo insieme.

Don Giovanni Pauciullo

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