La superbia nemica invisibile della pace

30.07.2026

Quando l'io smette di essere una dimora...

Le liti non cominciano quasi mai con un insulto. Cominciano con una domanda che nessuno pronuncia ad alta voce.

"Perché deve decidere lui?"

Da quel momento non si ascoltano più le idee, ma si pesano le persone. Non interessa più capire quale sia la cosa giusta; conta soltanto chi avrà l'ultima parola. È una scena che si ripete ovunque: in famiglia, tra amici, in una comunità, in politica, perfino nella Chiesa. Cambiano gli argomenti, ma il copione è sempre lo stesso. Siamo convinti che i conflitti nascano dalle differenze. Idee diverse, caratteri diversi, interessi diversi. Per questo moltiplichiamo corsi sulla comunicazione, tecniche di mediazione, strategie per gestire le relazioni. Tutto utile. Ma forse continuiamo a curare i rami senza raggiungere la radice.

Per scoprirla basta aprire un libro vecchio di sedici secoli: la Regola di sant'Agostino. Non è un testo per persone che vogliono fuggire dal mondo. È una guida scritta per uomini chiamati a vivere insieme, condividendo la stessa casa, la stessa fede e la stessa ricerca di Dio. Le sue prime parole sono un programma di vita: essere «un cuor solo e un'anima sola». Agostino, però, conosce troppo bene il cuore umano per pensare che l'unità nasca semplicemente dalla buona volontà. Sa che le differenze non sono il vero problema. Una comunità può vivere di sensibilità diverse, di idee diverse, perfino di opinioni contrastanti. Ciò che la divide è altro. La divide la superbia.

Ma attenzione: per Agostino la superbia non è semplicemente sentirsi superiori agli altri. È qualcosa di molto più profondo. La definisce con una formula folgorante: amor sui usque ad contemptum Dei, «l'amore di sé fino al disprezzo di Dio».

Non significa che amare se stessi sia sbagliato. Al contrario. Il problema nasce quando l'amore per sé si incurva su se stesso, quando l'io smette di essere una dimora e pretende di diventare il centro dell'universo. Allora tutto cambia prospettiva. Ogni critica viene vissuta come un'aggressione. Il successo di un altro sembra sottrarre qualcosa al nostro valore. La diversità diventa una minaccia. Non cerchiamo più la verità, ma conferme. Non ascoltiamo per comprendere, ma per trovare il punto in cui replicare.

La psicologia contemporanea parlerebbe di un io prigioniero del bisogno di riconoscimento. Agostino va ancora più in profondità: il problema non è un ego fragile o forte, ma un amore che ha perso il suo orientamento. L'uomo è fatto per uscire da sé, per amare Dio e, in Dio, amare gli altri. Quando invece tutto ritorna continuamente su di noi, anche le relazioni si deformano. L'altro non è più un fratello: diventa uno specchio da cui attendere approvazione, un concorrente da superare o un ostacolo da rimuovere. Ecco perché molti conflitti non nascono dall'odio. Nascono dall'egocentrismo. Non si rompono le amicizie perché all'improvviso ci si detesta, ma perché nessuno accetta di fare il primo passo. Le comunità non si dividono sempre per grandi questioni dottrinali, ma per piccoli protagonismi che, giorno dopo giorno, consumano la fiducia. Anche nelle famiglie, spesso, non si litiga per ciò che è accaduto, ma per il bisogno di avere ragione. La superbia è il più abile dei travestimenti. Indossa gli abiti della giustizia, della competenza, della coerenza, perfino dello zelo religioso. Ci convince che stiamo difendendo una causa, mentre, con molta discrezione, stiamo difendendo il nostro ego.

Per questo Agostino propone l'umiltà. Non come umiliazione di sé, ma come ritorno alla verità. L'umile non si disprezza. Semplicemente smette di credere che tutto debba ruotare attorno a lui. Ed è proprio allora che diventa capace di ascoltare davvero, di chiedere perdono senza sentirsi sconfitto, di gioire del bene dell'altro senza viverlo come una perdita. Forse la pace non comincia nei grandi trattati internazionali. Comincia molto prima, nel luogo più difficile da governare: il cuore. Perché ogni volta che il nostro io scende dal trono, qualcuno accanto a noi respira un po' meglio. Dopo sedici secoli, il vecchio vescovo d'Ippona continua a ricordarci una verità che abbiamo quasi dimenticato: il contrario dell'amore non è anzitutto l'odio. È un amore che si ripiega su se stesso. Ed è da quella lenta e silenziosa curvatura dell'io che nascono, uno dopo l'altro, quasi tutti i conflitti del mondo.

Don Giovanni Pauciullo

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