LA PREMESSA ANTROPOLOGICA

Cerchiamo di sgombrare il campo da un equivoco che può nascere quando si parla di discernimento. Siamo portati a collegare il discernimento ad una scelta, vorrei che comprendessimo che non è proprio così. Lo scopo principale del discernimento è quello di prendere consapevolezza di ciò che c'è dentro di noi: Sogni, desideri, mondo affettivo, così che se dobbiamo fare una scelta la possiamo fare in libertà. La parola discernimento deriva dal verbo cernere, fare una cernita, prendere il materiale e riporlo nel setaccio, ma prima di setacciare, distinguere è necessario guardare dentro di noi e vedere cosa c'è. Se noi comprendiamo che il discernimento è metterci in relazione con quello che il Signore sta muovendo dentro di noi, capiamo che il Discernimento non è un optional, non è nemmeno una tecnica, uno stile ma è la vita spirituale stessa, questo lo dicevano bene i Padri nel deserto, come Evagrio Pontico, che prestavano molta attenzione a guardare cosa c'è nel nostro cuore. Il discernimento per i Padri ha questo scopo specifico. Oggi il discernimento è di moda ma non entra tanto nel nostro modo di vivere la vita spirituale e nemmeno la vita pastorale, questo perché il discernimento richiede tempo e noi culturalmente non abbiamo la disponibilità di prenderci questo tempo. La pratica del discernimento richiede tempo, preghiera, pazienza di capire, di renderci conto e di comprendere quello che c'è e questo richiede tempo, in questo senso il discernimento è contro culturale. Il secondo motivo per cui il discernimento non attecchisce come modalità di vivere la vita spirituale, è perché il discernimento richiede una responsabilità e noi siamo in un tempo dove la responsabilità non è molto amata, nessuno vuole prendersi delle responsabilità.

Perché la nostra vita è caratterizzata dal discernimento? La premessa è di natura antropologica, noi come essere umani siamo esseri mancanti, questo ci caratterizza, noi abbiamo sempre la percezione di una mancanza, ci manca sempre qualcosa, questo ci permette di vivere, ci spinge ad andare avanti.

Il desiderio è prendere il coraggio di riconoscere quello che ci manca. "Siamo esseri desideranti", diceva sant'Agostino, il desiderio è il punto di partenza di ogni discernimento, di ogni vita spirituale, di ogni esistenza! Il desiderio è il motore della nostra vita che ci spinge a cercare. Per riconoscere questa mancanza in noi c'è anche bisogno di umiltà e questo è un ulteriore motivo per cui la nostra cultura non presta molta attenzione in maniera onesta al tema del desiderio. Mancanza e desiderio sono connessi. Il Vangelo di Giovanni è costruito come una educazione del desiderio: Gesù parte da questo, spinge a riconoscere nelle persone che incontra quello che manca e le accompagna a prendere sempre più consapevolezza e comprendere quello che desiderano veramente. La prima parola nel vangelo di Giovanni è una domanda rivolta ai discepoli: "chi cercate"? Un interrogativo che equivale a dire cosa vi manca? E questa domanda ritorna nelle pagine del quarto vangelo. Si tratta di un itinerario costante di ricerca di ciò che manca, per attivare la ricerca, il desiderio che porta a scoprire Cristo come la risposta a questo bisogno profondo di compimento, di pienezza!

Il desiderio è il punto di partenza del discernimento: una storia di coppia, una ricerca vocazionale, una realtà parrocchiale parte dal desiderio, cosa ci manca? Cosa cerchiamo? Come vogliamo trovare?

Il discernimento, inteso come lettura del cuore, come attitudine a scendere nella propria interiorità, ha per oggetto i desideri e il mondo affettivo. Per i Padri del deserto il discernimento è innanzitutto la capacità di scendere nel cuore: prendere consapevolezza di quello che si muove dentro di noi, infatti, non ci può essere una vita spirituale senza un coinvolgimento anche del nostro mondo affettivo: pensieri, sentimenti e desideri. Il nostro mondo affettivo è il canale attraverso il quale il Signore ci parla, si tratta di un patrimonio spirituale. Quando ci troviamo di fronte ad una situazione, qualcosa dentro di noi si muove. In realtà non è quella situazione o quell'evento che ha suscitato la nostra reazione, ma l'opinione, il pensiero che ci siamo fatti su quella situazione, Epitteto diceva: "non sono le cose in sé che danno fastidio ma l'opinione che noi ci facciamo di esse". Quando sentiamo qualcosa dentro di noi dobbiamo chiederci: qual è il pensiero che c'è dietro? Un famoso studioso di neuroscienze, Antonio Damasio, che è anche divulgatore ha proposto una distinzione interessante tra emozioni e sentimenti. Le emozioni sono reazioni automatiche e immediate, sono temporanee durano quanto è presente lo stimolo, sono visibili attraverso le manifestazioni somatiche. Il discernimento non riguarda le emozioni ma i sentimenti! I sentimenti sono legati, infatti, al pensiero ed ogni pensiero porta ai sentimenti, questi sono privati, solo noi possiamo sapere cosa proviamo in quella situazione dentro di noi. D'innanzi ad un sentimento dovremmo sempre domandarci quale pensiero c'è dietro ciascun sentimento? Questo ci aiuterà a crescere molto nella nostra vita spirituale e nella nostra relazione con Dio.

Teniamo presente che la nostra dimensione emotiva non è causata dalle situazioni che vivo ma dall'opinione e i pensieri che ho sulle situazioni. Dietro quello che noi proviamo ci sono dei pensieri, alcuni di questi non ci aiutano e non conviene coltivarli, altri pensieri ci sono utili e conviene nutrirli.

Il discernimento riconosce le paure dentro di noi: il nemico dei desideri sono le paure. Il desiderio implica dei rischi e può generare la paura che ingigantisce gli ostacoli che possiamo trovare nell'incamminarci a realizzare i desideri; diventare consapevoli di questo può ridimensionare gli ostacoli e vincere quelle paure che paralizzano i nostri desideri. Le paure ci bloccano, ci tengono fermi, i desideri, invece, ci fanno camminare, ci mettono in moto, ci avviano.

Il discernimento è riconosce le ferite che sono nascoste in noi, dare un nome alle nostre ferite è prendere consapevolezza di ciò che ci ha fatto male. Qualche volte siamo frenati di dare un nome alle nostre ferite perché abbiamo come l'impressione di dare la colpa a qualcuno, non si tratta di questo, ma si tratta di riconoscere in che modo le ferite ci bloccano. Il discernimento ci invita a scoprire come reagiamo alle nostre ferite, talvolta reagiamo ad esse minimizzando, oppure possiamo essere tentati di archiviare, dire, è acqua passata, oppure cercando un colpevole. Tutto questo non risolve il fatto che le nostre ferite rimangono là con il loro dolore. Le nostre ferite non sono inutili, se lasciamo che il Signore rimette insieme i pezzi della nostra vita con la Sua Grazia, perché questo avvenga dobbiamo riconoscerle le ferite e capire come reagiamo alle nostre ferite. Il cammino spirituale è quello di portare il dolore che emerge davanti al Signore, potremmo domandarci, ma il signore che cosa potrebbe dire davanti alla ferita fondamentale di non sentirci amati? Se andiamo a prendere il libro di Osea al capitolo 2 troviamo un versetto in cui il Signore dice: "amerò non amata", il suo desiderio è di amare ciascuno di noi che ci sentiamo non amati, questa ferita fondamentale che tutti ci sentiamo dentro.

Il discernimento spirituale pone una domanda: questo pensiero viene dallo spirito buono o dallo spirito cattivo? Questo pensiero viene da Dio o dal maligno? Quello che sento da che tipo di pensiero è prodotto? Da dove viene? Potrebbe venire da me.

Il discernimento è l'arte delle persone libere che prendono consapevolezza dei venti che si muovono sulla propria barca e decidono in libertà come orientare tutta questa energia. La prima condizione per poter decidere è rendersi liberi. Sant'Ignazio negli Esercizi spirituali usa la parola indifferenza, suggerendo l'immagine della bilancia che non protende più da una parte che dall'altra. Questa libertà è anche la condizione della sequela di Cristo: occorre rendersi liberi da quei legami, relazioni o averi, che molto spesso ci possiedono e ci impediscono di andare dove vorremmo veramente.

La Chiesa conosce delle regole per vivere il discernimento spirituale, per capire quello che avviene dentro di noi, e diventare più liberi e scegliere con maggiore libertà. Le regole nascono dalle profonde osservazioni di Sant'Ignazio: sono le regole della prima settimana degli Esercizi spirituali, contengono gli elementi fondamentali del discernimento per le persone che iniziano la vita spirituale. Le regole della seconda settimana sono, invece, adatte a coloro che sono già avanzati nel cammino spirituale. Sentire e riconoscere pensieri e sentimenti che hanno generato delle "mozioni".

Abbiamo poi la regola fondamentale: Quando voglio valutare da dove viene un pensiero che c'è dentro di me e che sta suscitando un certo sentimento mi devo chiedere: qual è la mia situazione? Sto andando verso me stesso, verso il mio "io" (il mio interesse, il mio orgoglio la mia sensualità) in una situazione di peccato o sto andando verso Dio? Perché a seconda di dove sto andando lo spirito buono e quello cattivo opereranno in modo differente dentro di me.

Don Giovanni Pauciullo