Prima di essere pastori siamo tralci

Liberare il ministero dalla cultura della prestazione

Dalla cultura della prestazione alla comunione del presbiterio

Le ferite del ministero come domanda rivolta alla Chiesa

Ci sono momenti nei quali una Chiesa deve avere il coraggio di sostare davanti alle proprie ferite. Non per cercare immediatamente spiegazioni né per individuare responsabilità individuali, ma per lasciarsi interrogare da ciò che quelle ferite rivelano. Quando un presbitero attraversa una crisi profonda, quando un sacerdote generoso arriva a sperimentare una forma di esaurimento interiore, quando alcuni confratelli vivono una fatica ministeriale che mette in discussione il senso stesso della propria vocazione, fino ad arrivare anche a gesti drammatici che feriscono profondamente la comunità ecclesiale, non possiamo considerare questi eventi soltanto come vicende personali.

Certamente ogni storia possiede una propria unicità. Ogni persona porta con sé una biografia, una sensibilità e una fragilità proprie. Tuttavia, la saggezza pastorale chiede alla Chiesa di porsi anche una domanda più ampia: che cosa stanno rivelando queste sofferenze sul modo in cui oggi pensiamo, formiamo e accompagniamo il ministero presbiterale? Alcune ferite chiedono infatti non soltanto di essere curate nelle loro conseguenze, ma anche di essere ascoltate come un interrogativo rivolto alla comunità ecclesiale. Esse invitano a un discernimento sulle cause profonde, sulle culture implicite e sui modelli di ministero che abbiamo interiorizzato e trasmesso. Perché anche noi presbiteri siamo figli del nostro tempo. Ma occorre aggiungere qualcosa di più: anche il nostro presbiterio è figlio del tempo che abitiamo.

Anche il presbiterio dentro la cultura del nostro tempo

Non siamo estranei alle dinamiche culturali della società nella quale viviamo. Siamo chiamati ad annunciare il Vangelo al mondo, ma continuiamo a essere uomini immersi nella storia, attraversati dalle stesse domande, dalle stesse paure e dalle stesse tentazioni che abitano gli uomini e le donne del nostro tempo. Anche il presbiterio, come realtà ecclesiale, può respirare inconsapevolmente alcune logiche culturali dominanti. Non soltanto il singolo sacerdote può esserne condizionato; anche il modo con cui interpretiamo la pastorale, valutiamo la fecondità di un ministero e riconosciamo il valore di un confratello può essere progressivamente influenzato da criteri che non sempre coincidono con quelli evangelici. Uno dei fenomeni più significativi della nostra epoca è quello che diversi sociologi hanno descritto come il passaggio dalla società del dovere alla società della prestazione. L'uomo contemporaneo non è più soltanto colui al quale viene imposto qualcosa dall'esterno; è spesso colui che interiorizza l'obbligo di migliorarsi continuamente, di essere più efficiente, più competente, più realizzato. Byung-Chul Han ha mostrato come l'uomo della società contemporanea rischi di diventare contemporaneamente vittima e controllore di se stesso: non è più soltanto un'autorità esterna a chiedergli sempre di più, ma egli stesso vive sotto la pressione continua di dover dimostrare il proprio valore. La fatica nasce allora non soltanto dall'eccesso di lavoro, ma dalla percezione persistente di non essere mai abbastanza.

Quando il ministero diventa una misura del proprio valore

Questa dinamica può entrare anche nella vita sacerdotale. Un presbitero può iniziare il proprio ministero con un autentico desiderio di donazione e, lentamente, senza rendersene conto, trasformare quel desiderio in una necessità di dimostrare il proprio valore attraverso ciò che realizza. La domanda interiore può diventare: «Sto facendo abbastanza?» È una domanda che può nascere anche da una sincera generosità, ma che rischia di consumare il cuore quando diventa il criterio ultimo con cui valutare la propria vita. Il sacerdote può allora arrivare a misurarsi attraverso le attività sostenute, il numero delle persone coinvolte, i progetti realizzati, le emergenze affrontate, la disponibilità continua verso ogni richiesta. Il ministero, che dovrebbe essere il luogo nel quale si manifesta una grazia ricevuta, può trasformarsi inconsapevolmente nel luogo nel quale si cerca una conferma del proprio valore.

Fare pastorale o lasciarsi fare dal Vangelo?

Questo è un passaggio delicato che richiede una considerazione attenta. Il problema non è il fare pastorale. L'impegno, la dedizione e la responsabilità verso le comunità affidate sono parte integrante del ministero sacerdotale. Il problema nasce quando il fare pastorale perde la sua sorgente. Un sacerdote può donarsi molto e, nello stesso tempo, dimenticare lentamente di essere anche lui un uomo chiamato a ricevere. Può accompagnare molte persone e non permettere più a nessuno di accompagnare lui. Può annunciare la grazia e vivere interiormente come se tutto dipendesse soltanto dalle proprie energie. Il rischio, allora, è che il ministero, invece di essere il luogo nel quale si rende visibile l'opera di Dio, diventi il luogo nel quale il sacerdote cerca inconsapevolmente la conferma della propria identità. Questa dinamica, tuttavia, non riguarda soltanto il singolo presbitero. Riguarda anche il presbiterio nel suo insieme.

La tentazione di misurare la fecondità secondo criteri mondani

Esiste infatti il rischio di un condizionamento reciproco nel quale, quasi senza accorgersene, i sacerdoti finiscono per valutare se stessi e i confratelli secondo criteri vicini alla mentalità della prestazione. Alcuni ministeri possono apparire più importanti perché accompagnati da risultati visibili, crescita numerica, riconoscimenti, incarichi o apprezzamenti. Altri servizi, più nascosti e meno facilmente misurabili, rischiano invece di essere percepiti come meno significativi. Può così insinuarsi una sorta di gerarchia implicita della fecondità pastorale: vale di più chi costruisce opere più grandi, chi ottiene risultati più evidenti, chi riceve maggiori responsabilità o riconoscimenti. Ma questa non è la misura del Vangelo.

La misura evangelica della fecondità

La storia della Chiesa è piena di sacerdoti la cui fecondità è rimasta nascosta agli occhi degli uomini: uomini che hanno semplicemente ascoltato, accompagnato, celebrato, pregato, visitato e custodito persone nella fragilità quotidiana. Nessuno forse ha scritto il loro nome nei racconti ufficiali, ma attraverso la loro fedeltà il Regno di Dio è cresciuto. La logica evangelica non coincide con quella del successo, ma con quella del dono. Il chicco di grano non porta frutto perché appare, ma perché accetta di essere consegnato alla terra. Per questo la conversione necessaria oggi non riguarda soltanto i singoli presbiteri, ma anche la cultura del presbiterio e il modo con cui la Chiesa accompagna i suoi ministri. Anche i vescovi, i responsabili della formazione e coloro che hanno il compito del governo pastorale sono chiamati a un serio discernimento. Una Chiesa che annuncia che ogni persona vale perché amata da Dio non può valutare implicitamente i suoi ministri soltanto sulla base della loro efficienza.

Dobbiamo avere il coraggio di porci alcune domande:

Stiamo formando sacerdoti capaci di fare molte cose o sacerdoti capaci di rimanere in Cristo?

Stiamo generando ministri che sostengono molte attività o uomini spirituali capaci di generare vita?

Stiamo accompagnando i presbiteri soltanto quando emergono problemi o stiamo realmente custodendo la loro umanità e la loro relazione con Dio?

Rimanere in Cristo: la sorgente del ministero

Forse abbiamo bisogno di ritornare con maggiore radicalità alle parole di Gesù: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,4-5). Questa parola dovrebbe essere il centro della spiritualità di ogni presbitero e del presbiterio insieme al proprio Vescovo. Il Signore affida il Vangelo ai suoi ministri, ma non chiede loro di sostituirsi a Lui. Il sacerdote non è colui che salva la Chiesa attraverso il proprio attivismo; è colui che lascia passare, nella propria povertà trasfigurata dalla grazia, la forza di Cristo. Abbiamo bisogno di pastori non invulnerabili e non privi di fragilità, ma riconciliati con la propria umanità. Uomini capaci di chiedere aiuto, di riconoscere i propri limiti, di lasciarsi accompagnare e di abitare la propria fragilità senza vergogna. Il Vangelo non è affidato a uomini senza ferite, ma a uomini che hanno imparato a consegnare le proprie ferite al Signore. La riforma più profonda del ministero presbiterale forse passa anche da qui: non dal fare sempre di più, ma dal ritornare alla sorgente. Prima di essere pastori siamo tralci. E solo chi rimane nella vite può davvero portare frutto.

Ritornare al presbiterio: dalla somma dei ministri alla comunione di una chiamata

Forse proprio dentro la fatica del nostro tempo emerge una chiamata decisiva per la Chiesa: tornare a riscoprire il presbiterio. Non semplicemente come una struttura organizzativa, non come un insieme di sacerdoti appartenenti alla medesima diocesi, non come un organismo convocato per momenti istituzionali. Il presbiterio appartiene alla natura stessa del ministero ordinato: è il luogo nel quale una grazia ricevuta personalmente viene riconosciuta come una grazia condivisa. Prima ancora di essere uomini chiamati a svolgere un compito, siamo uomini che hanno ricevuto insieme una chiamata. Prima ancora di essere responsabili di comunità differenti, siamo fratelli generati dal medesimo dono sacramentale e inviati dallo stesso Signore. Forse una delle povertà del nostro tempo è proprio questa: il rischio di vivere il ministero presbiterale secondo una forma sempre più individuale. Ogni sacerdote con il proprio territorio, le proprie responsabilità, le proprie fatiche, le proprie urgenze. Così può accadere che ciò che dovrebbe essere comunione di vocazione venga progressivamente ridotto a una vicinanza funzionale: sacerdoti che collaborano quando è necessario, ma che non sempre vivono la profondità della fraternità alla quale sono stati chiamati. Il presbiterio, invece, non nasce dalla semplice esigenza di coordinare il lavoro pastorale. Nasce dal mistero della Chiesa. Il sacerdote non viene ordinato per una missione privata, quasi fosse un incarico affidato a un singolo individuo, ma viene inserito dentro un corpo.

La fraternità presbiterale non è quindi un elemento accessorio della vita sacerdotale, una pratica da coltivare quando rimane tempo. È una dimensione costitutiva del ministero stesso.

Il sacerdote riceve una missione personale, ma non una missione individuale. La sua responsabilità è unica, ma non solitaria. Il ministero appartiene alla forma comunionale della Chiesa, perché il Vangelo stesso non è un possesso da amministrare, ma un dono ricevuto e trasmesso dentro una relazione.

Il presbiterio come luogo nel quale il peso viene condiviso

Per questo, davanti alle sfide del presente, abbiamo bisogno di tornare a riflettere sul presbiterio: sulle sue fatiche e sulle sue ferite, ma anche sulla sua straordinaria possibilità spirituale. Un presbiterio vivo può essere una delle risorse più preziose che lo Spirito offre alla Chiesa in questo tempo. Non perché elimini automaticamente le difficoltà, ma perché restituisce al sacerdote una verità essenziale: nessuno è chiamato a portare da solo il peso della missione. La cultura della prestazione tende ad isolare. Spinge ciascuno a dimostrare il proprio valore, a difendere il proprio spazio, a rendere visibile la propria efficacia, talvolta generando una competizione sottile e non sempre consapevole.

Il Vangelo segue un'altra logica. Ricorda che la fecondità nasce dalla relazione, che il ministero non è una proprietà personale, ma un dono ricevuto dentro un popolo e dentro una fraternità. Per questo occorre chiedersi se il presbiterio sia ancora realmente il luogo nel quale un sacerdote può condividere non soltanto ciò che fa, ma ciò che vive. Non solo i programmi pastorali, i risultati ma anche le domande interiori, le fatiche, i fallimenti. Il presbiterio è ancora un luogo di comunione e di dialogo dover potersi confrontare anche sulle ferite, le inadeguatezze, le fragilità, senza sentirsi giudicati?
Un presbiterio non è autentico quando tutti sono semplicemente efficienti insieme. È autentico quando i fratelli possono sostenersi nella verità.

La fraternità presbiterale non richiede sacerdoti senza fragilità, ma uomini che non debbano più nascondere la propria fragilità per essere accolti. La comunione non nasce dalla perfezione dei suoi membri, ma dalla comune dipendenza dalla Grazia del Sacramento ricevuto.

Il Vescovo e il presbiterio: una comunione generativa

Dentro questa prospettiva anche il rapporto con il Vescovo trova la sua profondità più vera. Il Vescovo non è soltanto colui che coordina una realtà pastorale o garantisce un ordine organizzativo. Il suo compito fondamentale è custodire la comunione. Egli è chiamato a presiedere una fraternità nella quale il ministero di ciascuno non viene semplicemente sommato a quello degli altri, ma riconosciuto come parte di un unico dono ecclesiale.

Insieme al Vescovo, il presbiterio è chiamato a riconoscere la bellezza e la responsabilità di essere stati chiamati insieme a servire il mistero della Chiesa. Forse una delle conversioni pastorali più necessarie oggi consiste proprio nel passaggio da una visione nella quale ogni sacerdote cerca di sostenere individualmente la propria missione a una visione nella quale il presbiterio diventa realmente soggetto della missione.

Non si tratta soltanto di organizzare meglio la collaborazione. Si tratta di riscoprire una verità più profonda: la comunione non è uno strumento per rendere più efficace il lavoro pastorale; è già una forma del Vangelo annunciato. Abbiamo bisogno di lavorare, riflettere, pregare e approfondire ciò che significa essere presbiterio. Non come un tema teorico, ma come una domanda decisiva per il futuro della Chiesa. Perché un tempo difficile non si attraversa soltanto aumentando gli sforzi individuali. Si attraversa ritornando alle sorgenti della comunione.

Il presbiterio è una di queste sorgenti. È un dono antico e sempre attuale, attraverso il quale lo Spirito continua a sostenere la Chiesa nel suo cammino. Ogni tempo nel quale lo Spirito opera può diventare un tempo fecondo. Forse oggi abbiamo bisogno di ricordare ciò che troppo facilmente dimentichiamo: non siamo soltanto preti che lavorano insieme. Siamo fratelli che sono stati chiamati insieme all'unica missione.

Quando il presbiterio rischia di smarrire la semantica spirituale

Dentro questa riflessione occorre avere anche il coraggio di porre una domanda più scomoda: il presbiterio è ancora percepito dai presbiteri come un dono oppure, talvolta, viene vissuto prevalentemente come un ulteriore peso? Non è una domanda polemica e non nasce dal desiderio di attribuire responsabilità. È una domanda di discernimento ecclesiale. Perché può accadere che una realtà nata per custodire la comunione venga percepita come una struttura esterna, un adempimento, un luogo nel quale si ricevono indicazioni più che un ambito nel quale si sperimenta una fraternità generata dal sacramento. Forse una delle difficoltà del nostro tempo sta proprio qui: abbiamo ancora il linguaggio istituzionale del presbiterio, ma rischiamo talvolta di perdere la sua grammatica spirituale. Il presbiterio non è anzitutto il luogo nel quale sacerdoti diversi coordinano il proprio lavoro pastorale. È il luogo nel quale una chiamata personale scopre di essere parte di una chiamata più grande. Non è la somma di ministeri individuali, ma la forma ecclesiale nella quale il ministero di ciascuno viene custodito e riconosciuto come dono ricevuto insieme.

Quando questa consapevolezza si indebolisce, possono nascere delusione e distanza. Alcuni sacerdoti possono percepire la diocesi prevalentemente attraverso ciò che chiede, senza riuscire sempre a riconoscerla come il luogo di una comunione che sostiene. Altri possono vivere il presbiterio come una realtà teorica, distante dalla concretezza delle proprie fatiche quotidiane.

Ma forse questa fatica non indica soltanto una crisi del presbiterio. Può essere anche il segno di una domanda più profonda che lo Spirito rivolge alla Chiesa: tornare a comprendere ciò che il presbiterio è. Perché il problema non è semplicemente rendere più efficace una struttura. Il problema è ritrovare una forma di comunione nella quale il sacerdote possa riconoscere che la propria missione non nasce soltanto dalle proprie energie, ma da una grazia condivisa.Un presbiterio rinnovato non nasce anzitutto da più incontri o da migliori organizzazioni. Nasce da sacerdoti che tornano a riconoscersi fratelli. Nasce quando la diocesi non è percepita soltanto come il luogo nel quale viene affidata una missione, ma come il corpo concreto nel quale quella missione viene sostenuta.

Forse la domanda decisiva non è soltanto: "Che cosa deve fare oggi il presbiterio?". La domanda più radicale è: "Che cosa deve tornare a essere il presbiterio perché un presbitero non si senta semplicemente un ministro inviato, ma un figlio di una comunione che lo precede e lo accompagna?".

Le ferite del presbiterio e la necessità di una nuova fiducia

Dentro questa riflessione occorre anche riconoscere una fatica ulteriore, che non può essere ignorata. Le crisi, gli scandali e le defezioni che hanno segnato il cammino di alcuni sacerdoti hanno lasciato ferite profonde nel corpo ecclesiale. Non sono soltanto vicende individuali; quando un ministro ordinato viene meno alla propria chiamata, viene toccata anche la fiducia del popolo di Dio e dei confratelli. Queste esperienze generano interrogativi dolorosi. Possono produrre smarrimento, disorientamento e talvolta una maggiore prudenza nel parlare del ministero sacerdotale e del presbiterio. Può nascere quasi il timore di proporre una visione alta della fraternità presbiterale, come se il rischio della fragilità rendesse meno credibile la bellezza della chiamata. Ma forse proprio qui è necessario un discernimento evangelico. Una realtà ferita non deve essere rimossa, ma riportata alla sua sorgente. Le fragilità emerse non chiedono alla Chiesa di abbassare la comprensione del ministero, quasi rassegnandosi a una visione ridotta del sacerdozio. Chiedono piuttosto di ritornare con maggiore umiltà alla verità del ministero stesso. Il presbiterio non è una comunione di uomini impeccabili, ma di uomini chiamati a lasciarsi continuamente convertire dalla grazia. Non è una fraternità fondata sulla perfezione dei suoi membri, ma sulla comune necessità di Cristo. Forse una delle tentazioni del nostro tempo è quella di reagire alle ferite con il silenzio o con una prudenza eccessiva, fino a indebolire il coraggio di proporre ciò che il presbiterio è realmente. Ma una Chiesa che teme di annunciare la bellezza di una vocazione perché conosce la fragilità degli uomini rischia di dimenticare che il Vangelo è sempre affidato a persone vulnerabili. Anche Pietro, prima di ricevere il compito di pascere il gregge, ha conosciuto il fallimento del rinnegamento. E proprio a quell'uomo ferito Cristo affida la cura della sua Chiesa, non dopo aver cancellato la sua fragilità, ma dopo averlo ricondotto alla sorgente dell'amore: «Simone di Giovanni, mi ami?». Forse anche il presbiterio di oggi deve ripartire da questa domanda. Non dalla rimozione delle ferite, ma da una rinnovata consapevolezza che la comunione sacerdotale non nasce dalla forza degli uomini, ma dalla fedeltà di Cristo.

Quando la ferita incrina la fiducia tra fratelli

Le ferite lasciate dalle crisi e dalle defezioni nel ministero non riguardano soltanto la dimensione istituzionale della Chiesa. Esse possono incidere anche sulla qualità delle relazioni all'interno del presbiterio. Quando un fratello sacerdote viene meno alla propria vocazione, il dolore non è soltanto quello per un evento esterno. Può nascere una ferita nella fiducia reciproca, un senso di smarrimento, talvolta anche una forma di sospetto, di disistima o di imbarazzo che rende più difficile riconoscersi semplicemente fratelli. Non sempre questi sentimenti vengono esplicitati. Possono rimanere sullo sfondo delle relazioni, modificando lentamente il modo con cui ci si guarda, ci si incontra, ci si affida gli uni agli altri. La delusione può generare distanza; la paura di nuove ferite può produrre prudenza; il timore di esporsi può indebolire la libertà della fraternità. Ma proprio qui si misura la maturità spirituale di un presbiterio. Una fraternità autentica non è quella nella quale non esistono fragilità o cadute, ma quella che sa attraversarle senza perdere la verità della comunione. Il rischio più grande sarebbe permettere che la ferita produca una cultura della diffidenza. Quando il sospetto diventa il criterio con cui guardiamo l'altro, il fratello viene prima osservato come possibile problema da evitare che come dono da accogliere. E allora la logica della comunione viene lentamente sostituita da una logica di protezione individuale. Il Vangelo, invece, chiede una forma diversa di sguardo. Non uno sguardo ingenuo, che ignora la fragilità e le responsabilità, ma uno sguardo pasquale, capace di riconoscere che la grazia di Dio opera proprio dentro la povertà dell'uomo. Il presbiterio non si costruisce sulla sicurezza che nessuno cadrà mai. Si costruisce sulla certezza che Cristo continua a chiamare uomini fragili e che nessuno può vivere il proprio ministero senza essere sostenuto dalla misericordia ricevuta e condivisa. Forse oggi una delle grandi responsabilità della Chiesa è proprio questa: aiutare i sacerdoti a ritrovare uno sguardo reciproco nel quale la fragilità non diventi motivo di distanza, ma occasione per riscoprire la comune necessità della grazia.

La fraternità presbiterale non nasce dal fatto che siamo uomini forti gli uni accanto agli altri. Nasce dal riconoscerci uomini bisognosi dello stesso Signore.

Don Giovanni Pauciullo