OMELIE DELLA I DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
Lunedì della settimana della I Domenica dopo l'Epifania
«Gesù comincia la sua giornata dal silenzio. Prima di rispondere ai bisogni degli altri, prima d'incontrare la folla custodisce la sua relazione con il Padre. Sì parte dalla preghiera, il primo vero Apostolato è la preghiera. Non trascuriamo questo appuntamento con Dio, serve a custodire la nostra amicizia, la nostra relazione personale con Dio, come ci ha ricordato recentemente Papa Leone "Senza preghiera l'Amicizia con Dio si spegne". (Papa Leone XIV)[…]».
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 12 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 1-8)
«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: "Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri", vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: "Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo"».
Omelia di Don Giovanni
«Al mattino presto Gesù si alzò e si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35)
Gesù comincia la sua giornata dal silenzio. Prima di rispondere ai bisogni degli altri, prima d'incontrare la folla custodisce la sua relazione con il Padre. Sì parte dalla preghiera, il primo vero Apostolato è la preghiera. Non trascuriamo questo appuntamento con Dio, serve a custodire la nostra amicizia, la nostra relazione personale con Dio, come ci ha ricordato recentemente Papa Leone "Senza preghiera l'Amicizia con Dio si spegne". (Papa Leone XIV) La preghiera comincia dall'ascolto della presenza dello Spirito santo, ascolto della parola di Dio. Come ci ricordava il cardinale Carlo Maria Martini nella sua prima lettera pastorale alla Diocesi, citando le parole di Clemente Rebora: "la Parola zitti chiacchiere mie". Abbiamo bisogno di coltivare l'attitudine all'ascolto, «perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori… Siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi». (Papa Leone XIV)
«Tutti ti cercano!» (Mc 1,37) È una frase che sembra piena di successo e, invece, contiene già una grande tentazione. I discepoli lo rincorrono, quasi preoccupati: la gente lo aspetta, lo vuole, ha bisogno di lui. Tutti ti cercano. È vero. Ma non è ancora tutta la verità, ciascuno ha i suoi motivi per cercare Gesù: La folla cerca Gesù perché ha delle attese legittime: guarigione, liberazione, parole che consolano, gesti che risolvono. Anche i discepoli lo cercano, ma con attese diverse: il successo della missione, la continuità del consenso, l'urgenza di non perdere l'occasione. Il rischio, però, è sottile: ridurre Gesù a ciò che gli altri si aspettano da lui. E questo rischio vale anche per noi. Quando accomodiamo il vangelo e le sue pagine più esigenti alle logiche di questo mondo, Quando le attese degli altri diventano il criterio delle nostre scelte, ciò che nasce come servizio può trasformarsi in schiavitù. Si comincia a vivere rincorrendo bisogni, richieste, urgenze, fino a non sapere più chi siamo davanti a Dio e ci svuotiamo, c'inaridiamo. Gesù non si lascia catturare. Non disprezza la folla, ma non si consegna alle sue attese. Prima di rispondere agli uomini, custodisce la sua libertà nella relazione con il Padre. Mentre "tutti lo cercano", Gesù è altrove. È nella preghiera. È nel luogo dove si ricorda chi è e da dove viene. È lì che ritrova la verità della sua missione. Qui vedo un secondo passaggio decisivo che il Vangelo ci suggerisce: non usare l'alibi del bene da fare per sottrarsi alla preghiera. Anche la pastorale, anche il servizio, anche il dono di sé possono diventare una fuga da Dio, se non nascono da un ascolto profondo del Padre.
Questa pagina evangelica ci consegna una libertà preziosa: non vivere prigioniero delle attese degli altri, neppure quando sembrano sante; e non sacrificare la preghiera sull'altare dell'urgenza. Solo chi sa stare "altrove", con Dio, può poi tornare tra gli uomini senza perdersi. Come ci ricorda Sant'Agostino: "Rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità" (De vera religione, 39,72).
Don Giovanni Pauciullo

"Senza preghiera l'Amicizia con Dio si spegne".
(Papa Leone XIV)
Martedì della settimana della I Domenica dopo l'Epifania
«C'è un dettaglio che vorrei sottoporre alla vostra attenzione: Gesù comincia il suo Ministero pubblico, dopo un fallimento apparente, dopo un arresto, dopo che una voce profetica viene messa a tacere. Dio non aspetta che le cose vadano bene per parlare. È proprio quando qualcosa si interrompe, quando una sicurezza cade, che il Vangelo inizia a risuonare.[…]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 13 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 14-20)
«In quel tempo. Dopo che Giovanni fu arrestato, il Signore Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.»
Omelia di Don Giovanni
«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio».
C'è un dettaglio che vorrei sottoporre alla vostra attenzione: Gesù comincia il suo Ministero pubblico, dopo un fallimento apparente, dopo un arresto, dopo che una voce profetica viene messa a tacere. Dio non aspetta che le cose vadano bene per parlare. È proprio quando qualcosa si interrompe, quando una sicurezza cade, che il Vangelo inizia a risuonare. La Galilea non è il centro religioso, non è Gerusalemme: è la periferia, il luogo della vita ordinaria. È lì che Dio sceglie di ricominciare, dal basso, dalle cose semplici e ordinarie della vita.
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Gesù non dice: "il tempo sto per compiersi", ma è compiuto. Il tempo non va più rincorso, non va più riempito di prestazioni. È già pieno, perché Dio è presente. La conversione non è innanzitutto fare di più, ma è un modo nuovo di guardare le cose di sempre. La conversione non nasce dallo sforzo della volontà, ma dall'accoglienza di una presenza viva che ho riconosciuto! Direi che la conversione è innanzitutto un cambio di sguardo: smettere di vivere come se Dio fosse lontano, come se la vita fosse sempre da rimandare. Credere al Vangelo significa fidarsi che adesso è il tempo buono.
«Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini».
Gesù non chiede di smettere di essere ciò che sono, ma promette una trasformazione. Non dice: "vi toglierò le reti", ma: "le vostre reti serviranno per altro". Seguire Cristo non significa perdere la propria umanità, ma lasciarla dilatare. È lo stesso gesto, la stessa vita, ma finalmente aperta a un senso più grande. Questo perché il cristianesimo non nasce da una sottrazione, ma da un compimento. Gesù non viene a ridurre l'uomo, a renderlo più piccolo, più rigido, più spirituale nel senso disincarnato del termine. Viene a portare l'umano alla sua verità più grande.
Nel Vangelo Gesù non chiede mai ai discepoli di smettere di essere uomini: mangia con loro, cammina, si stanca, prova compassione, piange. È proprio attraverso questi gesti umanissimi che Dio si rivela. Per questo seguire Cristo non è una fuga dalla nostra umanità, ma una riconciliazione profonda con essa. L'umanità che spesso difendiamo con paura — fatta di controllo, di possesso, di reti che trattengono — è in realtà un'umanità contratta. Gesù non la distrugge, ma la apre, la trasfigura. Sant'llario di Poitiers Io intuisce con grande lucidità quando insiste sul mistero dell'Incarnazione: il Figlio di Dio non assume l'umanità per correggerla dall'esterno, ma per portarla dall'interno alla sua pienezza.
«Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono».
Quel "subito" non è un gesto impulsivo. È il segno che, quando una parola è vera, trova qualcosa di pronto dentro di noi. Le reti non sono solo strumenti di lavoro: sono ciò che dà sicurezza, identità, controllo. Lasciarle non è facile, ma è possibile quando qualcuno ci mostra che la vita può essere più larga della paura di perdere.
«Vide Giacomo e Giovanni...e li chiamò. Ed essi, lasciato il padre...lo seguirono».
Qui la chiamata diventa ancora più radicale: non solo le cose, ma anche i legami più sacri. Non perché Gesù disprezzi gli affetti, ma perché nessun legame può diventare una gabbia. Seguire Cristo non sminuisce le relazioni: le libera da ogni tentazione di possesso e le restituisce come dono.
Questo Vangelo ci chiede di fidarsi del passaggio di Dio nella nostra vita, oggi, ci chiede di riconoscere il passaggio di Dio dentro la nostra vita! Gesù continua a passare sulle rive della nostra quotidianità, a guardarci, a chiamarci dentro la serialità delle nostre attività più semplici. Noi siamo disposti a lasciare qualcosa per scoprire che il Regno è già vicino?
Don Giovanni Pauciullo

Il tempo della salvezza è compiuto!
Giovedì della settimana della I Domenica dopo l'Epifania
«"Al mattino presto Gesù si alzò e si ritirò in un luogo deserto, e là pregava" (Mc 1,35). Gesù comincia la sua giornata dal silenzio. Prima di rispondere ai bisogni degli altri, prima d'incontrare la folla custodisce la sua relazione con il Padre. Si parte dalla preghiera, il primo vero Apostolato è la preghiera.[...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 15 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 35-45)
«In quel tempo. Al mattino presto il Signore Gesù si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!". E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.»
Omelia di Don Giovanni
«Al mattino presto Gesù si alzò e si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35)
Gesù comincia la sua giornata dal silenzio. Prima di rispondere ai bisogni degli altri, prima d'incontrare la folla custodisce la sua relazione con il Padre. Si parte dalla preghiera, il primo vero Apostolato è la preghiera. Non trascuriamo questo appuntamento con Dio, serve a custodire la nostra amicizia, la nostra relazione personale con Dio, come ci ha ricordato recentemente Papa Leone "Senza preghiera l'Amicizia con Dio si spegne". (Papa Leone XIV)
La preghiera comincia dall'ascolto della presenza dello Spirito santo, ascolto della parola di Dio. Come ci ricordava il cardinale Carlo Maria Martini nella sua prima lettera pastorale alla Diocesi, citando le parole di Clemente Rebora: "la Parola zittì chiacchiere mie". Abbiamo bisogno dicoltivare l'attitudine all'ascolto, «perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori… Siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi». (Papa Leone XIV)
«Tutti ti cercano!» (Mc 1,37)
È
una frase che sembra piena di successo e, invece, contiene già una grande
tentazione. I discepoli lo rincorrono, quasi preoccupati: la gente lo aspetta,
lo vuole, ha bisogno di lui. Tutti ti cercano. È vero. Ma non è ancora
tutta la verità, ciascuno ha i suoi motivi per cercare Gesù: La
folla cerca Gesù perché ha delle attese legittime: guarigione, liberazione, parole
che consolano, gesti che risolvono. Anche i discepoli lo cercano, ma con attese
diverse: il successo della missione, la continuità del consenso, l'urgenza di
non perdere l'occasione. Il rischio,
però, è sottile: ridurre Gesù a ciò che gli altri si aspettano da lui.
E questo rischio vale anche per noi. Quando accomodiamo il vangelo e le sue
pagine più esigenti alle logiche di questo mondo. Quando le attese degli altri
diventano il criterio delle nostre scelte, ciò che nasce come servizio può
trasformarsi in schiavitù. Si comincia a vivere rincorrendo
bisogni, richieste, urgenze, fino a non sapere più chi siamo davanti a Dio e ci
svuotiamo, c'inaridiamo. Gesù non si lascia catturare. Non disprezza la folla, ma non si consegna
alle sue attese. Prima di rispondere agli uomini, custodisce la sua
libertà nella relazione con il Padre. Mentre "tutti lo cercano", Gesù è altrove.
È nella preghiera. È nel luogo dove si ricorda chi è e da dove viene. È lì che
ritrova la verità della sua missione.
Qui vedo un secondo passaggio decisivo che il Vangelo ci suggerisce: non usare
l'alibi del bene da fare per sottrarsi alla preghiera. Anche la
pastorale, anche il servizio, anche il dono di sé possono diventare una fuga da
Dio, se non nascono da un ascolto profondo del Padre.
Questa pagina evangelica ci consegna una libertà preziosa: non vivere prigioniero delle attese degli altri, neppure quando sembrano sante; e non sacrificare la preghiera sull'altare dell'urgenza. Solo chi sa stare "altrove", con Dio, può poi tornare tra gli uomini senza perdersi. Come ci ricorda Sant'Agostino: «Rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità» (De vera religione, 39,72).
Don Giovanni Pauciullo

«Rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità»
(De vera religione, 39,72).
Venerdì della settimana della I Domenica dopo l'Epifania
«Il vangelo risponde alla domanda della folla: "Chi è costui?" Il Vangelo di Marco risponde: Gesù è colui che perdona. La prima cosa che fa il Signore in Marco è quella di perdonare perché perdonare è il potere di Dio, ciò che Gesù è venuto a portare sulla terra è il potere del perdono, quel potere che fa camminare l'uomo invece che giudicarlo, inchiodarlo al suo male, lo sblocca: fa camminare il paralitico all'inizio del capitolo. Poi vediamo che chiama Levi il peccatore, non solo perdona, ma il peccatore è chiamato all'intimità con Dio [...]».
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 16 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 2, 13-14. 23-28)
«In quel tempo. Il Signore Gesù uscì lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: "Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?". Ed egli rispose loro: "Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell'offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!". E diceva loro: "Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato"».
Omelia di Don Giovanni
Il vangelo risponde alla domanda della folla: "Chi è costui?" Il Vangelo di Marco risponde: Gesù è colui che perdona. La prima cosa che fa il Signore in Marco è quella di perdonare perché perdonare è il potere di Dio, ciò che Gesù è venuto a portare sulla terra è il potere del perdono, quel potere che fa camminare l'uomo invece che giudicarlo, inchiodarlo al suo male, lo sblocca: fa camminare il paralitico all'inizio del capitolo. Poi vediamo che chiama Levi il peccatore, non solo perdona, ma il peccatore è chiamato all'intimità con Dio. Non è escluso, non è semplicemente perdonato, è chiamato, addirittura Gesù si ferma a casa sua e mangia con lui, cioè Gesù entra in intimità con lui. È chiamato all'intimità con il Signore.
Ora in questo brano ci viene rivelato che Gesù il "Figlio dell'uomo" è il Signore del sabato. La scena è molto semplice, ci sono dei campi seminati che ormai germogliano ed hanno il grano maturo. Siamo quindi verso Pasqua, in Israele è la stagione in cui matura il grano. C'è un campo seminato che germoglia, i discepoli che camminano, Gesù è con loro e i Discepoli mangiano cogliendo spighe. Come vedete ci sono dei simboli molto grossi, il primo è il sabato. Il sabato (shabat) nella cultura biblica è il giorno della festa e il grande desiderio dell'uomo è di raggiungere la festa, cioè di raggiungere Dio, la pienezza di vita. In Israele il sabato era ed è regolato ancora da leggi molto precise, in cui non si può lavorare, non si può far niente. Perché? Perché il sabato è il giorno del riposo di Dio, in cui si gioisce e basta, è finita la fatica, è finito il lavoro, si usufruisce semplicemente del frutto del lavoro, si gioisce della presenza di Dio. L'uomo è fatto per raggiungere il settimo giorno, cioè per raggiungere Dio e il senso del riposo è questo, non c'è nulla da fare, è già tutto fatto.
Vuol dire che l'uomo non è semplicemente ciò che produce, non siamo solo i nostri risultati, il Sabato, anzi l'uomo è fatto alla fine per riposare e gioire. Le relazioni non le produci, le accogli, l'altro non lo produci, lo accogli, tutta la vita non la produci, la accogli. Quindi le dimensioni più profonde sono preservate dal sabato, che è il senso della vita. Perché si vive e si lavora? Per gioire e per godere della festa, per stare in relazione, riposare, per avere la pienezza di vita.
Ogni legge vale nella misura in cui aiuta l'uomo a vivere. La legge è data per la vita, non per la morte. La legge non è fatta per punire nessuno, quindi è un ridimensionare la legge, cioè ogni legge è in funzione dell'uomo, non l'uomo in funzione della legge.
Don Giovanni Pauciullo

