Quando la paura entra in una comunità, la comunione si ammala

C'è una vecchia storia africana che racconta di un villaggio costruito ai piedi di una grande montagna. Ogni sera gli abitanti guardavano quella montagna e temevano che un giorno potesse crollare sopra le loro case. Per anni vissero nell'angoscia. Costruirono muri più spessi, controllarono ogni crepa, sorvegliarono ogni pietra. Più cercavano di proteggersi, più diventavano inquieti. Un giorno arrivò un vecchio saggio e chiese: «Perché avete tanta paura della montagna?». Gli abitanti risposero: «Perché potrebbe cadere». Il vecchio sorrise: «Forse il problema non è la montagna. Forse è il cuore che avete costruito intorno alla vostra paura". Questa piccola storia dice qualcosa di molto profondo sulla vita delle comunità. Anche quelle cristiane. Perché spesso pensiamo che ciò che divide una comunità siano le idee diverse, i caratteri incompatibili, le sensibilità pastorali opposte. Certamente esistono differenze reali. Ma molto spesso, sotto la superficie delle discussioni, c'è qualcosa di più nascosto: la paura. Le comunità raramente si spezzano perché le persone non hanno nulla in comune. Più spesso si logorano perché persone ferite cercano sicurezza nel modo sbagliato. La paura è una pessima consigliera. Promette protezione e costruisce prigioni.
La paura nascosta dietro le nostre rigidità
Molte crisi non nascono dalla mancanza di buona volontà, ma dalla difficoltà di fidarsi. Quando una persona non è sufficientemente radicata nella fiducia di Dio, cerca inevitabilmente altre sicurezze. Ha bisogno di sentirsi riconosciuta, di avere ragione. Ha bisogno di appartenere a un gruppo dove finalmente si sente al sicuro e questo si accentua nei nostri contesti fortemente urbanizzati. Il problema non è appartenere. La fede cristiana è sempre un'esperienza comunitaria. Abbiamo bisogno di fratelli, di una storia, di una tradizione, di un popolo. Il problema nasce quando l'appartenenza non è più il luogo dove diventiamo liberi, ma diventa un rifugio dalla nostra insicurezza. Allora il gruppo Ecclesiale non ci aiuta più ad aprirci al mistero di Dio, ma diventa una fortezza dalla quale difenderci dagli altri. E qui nasce una sottile tentazione spirituale: confondere la fedeltà con la paura. La fedeltà dice: "Resto perché amo". La paura dice: "Resto perché senza questo luogo non so più chi sono". Sono due movimenti completamente diversi.
La paura di essere giudicati
Una delle paure più profonde dell'essere umano è quella dello sguardo degli altri. Non vogliamo soltanto essere amati. Desideriamo essere riconosciuti. Sentire che la nostra presenza conta. Questo vale anche nella vita ecclesiale. Un sacerdote può temere di non essere stimato dai confratelli. Un catechista può temere che il suo servizio non sia più necessario. Un volontario può vivere un cambiamento come un'esclusione, come qualcosa pensato per metterlo in difficoltà. Un giovane in formazione può cercare continuamente conferme perché teme di non essere abbastanza. Sono ferite profondamente umane. Ma se non vengono illuminate dalla grazia, dalla bellezza del vangelo, possono generare dinamiche pericolose: il bisogno di compiacere, il bisogno di controllare, la difficoltà ad accettare chi è diverso. La persona che vive schiacciata dal giudizio degli altri lentamente perde la libertà. Non agisce più davanti a Dio. Agisce davanti agli sguardi. E quando una comunità è composta da persone che vivono prevalentemente davanti agli sguardi degli altri, diventa molto difficile creare uno spazio realmente evangelico. Perché il Vangelo nasce dalla libertà dei figli di Dio.
La paura di restare soli
Forse ancora più profonda è la paura della solitudine. L'uomo contemporaneo soffre una grande contraddizione: è continuamente connesso e profondamente solo. Per questo cerca appartenenze forti. Cerca luoghi dove sentirsi finalmente accolto. Anche una comunità cristiana può diventare, inconsapevolmente, una risposta a questa ferita. E questo è un bene, infatti la Chiesa è casa e la comunità cristiana è famiglia. Ma la casa non deve diventare una gabbia. La famiglia non deve trasformarsi in un luogo dove l'amore è condizionato dall'uniformità. Il Vangelo non crea persone dipendenti dal gruppo. Crea persone libere nell'amore.
Quando la sicurezza diventa chiusura
Esiste una dinamica molto umana: quando abbiamo paura, cerchiamo persone che confermino la nostra paura. È così che nascono molti meccanismi di chiusura. Non necessariamente perché qualcuno voglia fare il male. Più spesso perché un gruppo diventa il luogo dove le proprie insicurezze trovano una risposta. Ci si rassicura reciprocamente. Ci si convince di essere dalla parte giusta. Si interpreta ogni differenza come un pericolo. Ma il Vangelo di Cristo segue un'altra logica. Gesù non costruisce una comunità di persone che si proteggono dal mondo. Costruisce una comunità di persone mandate nel mondo. Gli apostoli non sono un gruppo chiuso attorno a una certezza posseduta. Sono uomini fragili che imparano lentamente a fidarsi. La Pentecoste non li rende uguali. Li rende capaci di comunione nella differenza.
La domanda pastorale: a quali mete interiori stiamo conducendo?
Questa riflessione pone una domanda scomoda ma necessaria. Come comunità cristiane, stiamo educando persone libere o persone dipendenti? Stiamo formando discepoli capaci di stare davanti a Dio oppure persone che hanno continuamente bisogno dell'approvazione degli altri? Le nostre catechesi aiutano a conoscere il Vangelo oppure accompagnano anche un cammino di maturazione umana e spirituale? Nei seminari e nella formazione presbiterale quanto spazio dedichiamo alla guarigione delle paure profonde, alla maturazione affettiva, alla libertà interiore? Perché un sacerdote non diventa libero soltanto studiando teologia. Diventa libero imparando a ricevere il proprio valore da Dio. Un presbiterio non cresce soltanto organizzando meglio il lavoro pastorale. Cresce quando i sacerdoti imparano a vivere il confratello come una risorsa formidabile! Una comunità non diventa evangelica quando tutti pensano allo stesso modo. Diventa secondo il Vangelo quando nessuno ha più bisogno di difendersi. Forse la grande conversione delle nostre comunità oggi non è soltanto diventare più missionarie. È diventare più libere. Perché una Chiesa governata dalle paure costruisce muri anche quando parla di comunione. Una Chiesa abitata dalla fiducia costruisce ponti anche quando attraversa le differenze. La paura chiede sempre: "Come posso proteggermi?". Il Vangelo domanda invece: "Come posso amare senza avere paura di perdere me stesso?"
Ed è proprio lì, in quella domanda, che comincia la libertà dei figli di Dio. Quella libertà vera di cui il mondo ha davvero bisogno.
Don Giovanni Pauciullo

