Omelie della II settimana di Avvento
Lunedì della II settimana di Avvento
«Gesù descrive la sua generazione come bambini seduti in piazza che non sanno più entrare nel gioco. E una fotografia sorprendentemente attuale: tanta vita intorno, tante possibilità, e tuttavia una specie di torpore interiore che ci rende difficili, sospettosi, sempre "altrove". Il Signore non parla a chi è lontano, ma a chi, pur essendo vicino, non riesce più a lasciarsi toccare dalla Grazia, non riesce più a lasciarsi sorprendere dall'intervento di Dio, dai segni con cui Dio cerca di parlare alla nostra vita.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 24 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 16-24)
«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!". È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: "Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori". Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie". Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: "Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!".»
Omelia di Don Giovanni
Gesù descrive la sua generazione come bambini seduti in piazza che non sanno più entrare nel gioco. E una fotografia sorprendentemente attuale: tanta vita intorno, tante possibilità, e tuttavia una specie di torpore interiore che ci rende difficili, sospettosi, sempre "altrove". Il Signore non parla a chi è lontano, ma a chi, pur essendo vicino, non riesce più a lasciarsi toccare dalla Grazia, non riesce più a lasciarsi sorprendere dall'intervento di Dio, dai segni con cui Dio cerca di parlare alla nostra vita. Una generazione - dice il Signore - che non sa più né piangere né danzare. Una generazione che ha perso la capacità di reagire, di sentire, di commuoversi. Appiattiti, storditi emotivamente, in una parola "chiusi". Quando il cuore non vuole lasciarsi toccare, tutto diventa pretesto per giustificare la propria immobilità. Questa è forse la forma più sottile di resistenza a Dio: non l'aver sbagliato, ma l'aver smesso di aspettare qualcosa da Lui.
È un'immagine che ci riguarda più di quanto vorremmo. Quante volte anche noi attraversiamo momenti in cui nulla sembra parlarci davvero: né la severità di Giovanni, né la tenerezza di Gesù. Ci difendiamo, ci giustifichiamo, restiamo immobili, come se la vita dovesse convincerci con qualche prova in più prima di muovere un passo. Ma il Signore oggi ci ricorda che la Grazia non può entrare in un cuore che resta chiuso e indisponibile. Non perché Dio non sia abbastanza forte, ma perché la libertà che ci ha donato è sacra, è troppo preziosa per essere forzata.
Gesù pronuncia le parole dure rivolte a Corazin, Betsaida e Cafarnao. Sono città "benedette": hanno visto miracoli, ascoltato parole, vissuto la vicinanza di Dio. Eppure tutto questo non ha prodotto una vera apertura. Il Signore non giudica il loro peccato, ma la loro incapacità di riconoscere e accogliere il dono. È un passaggio che ci interroga profondamente. Quanta grazie abbiamo ricevuto nella nostra vita (incontri, perdoni, intuizioni, consolazioni...) e quante volte tutto è rimasto in superficie, senza scendere fino al punto dove cambiano davvero le scelte e gli affetti. Dio non ci chiede la perfezione, ma un sì che permetta alla luce di entrare. Spesso pensiamo che per convertirci serva una vita migliore, più ordinata, più spirituale. Ma Gesù non chiede questo. Chiede solo di non sprecarci. Di non restare a metà. Di non lasciar passare invano i momenti in cui la sua presenza si fa più vicina. La conversione evangelica non è uno sforzo titanico, ma un gesto semplice: accogliere ciò che abbiamo già visto e ascoltato, senza scappare. Fare spazio alla bellezza che abbiamo intravisto!
Don Giovanni Pauciullo

Signore Gesù, apri il nostro cuore alla speranza che ci trasfigura!
Martedì della II settimana di Avvento
«Il Vangelo di oggi ci mostra una scena paradossale: mentre attorno a Gesù cresce l'ostilità — «i farisei tennero consiglio contro di lui per farlo morire» — il Signore non reagisce con durezza, non risponde colpo su colpo. Si ritira. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. [...] il male si vince non con la potenza, ma con la pazienza umile; non con l'alzare la voce, ma con l'ascolto; non con la pressione, ma con la forza della mitezza.»
(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 25 novembre 2025)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 14-21)
«Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.
Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni.»
Omelia di Don Giovanni
Il Vangelo di oggi ci mostra una scena paradossale: mentre attorno a Gesù cresce l'ostilità — «i farisei tennero consiglio contro di lui per farlo morire» — il Signore non reagisce con durezza, non risponde colpo su colpo. Si ritira. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. È il movimento di chi sa che la violenza genera altra violenza, mentre il bene ha bisogno di silenzi, di distanze, di tempi lunghi. L'evangelista vede in questo gesto la realizzazione della profezia di Isaia: un Servo mite, che non spezzerà la canna incrinata né spegnerà il lucignolo fumigante. E qui ci si ferma un momento, perché quella canna fragile e quel lucignolo che fuma siamo noi: La nostra incoerenza, le nostre fatiche, i nostri inizi interrotti, le fragilità che ci sovrastano, quel bene che sembra non decollare mai… Tutto questo non è motivo di condanna agli occhi di Dio. La dimensione della nostra precarietà e inadeguatezza è il luogo dove Egli ama rimettere mano al lavoro della Grazia. Gesù è il Servo che non forza, non umilia, non calpesta. Non pretende un raccolto dove non c'è ancora la semina; non chiede perfezione, ma disponibilità. E così ci insegna una cosa preziosa: il male si vince non con la potenza, ma con la pazienza umile; non con l'alzare la voce, ma con l'ascolto; non con la pressione, ma con la forza della mitezza. Forse anche noi oggi siamo chiamati a "ritirarci" da qualche lotta inutile, da un modo di reagire impulsivo, da una parola che vuole sempre avere ragione. Non per rinunciare alla verità, ma per custodirla. Perché la giustizia di Dio — dice il profeta — non verrà proclamata gridando, ma portata con delicatezza, con mani che sostengono, con occhi che vedono in ogni fragilità affidata a Dio un futuro possibile. E allora questa Parola ci rimette dentro uno stile: lo stile di Gesù. Mitezza che non è debolezza, ma forza che sa aspettare. Delicatezza che non è timidezza, ma coraggio di amare senza possedere. Speranza che non si appoggia sui risultati, ma sulla fedeltà di Dio. Lasciamoci prendere per mano da questo Servo mite. Perché proprio lì, dove ci sentiamo canna incrinata o lucignolo fumigante, Egli sta iniziando un'opera nuova.
Don Giovanni Pauciullo

Donaci Signore la mitezza, forza tenace che sa aspettare.
Mercoledì della II settimana di Avvento
«La pagina di Vangelo ci presenta, oggi, un uomo prigioniero cieco, muto, posseduto da uno spirito che gli impedisce di vedere e di parlare. È l'immagine di un'umanità bloccata, incapace di orientarsi e di comunicare […] e noi riconosciamo in questo uomo molti tratti del nostro cuore […] L' Avvento è proprio questo: l'avvicinarsi di Dio, che si china sulla nostra incompiutezza perché non sopporta che viviamo a metà. Dio accetta di farsi vicino perché siamo bloccati, mentre desidera e sogna per noi giorni lieti e liberati da tutto ciò che ci tiene schiavi.»
(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 26 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 22-32)
«In quel tempo fu portato a Gesù un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. Tutta la folla era sbalordita e diceva: "Che non sia costui il figlio di Davide?". Ma i farisei, udendo questo, dissero: "Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni". Egli però, conosciuti i loro pensieri, disse loro: "Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina e nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi. Ora, se Satana scaccia Satana, è diviso in se stesso; come dunque il suo regno potrà restare in piedi? E se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Come può uno entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega? Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell'uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro.»
Omelia di Don Giovanni
La pagina di Vangelo ci presenta, oggi, un uomo prigioniero cieco, muto, posseduto da uno spirito che gli impedisce di vedere e di parlare. È l'immagine di un'umanità bloccata, incapace di orientarsi e di comunicare e noi riconosciamo in questo uomo molti tratti del nostro cuore: zone non ancora del tutto illuminate dalla bellezza del vangelo, parole non dette, relazioni che hanno perso sapore, comunicazioni interrotte. Gesù entra in questa oscurità e restituisce a quell'uomo la vista e la parola. L' Avvento è proprio questo: l'avvicinarsi di Dio, che si china sulla nostra incompiutezza perché non sopporta che viviamo a metà. Dio accetta di farsi vicino perché siamo bloccati, mentre desidera e sogna per noi giorni lieti e liberati da tutto ciò che ci tiene schiavi.
Ma il Vangelo ci mette davanti un rischio spirituale: di fronte al bene che Cristo compie, alcuni non si aprono, non si lasciano sorprendere, ma reagiscono con sospetto, oppongono resistenza, attribuendo l'opera dello Spirito Santo al nemico. È la tentazione del cuore indurito: difendersi dal bene quando il bene ci supera; giudicare ciò che non comprendiamo; preferire la nostra interpretazione alle opere di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non è un singolo peccato, ma una chiusura costante: è il rifiuto ostinato della luce quando la luce ci raggiunge; è la scelta di non voler essere guariti. È l'autoesclusione dal Mistero di Dio che vuole entrare per salvarci e che noi lasciamo sulla soglia.
Nelle parole di Gesù la bestemmia contro lo Spirito Santo appare come qualcosa di irrimediabile: «non sarà perdonata». Non perché Dio sia incapace di perdonare, ma perché l'uomo può chiudersi al punto da rifiutare proprio la mano che lo potrebbe rialzare. La Sacra Scrittura ci mostra che lo Spirito Santo è Colui che fa vedere e fa riconoscere l'opera di Dio. È la luce interiore che convince il cuore, che lo porta alla verità e apre la porta del perdono. Bestemmiare contro lo Spirito, allora, significa rigettare la verità che ci raggiunge, attribuire il bene al male, rifiutare la possibilità stessa della misericordia mentre essa ci visita. È come dire: «Non voglio che Dio mi perdoni. Non voglio che mi converta. Non gli permetterò di toccare questa parte della mia vita.» Per questo la Chiesa insiste: il peccato contro lo Spirito Santo non è un limite alla misericordia di Dio, ma un limite che l'uomo mette al proprio cuore.
E allora questa pagina ci chiede: stiamo permettendo al Signore di aprire gli occhi e la bocca del nostro cuore? O stiamo resistendo, magari nascondendoci dietre le nostre letture, ai nostri schemi, ai nostri timori, alle nostre rigidità? E se oggi sentiamo nel cuore un punto di resistenza, un luogo dove è difficile lasciar fare a Dio, non spaventiamoci. Consegniamoglielo. Perché lo Spirito non entra a forza: entra dove trova un varco, anche piccolo, anche timido. Che questo avvento sia allora il tempo in cui smettiamo di difenderci dalla luce e iniziamo a desiderarla. Il tempo in cui il Signore non passi invano, ma passi...e finalmente ci trovi con gli occhi aperti e il cuore disponibile, pronti a riconoscere il suo volto che viene.
Don Giovanni Pauciullo

Dio sogna per te
piena libertà e gioia!
Giovedì della II settimana di Avvento
«La Parola del Vangelo è severa, inesorabile, ma Gesù non ci parla per spaventarci, ma per liberarci. Ci invita a tornare a quella sorgente segreta da cui nascono le nostre parole e inostri gesti: il cuore. […] Forse oggi il Signore ci chiede di ascoltare con più attenzione ciò che sgorga dalle nostre labbra, di valutare la qualità delle nostre parole, di verificare se le nostre parole edificano e danno vita o mortificano e tolgono vita!»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni del 27 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 33-37)
«Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato".»
Omelia di Don Giovanni
"Dai frutti si riconosce l'albero".
La Parola del Vangelo è severa, inesorabile, ma Gesù non ci parla per spaventarci, ma per liberarci. Ci invita a tornare a quella sorgente segreta da cui nascono le nostre parole e inostri gesti: il cuore. Perché - dice - la bocca parla dalla pienezza del cuore. Non è un rimprovero: è una rivelazione. È come se Gesù ci dicesse: "Non accontentarti di aggiustare le foglie: lascia che sia il tuo cuore a essere toccato/ guarito/ visitato da me."
Tante volte ci accorgiamo che quello che diciamo ferisce, divide, pesa, genera tristezza. E allora ci difendiamo, ci giustifichiamo, ci nascondiamo dietro un "non volevo…". Ma il Vangelo ci chiede un coraggio diverso : lasciarci raggiungere nel punto in cui le parole nascono, quel punto fragile dove custodiamo paure, rigidità, desideri, rancori e attese.
Il giudizio che Gesù annuncia non è un tribunale da temere, ma è luogo di Verità, quella verità che finalmente verrà alla luce: tutto ciò che in noi è amato, visitato da Dio, diventa buono, genera vita, edifica il bene, dà frutto; ciò che resta chiuso, inacidito, toglie vita, non riesce a portare frutto.
Forse oggi il Signore ci chiede di ascoltare con più attenzione ciò che sgorga dalle nostre labbra, di valutare la qualità delle nostre parole, di verificare se le nostre parole edificano e danno vita o mortificano e tolgono vita ! Per capire dove il cuore ha ancora bisogno di essere guarito. Ogni parola buona, ogni gesto mite, ogni scelta di bene è un piccolo frutto che dice che l'albero sta crescendo. E ogni parola dura, ogni mormorazione, ogni giudizio affrettato è un appello a tornare da Lui, a lasciarci rifare dentro.
Il Vangelo ci consegna una verità semplice e audace: il cuore che si lascia abitare da Cristo non può che dare frutti buoni. Chiediamo allora la grazia non di controllare tutto, ma di aprirci totalmente a Dio: perché dove il cuore respira il Vangelo, anche le parole - piccole, quotidiane, fragili - diventano profezia di vita nuova, capaci di generare il bene.
Don Giovanni Pauciullo

Un cuore abitato dalla mitezza di Cristo porta molto frutto
Venerdì della II settimana di Avvento
«Nel Vangelo che la liturgia Ambrosiana oggi ci consegna, i farisei chiedono a Gesù un segno. Ma Gesù risponde che non verrà dato altro segno se non quello di Giona. È sorprendente: mentre noi vorremmo che Dio ci parlasse in modo eclatante, che ci rassicurasse con qualcosa di straordinario, il Vangelo ci invita a riconoscere che il segno è già qui, ma spesso non lo vediamo perché non ha la forma che ci aspettiamo. […] L' Avvento ci chiede proprio questo movimento interiore: non attendere un Dio che ci sorprenda dall'esterno, ma svegliare in noi la disponibilità a lasciarci raggiungere da Colui che è già presente.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 28 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 38-42)
«Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: "Maestro, da te vogliamo vedere un segno". Ed egli rispose loro: "Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!»
Omelia di Don Giovanni
Nel Vangelo che la liturgia Ambrosiana oggi ci consegna, i farisei chiedono a Gesù un segno. Ma Gesù risponde che non verrà dato altro segno se non quello di Giona. È sorprendente: mentre noi vorremmo che Dio ci parlasse in modo eclatante, che ci rassicurasse con qualcosa di straordinario, il Vangelo ci invita a riconoscere che il segno è già qui, ma spesso non lo vediamo perché non ha la forma che ci aspettiamo.
Ninive si converte ascoltando la predicazione di un profeta riluttante; la regina del Sud parte da lontano per cercare una sapienza che non conosceva. E noi, che abbiamo Cristo, rischiamo di restare fermi. L' Avvento ci chiede proprio questo movimento interiore: non attendere un Dio che ci sorprenda dall'esterno, ma svegliare in noi la disponibilità a lasciarci raggiungere da Colui che è già presente.
Sant'Agostino ci ricorda: 'Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me e io fuori. "È questo il dramma che l 'Avvento vuole guarire: Dio è vicino, è già alla porta del cuore… ma noi continuiamo a cercarlo altrove, chiedendo segni quando abbiamo già il Signore che ci parla attraverso la Parola di Dio, l'Eucarestia, la Grazia dei Sacramenti, il raccoglimento della preghiera personale, gli incontri, gli accadimenti che portano il profumo della Divina Provvidenza, il tempo che viviamo.
Il segno di Giona è il segno dell'amore che scende negli abissi e ne risale. È la profezia della Pasqua. È il modo di Dio di farsi riconoscere: non con rumore, ma con una vita consegnata, con una luce che attraversa la notte. Dio non ci salva evitando la notte, ma attraversandola con noi. Il segno di Giona custodisce anche una rivelazione ulteriore: Giona non vuole andare e non vuole realizzare la Missione che Dio gli ha affidato, ha paura, fugge, protesta. Eppure Dio lo usa proprio così com'è. Questo è un segno anche per noi: Dio salva nonostante le nostre riluttanze, resistenze e paure. Dio opera anche attraverso le nostre fragilità e permette che la sua Misericordia raggiunga anche chi non pensiamo possa accoglierla.
Allora forse, oggi, il Vangelo ci invita a un Avvento più semplice e più vero: smettere di chiedere a Dio prove della sua presenza e chiedere invece al nostro cuore di aprirsi alla sua presenza silenziosa, mite, umile e discreta già vicina a noi. Perché il Signore non viene con miracoli che impressionano, ma con la stessa umiltà con cui è venuto a Betlemme: silenzioso, nascosto, eppure capace di rovesciare tutto. Che questo tempo di attesa ci insegni a riconoscere il segno che già ci abita: il desiderio di Lui, che è forse il più grande miracolo che portiamo dentro.
Don Giovanni Pauciullo

