Editoriali

  Il "servizio alla Parola di Dio" deve iniziare con la preghiera del sacerdote; se egli non si lascia toccare e perfino interpellare dalla Parola, difficilmente riuscirà a dire qualcosa di coinvolgente.

La prima cosa è ascoltare Dio."

(Padre Gaetano Piccolo SJ)

Le seguenti riflessioni sono tratte dal settimanale della Parrocchia di San Dionigi in Ss. Clemente e Guido a Milano, dove sono parroco da sette anni. Iniziano con il Vangelo, che l'anno liturgico ci offre ogni domenica. Servire la Parola di Dio attraverso la comunicazione scritta ai parrocchiani è uno dei modi in cui interpreto il mio ministero di parroco, insieme a tutti gli altri compiti pastorali.

(Don Giovanni Pauciullo)  

IV giorno del Natale del Signore

28.12.2025

Festa dei santi Innocenti martiri

FESTA DEI SANTI INNOCENTI MARTIRI

"La storia ferita e la gratitudine che salva"

(Mt 2, 13b-18)

C'è una solennità che, nel cuore del tempo natalizio, interrompe ogni tentazione di sentimentalismo: quella dei Santi Martiri Innocenti. Una memoria scomoda, aspra, che non consente scorciatoie spirituali. Qui il Natale mostra subito il suo lato più drammatico: il rifiuto di Cristo da parte della storia umana. Il Figlio di Dio entra nel mondo e il mondo, quasi istintivamente, cerca di metterlo fuori, di eliminarlo, di farlo fuori. Non perché sia cattivo, ma perché è ingombrante. Perché la sua presenza smaschera le logiche del potere, le paure, gli equilibri costruiti senza Dio.

La strage degli Innocenti racconta questa dinamica con una crudezza che attraversa i secoli. Erode non tollera un Altro che metta in discussione il suo regno. Così decide di cancellarlo, colpendo ciò che ha di più fragile e indifeso. È una pagina che non appartiene solo al passato: è una tentazione sempre attuale. Mettere Cristo fuori dalla storia, e spesso anche dalla nostra vita personale, quando la sua parola diventa esigente, quando ci chiede di cambiare sguardo, di rinunciare a controllare tutto, di lasciarci salvare.

Il brano evangelico non addolcisce nulla. Racconta la fuga, il pianto, la violenza. Gesù è salvo, ma il prezzo della sua salvezza è il sangue di bambini senza nome. Matteo non offre spiegazioni rassicuranti. Piuttosto ci consegna una verità essenziale: Dio non elimina il male con un atto di forza, ma sceglie di entrarci dentro. Cristo non viene sottratto alla notte dell'uomo; la attraversa. Gli Innocenti non muoiono "al posto" di Gesù, ma "con" Gesù, dentro la stessa storia ferita che Lui ha deciso di abitare fino in fondo.

Questa solennità, celebrata a ridosso della fine dell'anno, ci raggiunge come una soglia. Non solo liturgica, ma profondamente esistenziale. Siamo quasi all'ultimo giorno dell'anno , e la Chiesa ci invita a cantare il Te Deum. Un inno antico, solenne, che non nasce dall'euforia, ma dalla fede. Ringraziare, infatti, non significa dire che tutto è andato bene, ma riconoscere che Dio è rimasto presente, anche quando la storia — grande o piccola — sembrava respingerlo.

Coniugare il verbo "ringraziare" è un esercizio spirituale esigente. Ringraziare Dio per ogni giorno significa includere tutto: i giorni facili, in cui la vita sembrava scorrere senza attriti, e quelli difficili, in cui ogni passo costava fatica. I giorni di gioia, e quelli in cui la tristezza ha cercato di parlarci, non per schiacciarci, ma per mostrarci zone profonde che chiedono cura, amore, riconciliazione. Ci sono sentieri che quest'anno abbiamo imparato a percorrere e ostacoli che ancora restano davanti a noi. Anche questo fa parte della verità da portare davanti a Dio.

Cari Parrocchiani il Te Deum non è un canto ingenuo. È la lode di chi non ha rimosso il dolore, ma lo ha attraversato. Di chi ha visto la luce senza negare le ombre. In questo senso, i Martiri Innocenti diventano compagni silenziosi del nostro rendimento di grazie: ci ricordano che non tutto è risolto, ma che tutto può essere consegnato.

E proprio la consegna è il gesto decisivo con cui affacciarsi al nuovo anno. Affidare non significa sapere come andranno le cose, ma scegliere a Chi apparteniamo. Affidare a Dio il tempo che viene è un atto di fiducia adulta, non una fuga dalle responsabilità. È dire: "Non so cosa mi attende, ma so con Chi lo attraverserò".

Alla fine dell'anno non siamo chiamati a fare promesse eroiche, ma a custodire un atteggiamento: non mettere Cristo fuori dalla nostra vita, anche quando la sua presenza ci inquieta, fa nascere in noi delle resistenze inaspettate. Restare aperti alla vita così com'è, certi che Dio continua a nascere nelle pieghe della nostra storia. Anche là dove non avremmo scelto di passare. Anche là dove, come per gli Innocenti, il grido sembra prevalere sul canto.

Eppure, proprio da quel grido, può nascere una lode vera. Non perché tutto è andato bene, ma perché nulla è andato perduto agli occhi di Dio. Questo è il cuore del Te Deum. Questa è la fiducia con cui possiamo entrare, insieme, nel nuovo anno.

Don Giovanni Pauciullo

VI Domenica di Avvento

21.12.2025

Domenica Ambrosiana della Divina Maternità di Maria 

L' AVVENTO

"Si aprirà per noi il grembo della grazia" 

(Lc 1, 26-38a)

Nella liturgia Ambrosiana, la Domenica della Divina Maternità della Beata Vergine Maria è come un battito d'ala che apre l'ultima porta verso il Natale. Non è una devozione tardiva: è una scelta antica, radicata nel modo in cui la Chiesa di Milano ha sempre voluto custodire il mistero dell'Incarnazione. Per la tradizione ambrosiana, questo Vangelo — L'annunciazione — non è soltanto un ricordo. È un evento-generatore, il punto in cui la storia tocca Dio e Dio tocca la storia. È la scena nella quale il Natale comincia, prima ancora della grotta, prima del canto degli angeli, prima dei pastori. La liturgia ambrosiana lo colloca qui, quasi a dire: "Se non riconosciamo la grazia che ha visitato Maria, non sapremo accogliere la grazia che vuole visitare anche noi."

È una pedagogia semplice e sapiente: prepararci al Natale non partendo dall'esterno — dal bambino — ma dall'interno: dal grembo che lo accoglie, come se fosse il vero primo presepe della storia.
Per questo Ambrogio chiamava Maria "il tipo della Chiesa": ciò che in lei è avvenuto una volta, in noi è chiamato a divenire sempre. Maria è dunque il prototipo della Chiesa e di ogni vero discepolo del Signore, per questo vogliamo chiedere a Maria di prenderci per mano in questi giorni che ci separano dalla Grazia del Natale, per comprenderne il Mistero, per accogliere con fede l'avvenimento che ci ha cambiato la vita e ha trasformato la storia del mondo: Cristo in mezzo a noi, ci ha raggiunto perché fosse chiaro il nostro destino eterno!

Maria risponde con la frase che dà origine alla nostra salvezza: "Avvenga di me secondo la tua parola." Non un sì remissivo, non un fatalismo religioso, non la resa di chi si rassegna. È il sì libero di chi finalmente si lascia amare, si lascia guidare, si lascia generare.

Sant'Agostino, parlando dell'Incarnazione, scrive: «Maria concepì Cristo prima nel cuore che nel grembo.» (Sermo 215,4). È la chiave dell'Annunciazione: Dio entra dove trova un cuore che lo accoglie liberamente. E qui la tradizione Ambrosiana fa brillare la sua sapienza: nel Vangelo che la liturgia oggi ci offre, non celebriamo solo la maternità fisica di Maria, ma la maternità spirituale ed ecclesiale. Come lei ha portato Cristo nel corpo, così la Chiesa lo porta al mondo con la vita. Ogni volta che amiamo in modo autentico, rendiamo presente Cristo, ogni volta che viviamo amicizie profonde e libere, facciamo nascere Gesù in mezzo a noi.

Far nascere Cristo nelle relazioni non è un gesto straordinario, né un evento che irrompe dall'alto come un'apparizione improvvisa. È piuttosto un lento germogliare, un movimento silenzioso che attraversa la vita quotidiana e la trasforma dall'interno. Maria Santissima lo ha portato nel suo corpo; noi siamo chiamati a portarlo nel mondo attraverso la vita, attraverso ciò che scegliamo di custodire e di offrire.

Nasce Cristo nella relazione tra marito e moglie quando il legame coniugale smette di essere un contratto di reciproche prestazioni e diventa un'alleanza d'Amore. Non la fusione che soffoca, né la distanza indifferente che congela, ma quello spazio terzo, vivo, in cui ciascuno custodisce l'altro senza possederlo. È in questo spazio che Cristo prende forma: quando il desiderio non è consumo ma promessa, quando l'amore non è la ricerca dell'altro come prolungamento narcisistico di sé, ma il coraggio di aprirgli una casa, una dimora, dentro di sé.

Lì dove due adulti scelgono ogni giorno di non lasciarsi schiacciare da ciò che manca, ma di sostenere ciò che è ancora possibile, nasce Cristo.
Nasce nel perdono che rompe la spirale delle recriminazioni.
Nasce nel riconoscimento delle fragilità dell'altro, non come difetti da correggere ma come ferite da onorare.
Nasce quando marito e moglie accettano che l'amore vero non è l'assenza di conflitto, ma il non smettere di cercarsi anche quando il conflitto divide.

Il matrimonio, in questo senso, è un laboratorio di incarnazione: lì Cristo trova corpo nelle mani che si tendono dopo un litigio, negli sguardi che dicono "resto", nella fedeltà che non è abitudine ma scelta quotidiana.

Nasce Cristo tra fratelli quando la storia non resta prigioniera della rivalità. La fraternità, infatti, porta inscritto nella sua origine un conflitto: il fratello è il primo "altro" che rompe l'illusione di essere il centro del mondo. È il testimone scomodo del fatto che il desiderio non è mai esclusivo. Nelle famiglie, questo conflitto può trasformarsi in una gara silenziosa che dura anni: chi è più amato, chi è più riuscito, chi è stato più ferito. Cristo nasce proprio quando questo copione antico viene spezzato.
Nasce quando un fratello smette di guardare l'altro come un rivale e riconosce finalmente che la vita non è una contabilità di meriti e torti.
Nasce quando ci si libera dall'ideale feroce della perfezione — quello che trasforma i fratelli in giudici implacabili — e si sceglie invece di abitare la fragilità propria e altrui senza paura.

Cristo nasce tra fratelli quando il passato non diventa una prigione.
Quando smettiamo di usare gli errori dell'altro come armi, quando non ci aggrappiamo più al torto ricevuto come a un tesoro da proteggere.
Nasce Cristo quando, in quella relazione spesso ingarbugliata, si apre un gesto minimo ma decisivo: un messaggio inatteso, una visita dopo anni, una domanda di come stai senza secondi fini. Piccoli segni che incrinano il muro del non detto e rimodellano la distanza.

Nasce Cristo quando il fratello non è più il testimone delle nostre mancanze, ma il compagno della nostra strada. Quando lo vediamo non come la misura del nostro valore, ma come uno dei volti attraverso cui la vita ci chiede di amare, di perdonare, di ricominciare.

È in quella scelta, fragile, controcorrente, profondamente umana , che la fraternità ritrova il suo nucleo originario: non la rivalità, ma la comune figliolanza.
Ed è lì che Cristo torna a nascere, ogni volta che lo lasciamo entrare.

Nasce Cristo ogni volta che una relazione diventa spazio libero, non luogo di possesso. Quando un'amicizia diventa casa senza catene, dove si può essere veri senza paura di essere misurati o corretti a colpi di giudizio. È in queste amicizie che la presenza di Cristo prende forma: nel desiderio sincero del bene dell'altro, in quella cura discreta che non ha bisogno di palcoscenici per mostrarsi. Lì Egli si affaccia come luce che non abbaglia ma rivela, come gioia che resta.

Nasce Cristo quando un genitore guarda suo figlio non come un progetto da realizzare, ma come un mistero da accompagnare. Nei gesti piccoli e quotidiani—una mano sulla spalla, un ascolto paziente, un confine posto con fermezza ma senza durezza—si rivela un amore che non trattiene per sé, ma che accompagna verso la libertà. Cristo prende forma nei volti dei figli che si sentono amati per ciò che sono e non per ciò che devono diventare.

Nasce Cristo nei gesti di perdono, soprattutto quelli difficili, quelli che non offrono nessun ritorno immediato. Il perdono è un parto interiore: richiede di sciogliere nodi che sembrano impossibili, di lasciare cadere ragioni che avremmo tutto il diritto di trattenere. Eppure è lì, nel luogo più vulnerabile e più vero, che Cristo si fa presente. Perché il perdono non è solo un gesto verso l'altro; è anche una liberazione di se stessi dal peso del male subito. È lasciare che la grazia faccia spazio, anche quando la nostra misura umana vacilla.

Nasce Cristo nella lotta contro la mentalità dello scarto, in un mondo che divide, seleziona, classifica e decide chi è degno e chi non lo è. Ogni volta che scegliamo di vedere un volto dove altri vedono una categoria, di riconoscere un valore dove qualcuno vede solo un peso, di scoprire un fratello dove qualcuno vi ravvisa soltanto uno sconosciuto, Cristo si mette in cammino dentro la storia. È Lui che ci spinge a chinarsi verso chi è fragile, non per pietismo ma per giustizia, per restituzione di dignità. Cristo nasce quando riconosciamo che nessuna vita è inutile, nessun dolore è da scartare, nessuna ferita è troppo sporca per essere toccata. La sua presenza si rende visibile quando il bene non resta un sentimento vago, ma diventa azione: una porta aperta, un pasto condiviso, un tempo offerto a chi non ha nessuno.

Così, giorno dopo giorno, senza clamori, noi diventiamo recinto e culla, strada e riparo. E Cristo, attraverso le nostre mani e i nostri gesti, torna a nascere. Non come un ricordo del passato, ma come una possibilità viva, concreta, che continua a farsi spazio in mezzo a noi.

Cari Parrocchiani, il Mistero del Natale non arriva perché le cose cambiano intorno a noi, ma perché qualcosa si apre dentro di noi. La Grazia cerca un varco nella profondità della nostra vita, cerca un sentiero per raggiungere le nostre vite spesso distratte, per visitare quelle zone del nostro profondo che troppo spesso disertiamo da noi stessi. E questo varco ha un nome semplice: sì.

La liturgia Ambrosiana ci guida con una sapienza che domanda stupore
prima di guardare la culla, guardiamo la Donna; prima di vedere il Figlio, contempliamo il sì della Madre; prima di celebrare il Natale, celebriamo l'accoglienza che lo rende possibile.

Perché il Natale non è solo il ricordo della nascita di Gesù.
È la possibilità che qualcosa di nuovo nasca in noi, ora qui, adesso. Si tratta di lasciarci incontrare dalla bellezza dell'avvenimento che ha reso nuove tutte le cose, anche la nostra vita, il nostro cuore. E allora, come dice un autore spirituale
"La grazia non entra dove trova una porta spalancata, ma dove trova qualcuno che ha il coraggio di aprire anche solo uno spiraglio."

Che questa Domenica della Divina Maternità ci regali quello spiraglio. E nel piccolo varco del nostro sì, Dio torni a farsi carne.

Don Giovanni Pauciullo

V Domenica di Avvento

14.12.2025

L'  AVVENTO

"Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce". 

(Gv 1, 6-8.15-18)

Nel prologo del Vangelo di Giovanni c'è un dettaglio che sorprende e quasi spiazza: l'evangelista, nel presentare Giovanni Battista, avverte che "egli non era la luce". È un'affermazione che potrebbe sembrare superflua, ma che in realtà custodisce una sapienza profonda: l'identità del discepolo non nasce dallo sforzo di brillare di luce propria, ma dalla disponibilità ad indicare una luce che non è sua. Lo spazio spirituale dove l'uomo incontra Dio è quello dell'umile verità su di sé. Giovanni non confonde mai la propria voce con la Parola di Dio, né la sua lanterna luminosa con il sole che sta sorgendo. È proprio questa trasparenza di una luce che non gli appartiene, che lo rende grande. Il battista non mette al centro la sua persona, ma la trasparenza del suo rimando a Cristo. Alla luce di questa pagina di Vangelo dovremmo cercare di riconoscere i punti ciechi che ci abitano: quelle zone dove vorremmo essere luce, ma finiamo per essere ombra e impedire alla luce di Cristo di risplendere in noi, nelle nostre relazioni, nello stile con cui ci mettiamo a disposizione della comunità cristiana. Il Battista ci insegna che il compito del credente non è cancellare le proprie ombre, bensì accettare di non essere la sorgente, perché solo così la luce vera può filtrare attraverso di noi.

Siamo chiamati in forza del nostro Battesimo ad essere testimoni dell'Amore di Cristo. La testimonianza non è propaganda, fiction, forzatura, è piuttosto un lasciarsi attraversare dalla bellezza della Grazia di Dio. Chi s'illude di "essere luce" rischia inevitabilmente l'inganno della presunzione spirituale; chi accetta invece di essere solo un segno che rimanda oltre, permette a Cristo di illuminare il volto umano.

Sant'Agostino, commentando questo passo, dice con la profondità: «Giovanni era fiaccola accesa, ma non era la luce. La fiaccola è accesa dalla luce, e se non fosse accesa, non brillerebbe» (cf. In Ioann. Ev. tract. 2). È una visione meravigliosa: la fiaccola che arde non è protagonista del bagliore, ma ne è portatrice. Senza la luce, rimarrebbe un semplice pezzo di legno; con la luce, diventa segno che guida la notte. Così è ogni vita credente: non genera luce propria, ma può custodire la brace che Dio vi accende.

Una testimonianza che libera

La grandezza del Battista è la sua libertà dagli sguardi e dalle attese degli altri. Non cerca consensi, non reclama meriti, non occupa la scena. Si fa ponte, non meta; invito, non arrivo. Nella logica del Vangelo, la testimonianza non schiaccia ma libera: non trattiene, ma conduce oltre. Il cristiano non è chiamato a essere esempio perfetto, ma spazio disponibile, fragile ma aperto, attraverso cui la Luce possa raggiungere altri. Non è questione di brillare, ma di indicare i passi che ci hanno salvato attraverso l'incontro con Cristo. Noi possiamo solo essere strumenti della Luce di Dio, con la Carità del nostro cuore, con la rettitudine del nostro agire, con la forza della nostra fede, ma non siamo noi la salvezza, solo Cristo salva! «Egli non era la luce» è un invito alla verità e all'umiltà; «doveva rendere testimonianza» è l'appello alla responsabilità. Tra questi due poli si gioca la nostra vocazione: riconoscere che tutto viene da Dio, e dire con la vita che tutto torna a Lui.

"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia".

A volte, forse, abbiamo l'impressione che la nostra vita assomigli ad un lungo inverno. Siamo presi dallo scoraggiamento. E la vita ci sembra un lento procedere verso un inesorabile declino. E le vicende della storia, la debolezza delle istituzioni, gli inganni della finanza, non fanno altro che consolidare l'impressione di vivere in una lunga notte dell'umanità. Insomma tutto il contrario di quella pienezza di cui ci parla il Vangelo di questa quinta Domenica di Avvento Ambrosiano. Talvolta nel lungo inverno della vita e della storia del mondo sembra aleggiare un vuoto carico solo di aridità.

L'inverno non è solo una stagione: diventa un simbolo del cuore, un clima della coscienza, metafora del contesto in cui viviamo. Nella letteratura Molti autori hanno saputo leggere l'inverno come metafora di una condizione spirituale. Dostoevskij, ad esempio, descrive spesso personaggi avvolti da un gelo che non è solo meteorologico ma esistenziale: "la notte era fredda e tagliente come un dubbio", scrive. Anche Cesare Pavese, nelle sue pagine più dense, parla dell'inverno come di una "terra che trattiene il respiro, aspettando qualcosa che non arriva". È la percezione di un'attesa che sfianca, di una promessa che pare sempre rinviata. È ciò che accade anche a noi: nei momenti di stanchezza sentiamo che la vita procede come sotto una coltre di neve. Le speranze rallentano, la fiducia si affievolisce, il futuro sembra un orizzonte sfuocato. Le vicende della storia – la fragilità delle istituzioni, la precarietà economica, la violenza che riaffiora, le guerre che si accalcano una dietro l'altra– amplificano la percezione di un'umanità immersa in una lunga notte. L'inverno può essere metafora dell'aridità: il terreno non dà frutti, gli alberi restano nudi, il mondo sembra sospeso in attesa di qualcosa che ancora non si vede. Ed è proprio qui che la pagina evangelica della V Domenica di Avvento introduce un cambio repentino, quasi uno scarto narrativo: in mezzo a questo paesaggio gelido, viene proclamata una pienezza.

La pienezza che spezza il gelo della storia

"Dalla sua pienezza". Il Vangelo non ci offre un sentimento, ma una realtà che irrompe. Non parla di una luce che forse arriverà, ma di una pienezza già presente, già traboccante. È Cristo stesso. La letteratura conosce bene il momento in cui la scena cambia improvvisamente: come quando, nei romanzi di Tolstoj, un raggio di sole invernale colpisce un vetro e improvvisamente la stanza si riempie di una luce nuova; o come in Manzoni, quando la speranza entra inaspettata nella notte di Lucia attraverso la voce dell'Innominato che si arrende a Dio. Lì dove sembrava esserci solo gelo, si apre un varco. Allo stesso modo, la venuta di Cristo non è un'aggiunta marginale: è pienezza che entra nel vuoto. È come se tutta l'umanità, intirizzita e stanca, avvertisse nel cuore che l'inverno non è l'ultima parola. La pienezza di Cristo non riempie soltanto: trasfigura. Non colma come si colma un contenitore, ma come la primavera colma l'inverno trasformando il paesaggio. Cristo non porta semplicemente un senso: è il senso. È Lui a rivelare che la nostra vita non è un lento consumarsi, ma un cammino verso una destinazione luminosa.
È Lui a dire che il mondo non è abbandonato alla sue notte, ma custodito da una promessa fedele.
È Lui a dichiarare che l'uomo non è condannato all'incompletezza, ma è chiamato ad un destino di eternità.

La pienezza che dà bellezza e destino

Cari Parrocchiani, un autore come Julien Green amava ripetere che "la vera tragedia non è soffrire, ma non sapere perché si vive". La venuta di Cristo scioglie esattamente questa tragedia: restituisce il perché. Illumina il destino. Restituisce bellezza alla fatica quotidiana, dignità ai piccoli gesti, valore ai giorni che sembrano uguali. Ogni frammento della vita, "dalla sua pienezza", diventa luogo di grazia. E così l'inverno, che all'inizio appariva interminabile, non viene negato, ma attraversato. La grazia non cancella la debolezza, ma la visita. Non elimina il gelo, ma accende in esso una brace che non si spegne. L'uomo che accoglie Cristo non evita la notte: scopre che nella notte brilla una luce che non è sua. Scopre che il vuoto non è l'abisso finale, ma lo spazio dove Dio può versare la sua pienezza. Scopre che la bellezza non è un'illusione, ma il segno del suo destino vero: essere figlio nella luce di Dio.

Don Giovanni Pauciullo

IV Domenica di Avvento

7.12.2025

L' AVVENTO

"Il paradosso di questo Vangelo"

(Mt 21, 1-9)

Nel Vangelo della IV Domenica di Avvento secondo il rito Ambrosiano, la liturgia ci sorprende con un'immagine insolita: invece di portarci verso la capanna di Betlemme, ci conduce all'ingresso di Gesù a Gerusalemme, sulla soglia della settimana santa! Nell'itinerario della liturgia Ambrosiana, la IV Domenica è collocata simbolicamente come una porta. Presentare il Vangelo dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme significa ricordare che il Bambino che sta per nascere è il Messia che si offre sulla Croce. È un modo teologico per dire che la mangiatoia illumina la Croce e la Croce illumina la mangiatoia. Quasi un avvertimento: Natale non è un sentimento melense e sdolcinato, ma il primo passo di un cammino di salvezza che passa attraverso il dono totale di Cristo. Sì tratta di una scelta antica, già attestata nelle forme più primitive della liturgia milanese. Il nostro rito Ambrosiano si distingue da quello romano per un uso più frequente dei testi che rivelano la signoria regale di Cristo. Sant'Ambrogio, nei suoi commenti, collega più volte la nascita di Gesù al suo ingresso regale e alla sua passione, come due manifestazioni uniche dello stesso Mysterium Christi. Il Figlio che nasce è il Re mite che entra a Gerusalemme. Prepararsi al Natale significa prepararsi ad accogliere Cristo nella sua interezza: mite, servo, re, salvatore, crocifisso e risorto. Per questo, la liturgia Ambrosiana invita a contemplare il Natale non come una scena isolata, ma come la prima pagina del grande mistero della redenzione. L' Amore ininterrotto di Dio che si dispiega nella storia e nel tempo.

Gesù entra nella città dell'uomo, un 'immagine che riecheggia il divenire di Dio nelle nostre città, nelle convivenze umane. La Grazia del Natale ci rammenta il Mistero di Cristo che anche oggi, qui ed ora, si fa strada nei luoghi concreti della nostra vita, anche nelle contraddizioni e nelle "periferie esistenziali" dei nostri cuori dispersi e disorientati.

Lo stile umile di Gesù

Il gesto evangelico di questa domenica è essenziale, quasi fragile. Gesù non entra cavalcando un destriero da guerra, ma un puledro lento, inadatto a un corteo regale. Eppure, proprio così, rivela la sua identità: un Re che non conquista, un Salvatore che offre la salvezza come servizio. Come ricorda un autore spirituale: «Dio sceglie l'umiltà perché è l'unico luogo in cui l'uomo smette di difendersi e permette alla Grazia di operare». Il Signore entra dove il cuore smette di costruire barriere e si apre all'accoglienza. Gesù nasce umile, vive in umiltà, entra a Gerusalemme con passo mite e umile, come il suo cuore, muore nell'umiltà di un fallimento totale. Gesù come diceva Sant'Ambrogio "è l'archetipo dell'umiltà". Questo brano di Vangelo ci invita dunque a mettere al centro la dimensione spirituale dell'umiltà, quasi a ricordare che essa è la condizione necessaria per una vita cristiana autentica e di conseguenza, di uno stile evangelico di servire. Oggi l'umiltà è bistratta e mal compresa, eppure nei primi secoli del cristianesimo era la prima e necessaria condizione per essere un autentico cristiano. L'umiltà non solo apre a Dio, ma ci fa anche rivestire di Cristo, il Dio umiliato.

"Il Signore ne ha bisogno"

Il Vangelo di Matteo consegna a ciascuno di noi una frase apparentemente semplice: «Il Signore ne ha bisogno». Pronunciata nel contesto concreto della richiesta di un puledro, questa frase rivela una profondità teologica straordinaria: Dio agisce nella storia attraverso relazioni e collaborazioni concrete. Il proprietario del puledro accetta di prestarlo, riconoscendo l'autorevolezza dell'inviato. Così si apre la scena a un principio fondamentale del Vangelo: il Regno di Dio cresce nella Comunione , nella concordia, nella condivisione , attraverso la collaborazione fraterna e l'impegno umile di ciascuno. Sant'Agostino ci ricorda: «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te». La salvezza non è una magia che piove dall'alto, ma una storia d'amore che Dio scrive insieme a noi. Non nasce nella città se la città non apre varchi, non entra nella vita se la vita non offre spazi, anche piccoli e imperfetti. La frase evangelica diventa allora una domanda personale: c'è qualcosa della mia vita che posso mettere a disposizione? Il Signore «ha bisogno», e il nostro sì concretizza questa necessità. L'Avvento, quindi, non è solo attesa, ma collaborazione responsabile al progetto di Dio.

Un invito alla concretezza

Il Vangelo di questa domenica invita ciascuno di noi e la comunità cristiana a non essere spettatrice. Nella tradizione Ambrosiana, il richiamo è semplice e urgente: lasciare che il Verbo nasca dove ci facciamo "luogo", anche se fragile, piccolo o prestato. La Grazia di Dio chiede il tuo "si", domanda disponibilità, cura. La provocazione che scaturisce da questa pagina di Vangelo per ciascuno è concreta: c'è un "puledro", immagine di ciò che possiamo mettere a disposizione per servire Gesù? Un frammento di esistenza, una manciata del nostro tempo, che il Signore può usare per entrare, avvicinarsi e portare pace in un mondo segnato da conflitti e divisioni. La folla che acclama "Osanna" e stende mantelli e rami rappresenta le nostre buone intenzioni: entusiastiche ma fragili. Il Messia si appoggia invece sulla fedeltà discreta di chi accetta di lasciarsi trasformare. La fede non è sentimento passeggero, ma scelta quotidiana, concreta e stabile.

Prepararsi al Natale con il cuore aperto

La IV Domenica di Avvento non ci prepara solo al Natale, ma ci insegna a riconoscere il Mistero di Dio che non teme le nostre città interiori, anche quando sono complicate o incoerenti come Gerusalemme. L' Avvento ci invita a lasciare che il Signore entri non dove siamo perfetti, ma dove siamo fragili e autentici. Prima ancora di un presepe ben disposto, ciò che Gesù attende è una porta socchiusa, un piccolo sì umile e concreto. Dio viene sempre con il passo leggero della mitezza e della tenerezza, in attesa di essere accolto. Ed è proprio questa attesa, la Sua e la nostra insieme, il cuore luminoso dell' Avvento.

Don Giovanni Pauciullo

III Domenica di Avvento

30.11.2025

L' AVVENTO

"Sei Tu colui che deve venire?": il crollo delle false immagini di Dio

(Mt 11, 2-15)

Il Vangelo di oggi ci consegna una scena sorprendente: Giovanni il Battista, il più saldo tra gli uomini, l'uomo del deserto, colui che ha indicato l'Agnello di Dio, ora è nella prigione del dubbio. Non dubita per debolezza morale, ma perché il Messia che vede non coincide con il Messia che si aspettava. E manda a chiedere: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?" Questa domanda è preziosa, perché è la domanda di ogni credente maturo. Non è la domanda di chi non conosce Cristo, ma di chi lo conosce e — proprio perché lo conosce — deve lasciarsi convertire da Lui e non cedere alla tentazione di adeguare Cristo" piegandolo" alle proprie attese.

La prigione necessaria

Quella in cui vive Giovanni il Battista è la prigione delle attese infrante: quando il Signore non fa ciò che pensiamo debba fare. È lì che nasce il dubbio, e genera un pensiero controverso, quello che "spacca" le false immagini di Dio. Giovanni aveva predicato un Messia che separa, che "miete" e che giudica. Gesù invece guarisce, rialza, restituisce. Non elimina il male con la forza, ma con la mitezza umile e la misericordia. Questo episodio del Vangelo mette in luce un aspetto che dovremmo imparare a considerare, infatti, una delle esperienze più serie della vita spirituale è scoprire che, prima ancora di credere nel Dio di Gesù Cristo, crediamo in un Dio che ci siamo costruiti. Non per malafede, nemmeno per ignoranza. Semplicemente perché il nostro cuore ferito, desideroso, fragile, proietta su Dio ciò che teme, ciò che gli manca e ciò che ha imparato a desiderare. Come dice un autore spirituale "l'uomo non può non farsi un'immagine di Dio: il problema non è avere un'immagine, ma restare attaccati a quella sbagliata".

Le immagini ancestrali: Dio come potere, Dio come giudice, Dio come controllore

Il grande teologo Karl Rahner nei suoi scritti ha insistito spesso sul fatto che ogni immagine di Dio è una mediazione provvisoria, e che la rivelazione cristiana ci libera dall'idolatria delle nostre rappresentazioni. «Dio non è la proiezione dei nostri desideri, né il garante dei nostri timori: è il totalmente Altro, che supera ogni nostra immagine.» In suo testo molto famoso "i funzionari di Dio" il teologo e psicoterapeuta Eugene Drewermann diceva: «Molte persone non rifiutano affatto Dio: rifiutano l'immagine distorta e minacciosa che è stata posta su Dio.» Anche il Cardinal Carlo Maria Martini molte volte nelle sue meditazioni ha messo a fuoco questo tema delle false immagini di Dio, ricordandoci che queste immagini non sono il vero Dio del Vangelo, ma "ombre" che derivano dall'infanzia, dalle paure, dall'educazione rigida o da culture religiose primitive. Il lavoro spirituale consiste nel purificare queste immagini per arrivare al Dio di Gesù Cristo: misericordioso, libero e liberante. Dobbiamo riconoscere queste immagini distorte di Dio e liberarcene per la salute della nostra vita spirituale. In ognuno di noi abitano immagini arcaiche, quasi istintive:

Queste immagini che ci troviamo dentro di Dio, non nascono dalla Rivelazione, ma da paure infantili, da un sistema di difesa, da ferite familiari, da fattori culturali, da ciò che abbiamo visto fare agli adulti, e che confondiamo con Dio. Sono immagini "ancestrali" che ci portiamo nel DNA spirituale, e che diventano come un filtro che deforma perfino la Parola di Dio, fino a farcela diventare un peso anziché una liberazione. Gesù non è venuto solo a rivelarci il vero volto di Dio, è venuto anche a demolire le false immagini che c'impediscono di incontrarlo davvero. Perché la verità è questa: noi non rifiutiamo Dio; rifiutiamo le immagini sbagliate di Dio. Quando nella pericope evangelica di questa terza domenica di Avvento, Giovanni invia i discepoli a chiedere: "Sei tu colui che deve venire?", in realtà sta interrogando la propria immagine di Messia.

Gesù risponde con la realtà

Come risponde Gesù al dubbio che i messaggeri del Battista gli consegnano? Non fa un discorso, indica i fatti: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i poveri sono evangelizzati.
Come ci ricorda un autore spirituale il Vangelo di questa Domenica ci mostra che "Dio non ti convince con le idee, ma con la vita che ti restituisce". La risposta di Gesù non è un ragionamento, ma un mondo nuovo che sta già accadendo, devi solo volerlo guardare, cogliere i germogli del Regno che silenziosamente avanzano tenaci, Gesù rimanda alla realtà, luogo teologico della presenza e dell'opera di Dio. Questo Avvento c'insegni uno sguardo profondo sulla realtà, uno sguardo capace di stupirsi per le tracce della presenza d'Amore di Dio. La nostra spiritualità cristiana sia sempre incarnata nella realtà, luogo dove il signore si aspetta anche la nostra testimonianza, la nostra ricerca umile del desiderio di Lui.

Beato chi non si scandalizza

E qui arriva la frase che taglia come un bisturi: "Beato colui che non si scandalizza di me.
Il vero scandalo è scoprire che Gesù non combacia con le nostre aspettative religiose e spirituali, con le nostre idee, con i concetti interiori che ci siamo creati di Dio, a nostra immagine e somiglianza. Sant'Agostino dice con radicale semplicità: «Se credi ciò che ti piace del Vangelo e rifiuti ciò che non ti piace, non è il Vangelo che credi, ma te stesso.» Le immagini false di Dio sono esattamente questo: una fede in noi stessi, non in Dio. Una fede a nostra misura, dove il criterio sono io. Per questo la conversione è un atto di umiltà: lasciare che Dio sia Dio, e non l'immagine che ci siamo costruiti. Il Mistero di Dio che si rivela attraverso Cristo, ci spiazza, non si adegua alle nostre logiche.
È un Messia che non salva con la potenza, ma con la vulnerabilità.
È un Re che non si impone, ma si espone mediante un Amore umile e mite. E quando Dio non coincide con ciò che vogliamo, può nascere il rifiuto. Oppure, ed è l'opera della Grazia, può nascere la fede autentica e consapevole. Una fede disposta a lasciarsi trasfigurare, rinnovare da Dio!

Sant'Agostino e il dubbio di Giovanni

Sant'Agostino legge così la domanda del Battista: «Giovanni non dubitava per sé, ma per noi: voleva indicarci in Cristo non un liberatore terreno, ma colui che libera veramente». Giovanni, quindi, non crolla sotto il peso dei suoi dubbi: ci educa, cercando con umiltà la Verità fino in fondo, mettendosi in gioco con e fidandosi di Gesù fino all'ultimo dubbio del cuore. Il Battista si è affidato, senza nascondere le sue perplessità, ma non ha trasformato in idoli le sue idee, le sue convinzioni, è rimasto servitore della Verità. Ecco la grandezza di Giovanni il Battista: ci insegna la via del discepolo che accetta che il Messia sia diverso da ciò che immaginava.

I piccoli che si lasciano convertire

Gesù conclude dicendo che tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni, e tuttavia il più piccolo nel Regno è più grande di lui. La grandezza del Regno non è questione di forza, ma di docilità. I piccoli sono quelli che non hanno bisogno di un Dio a propria immagine. Sono liberi di riconoscerlo quando passa, anche se passa in modo umile, quotidiano, disarmante.

Cari Parrocchiani, il Vangelo oggi ci chiede la stessa libertà di Giovanni: lasciare che Cristo sia Cristo, e non l'idea che abbiamo voluto farci di Lui e che ci farebbe comodo. Quando permettiamo a Gesù Cristo di smontare le immagini false, succede qualcosa di sorprendente: la fede diventa relazione liberante con Dio e non dovere, la preghiera diventa incontro che mi trasfigura, non prestazione o peggio ancora schema abitudinario da assecondare per forza d'inerzia. La vita spirituale diventa un cammino di figli liberi, non di servi spaventati e intenti per paura a sotterrare il dono ricevuto. Allora comprendiamo quanto è importante far crescere la nostra fede personale, "frequentando" personalmente le pagine del Vangelo, approfondendo le parole del Vangelo, perché in quelle pagine troviamo il vero volto di Cristo e il vero volto del Padre che Egli ci ha rivelato. Come dice un autore spirituale "La vita spirituale non è altro che lasciare che Dio ci liberi da tutte le idee sbagliate che abbiamo su di Lui, per farci entrare nella gioia di essere amati per davvero."

Tutti noi possiamo avere immagini distorte di Dio. Non dobbiamo temere di scoprirle: sono il deserto in cui ascoltiamo la voce del vero Dio. Lasciamo che Cristo continui a liberarci da un Messia immaginario, per consegnarci il volto vero del Padre: un Dio che non pesa, non pretende, non schiaccia, ma guarisce, libera, e rialza. Solo quando le nostre immagini cadono, finalmente Lui può entrare con la Sua Verità.

La fede matura non pretende che Dio cambi; accetta di cambiare davanti a Dio. Chiediamo la grazia di non scandalizzarci della sua mitezza e della sua umiltà. Impariamo a riconoscere i segni della sua presenza, anche se non corrispondono sempre a come noi ce li aspetteremmo. E camminiamo sulla via della piccolezza, con i poveri in spirito delle Beatitudini, per diventare discepoli che si lasciano guidare dallo Spirito di Cristo.

Don Giovanni Pauciullo

II Domenica di Avvento

23.11.2025

L' AVVENTO

Il Vangelo come forza liberante: quando la fede risveglia la coscienza

(Lc 3, 1-18)

Il Vangelo proposto dalla liturgia Ambrosiana nella seconda domenica di Avvento (Lc 3,1-18) ha la struttura di un editoriale antico: snocciola nomi, poteri, geografie. È una pagina che ha la concretezza di un comunicato stampa dell'Impero romano. E proprio lì, in quel tessuto di storia e dominazioni, l'evangelista Luca piazza il dettaglio più sorprendente: «La Parola di Dio scese su Giovanni nel deserto». È una notizia inattesa. Non scende nei palazzi, non prende parola attraverso Caifa o Pilato, non passa per gli snodi dell'apparato religioso. La Parola sceglie realtà marginali, il silenzio, il luogo dove nulla può essere manipolato. Un movimento tipico dell'Avvento: Dio non entra mai dalla porta che ci aspettiamo. Nella Bibbia il deserto è lo spazio in cui non puoi nasconderti da nessuna parte, è il luogo tutte le voci si tacciano finché ne rimane una sola: quella che ci chiama a diventare più veri.

Conversione: un parto che mi rigenera

Il termine che Giovanni pronuncia con più forza è quello che più spaventa: conversione.
La conversione, nella sua voce, ha il tono dei lavori in corso: «Preparate la via del Signore… colmate, abbassate, raddrizzate». La vera conversione non consiste nel rifare la facciata, ma nel mettere mano alle fondamenta: Come dice un autore spirituale, «Dio non vuole aggiustarti, vuole generarti». Per questo Giovanni non propone riti aggiuntivi né imprese eroiche, ma gesti concreti di conversione: condividere, essere giusti, non approfittare degli altri. È una spiritualità che si traduce in civiltà, una fede che diventa carne nelle scelte quotidiane. Il Vangelo, allora, non chiede di essere "più buoni", ma di essere più veri. Di smettere di temere la luce.

Una società da disinnescare

La pagina evangelica di questa seconda Domenica di Avvento pone la predicazione del Battista dentro un quadro politico preciso. Non per fare geopolitica, ma per ricordarci che l'annuncio della salvezza non è un'esperienza privata. La conversione ha un peso pubblico, genera atteggiamenti visibili. Le scelte di una singola coscienza possono disinnescare la logica del sopruso, della menzogna, del cinismo. Le tue scelte private hanno sempre un risvolto relazionale, sociale, comunitario.

Charles Péguy, poeta inquieto e profetico, scriveva: «La santità non è dentro di noi come in una fortezza. È nella strada, nel lavoro, nel gesto fatto per un altro.» È la stessa linea del Battista: la fede cambia la vita perché entra nei legami, nei mestieri, nelle relazioni, nelle città. In un tempo in cui la paura chiude, Giovanni il Battista invita ad aprire un varco. In un tempo in cui le identità si irrigidiscono, Giovanni esorta al coraggio di sciogliere. In un mondo che si abitua al buio, Giovanni accende una torcia che sa fare luce.

La buona notizia che non ti aspettavi

Eppure, mentre la voce del Battista sembra dura come pietra, l'evangelista Luca la definisce sorprendentemente «buona notizia». Come può essere buona la richiesta di convertirsi? Perché non è innanzitutto un rimprovero, ma un invito a rinascere. Non è un esame da superare, ma un varco da attraversare. Il grande teologo Romano Guardini scriveva che la venuta di Dio «non ci toglie nulla se non ciò che ci rende infelici». Ecco la buona notizia del Battista: lasciare che Dio ci spogli delle maschere d'insincerità che ci soffocano. L'Avvento non è un tempo per fare di più, ma per fare spazio a Dio e permettere alla Parola di Dio di scendere – come fece su Giovanni – in quelle zone dove nessuno entra mai: le complicazioni taciute, le stanchezze accumulate, le attese senza nome, le ferite mai del tutto davvero guarite, le zone grigie della nostra interiorità non ancora totalmente illuminate dalla luce sfolgorante del Vangelo. Il deserto di Giovanni il Battista non è geografia, è una mappa dell'interiorità. È il luogo in cui tornare a distinguere tra ciò che è urgente e ciò che è essenziale.

Per noi, oggi

Cari Parrocchiani, la voce del Battista, anche oggi, ha il compito di togliere il sonno alle coscienze addomesticate e assopite. Nel tempo accelerato e rumoroso della modernità, il Vangelo continua a presentarsi come una Parola che non tranquillizza, ma desta. Non come un balsamo anestetizzante, bensì come un annuncio che apre spazi interiori, scompiglia equilibri, genera domande nuove. Nel dibattito culturale contemporaneo, spesso dominato da narrazioni che invitano alla chiusura, alla difesa, all'identità come trincea, alla polarizzazione del dibattito, la logica evangelica propone un'altra cosa: un'apertura. Papa Francesco ricordava che «il Vangelo è una forza di libertà; non ci imprigiona nelle nostre paure ma ci spinge a camminare». Non è un codice che addormenta, ma un germe che provoca movimento. La forza liberante del vangelo di Cristo è capace di generare processi di emancipazione e risveglio critico. La sua forza non risiede soltanto nei contenuti teologici, ma nella capacità di attivare nuove forme di soggettività e di contestare assetti sociali ingiusti consolidati. La nostra società contemporanea è figlia di una razionalità che ottimizza, calcola, governa, ma raramente libera. In questo contesto, la logica evangelica rappresenta un punto di rottura. Non si colloca nella sfera dell'utile, ma dell'"eccedenza" etica: invita a guardare oltre il calcolo, oltre la funzione sociale, oltre la produzione di consenso. La preferenza evangelica per gli esclusi, gli "scartati", dialoga con le analisi di Nancy Fraser, secondo cui ogni ordine sociale contiene "linee di riconoscimento" che includono alcuni e silenziano altri. Il racconto evangelico, mettendo al centro coloro che sono ritenuti marginali, destabilizza queste linee e si oppone alla dilagante "cultura degli scarti" presente in modo preoccupante nelle nostre opulenti società occidentali. Questa dimensione provocatoria del messaggio cristiano come sfida era già stata intuita dal teologo e martire tedesco Dietrich Bonhoeffer, che scriveva: «Quando Cristo chiama un uomo, gli ordina di venire e morire». Che significa: morire a ciò che ci tiene schiavi, alle convenzioni che ci anestetizzano, alle omologazioni delle nostre società che sminuiscono il coraggio di scegliere, alle abitudini che spengono la voce interiore. Parole dure, ma proprio per questo liberanti, perché restituiscono all'uomo la responsabilità del proprio cammino. Tutto questo ci ricorda che la storia non è un blocco immobile, ma un grembo. Che nulla è irreversibile quando Dio si avvicina. Che la conversione non è un dovere religioso, ma la possibilità di ricominciare. Forse l' Avvento ci chiede proprio questo: Non di aggiungere, ma di liberare. Non di conservare, ma di aprire un varco in noi da cui Dio possa entrare e rigenerarci. E che la Parola di Dio possa ancora una volta scendere nel deserto delle nostre "periferie esistenziali" e farne il luogo in cui la speranza prende corpo.

Don Giovanni Pauciullo

I Domenica di Avvento

16.11.2025

L' AVVENTO

Il tempo della perseveranza che salva 

(Mt 24, 1-31)

"Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà" (Mt 24,42)

L' Avvento ambrosiano si apre con una Parola che scuote e illumina: la venuta del Signore. Non un racconto di nostalgia o di attesa passiva, ma un invito deciso alla vigilanza del cuore. Il Vangelo della prima domenica di Avvento, ci pone davanti a un orizzonte escatologico: Gesù annuncia la caducità delle cose che sembrano più stabili, "non resterà pietra su pietra", e indica una via di salvezza non nel controllo del tempo, ma nella fede che sa attendere.

Avvento: il tempo della perseveranza che salva

L' Avvento non è solo attesa: è allenamento alla perseveranza. Gesù, nel Vangelo, non promette una strada facile, ma indica una direzione chiara: "Chi persevererà sino alla fine sarà salvato." È una frase che non parla di straordinarietà, ma di fedeltà quotidiana. La perseveranza non è resistere a tutti i costi , ma rimanere nella fiducia quando non si vede più nemmeno una prospettiva.

L' Avvento, con la sua sobrietà e il suo silenzio, ci educa proprio a questo: a non cercare emozioni che durano quanto l'effervescenza di un attimo, ma a sostenere il desiderio nel tempo, quando la vita chiede costanza, quando l'attesa si fa lunga, quando l'entusiasmo iniziale tende a sbiadire.

La pagina di Vangelo indica la strada della perseveranza, essa è la forma evidente, concreta, immediata dell'Amore. Perché l'amore vero non vive di slanci momentanei, ma di scelte rinnovate ogni giorno. Nella fede come negli affetti, nel lavoro come nel servizio, la perseveranza è ciò che trasforma il seme in frutto, il gesto in vita compiuta.

Ma oggi, in una società che vive di velocità e di scadenze brevi, la perseveranza è diventata una parola controcorrente. Tutto ci spinge al contrario: cambiare, scappare, ricominciare altrove. Viviamo tempi di instabilità affettiva, di decisioni revocabili, di fedi intermittenti. Ci spaventa l'idea di "durare", di rimanere fedeli quando non conviene più. Eppure è lì, proprio lì, che nasce la gioia cristiana: nella fedeltà che attraversa la fatica e resiste al disincanto.

Perseverare oggi significa non spegnere il desiderio, anche quando il mondo lo deride. Significa credere che la bontà, la preghiera, la giustizia non sono ingenuità ma atti rivoluzionari di speranza evangelica. È rimanere nel bene quando nessuno guarda, è non smettere di costruire anche se il risultato non si vede.

L' Avvento ci invita a diventare persone perseveranti nella fede, capaci di attraversare il tempo senza lasciarci divorare dalla fretta o dalla delusione. È il tempo di ritrovare la lentezza di Dio, che non promette scorciatoie ma presenza, non miracoli facili ma fedeltà duratura.

E come scriveva Charles Péguy, il poeta della speranza:

"La fede che non dura è una fede che non è mai cominciata."

Che questo Avvento ci trovi perseveranti: nella preghiera, nella fiducia, nella carità. Perché solo chi rimane, ama davvero.

L' Avvento come tempo di verità

L'inizio dell' Avvento porta con sé la consapevolezza che "l'attesa cristiana non è ansia per ciò che deve accadere, ma fedeltà a Colui che già viene". L' Avvento non è dunque un conto alla rovescia verso il Natale, ma un tempo in cui imparare a riconoscere le tracce vive della presenza di Dio nel quotidiano, anche nelle crisi e nei crolli che ci spaventano. Nel discorso escatologico, Gesù non vuole spaventare, ma educare lo sguardo dei suoi Discepoli: tutto ciò che è fragile e passa serve a purificare l'attesa, a farci desiderare ciò che resta davvero, stabilmente: l'Amore di Dio per la storia dell'umanità. Una umanità ferita, precaria, fragile, ingiusta ma perennemente amata dal Dio della storia e Signore del tempo.

Vigilare: verbo dell' Avvento

Il cuore della spiritualità ambrosiana dell' Avvento è il vigilare. Non dormire davanti alla vita, non lasciarsi distrarre dal rumore del mondo. Don Fabio Rosini scrive: "Vigilare significa amare. Solo chi ama attende, solo chi ama si accorge di chi arriva. L'Avvento ci educa a questa attenzione: non si tratta di guardare il cielo per scorgere segni misteriosi, ma di lasciarsi toccare dal Signore che passa nelle persone, negli eventi, nelle ferite della storia. Per gli uomini e le donne del nostro tempo, spesso travolti dalla velocità degli eventi, dalla paura del futuro o dall'indifferenza, l'Avvento è una parola di liberazione: ci dice che la storia non è abbandonata al caso, ma attraversata dal Mistero di Dio che viene incontro all'uomo, che entra nella carne del mondo per salvarlo dall'interno.

L' Avvento tempo per distinguere, desiderare e ritrovare l'essenziale

L' Avvento è il tempo in cui imparare di nuovo a distinguere l'essenziale da ciò che passa, il necessario dal superfluo. In una società che corre, che confonde il rumore con la vita e l'emozione con l'amore, l'Avvento ci invita a ritrovare il silenzio per discernere. Viviamo in un mondo che compra ciò che non serve, che scambia la visibilità per valore, che prende decisioni d'impulso e cambia direzione al primo vento. Anche negli affetti si fatica a capire cosa conta davvero: la fedeltà o l'intensità, la profondità o la novità. L'Avvento, con la sua sobrietà e la sua luce crescente, ci ricorda che non tutto merita la nostra attenzione, che la vita va ponderata, che solo ciò che nasce dall'amore e porta pace resta. È il tempo per rimettere ordine dentro, per non lasciarsi più abbagliare, ma imparare a vedere.

L' Avvento tempo che mi restituisce ai miei desideri più profondi

L' Avvento è anche il tempo per entrare nella profondità dei nostri desideri, per capire cosa davvero abita il cuore. In mezzo a un mondo che moltiplica bisogni e confonde desiderio con consumo, il credente è chiamato a fermarsi e domandarsi: c'è in me il desiderio di fare posto a Cristo? Desidero davvero lasciarmi raggiungere, perdonare, amare? O mi accontento di una fede di superficie, fatta di gesti abitudinari e parole vuote? L' Avvento ci provoca con una domanda semplice e radicale: che cosa sto aspettando davvero? È il tempo per lasciarsi sedurre dalla bellezza e dalla verità del Vangelo, per permettere a Cristo di rimettere ordine nei nostri passi, di ridare respiro ai nostri giorni. Solo allora l'attesa diventa vita piena, e la fede torna a essere un incontro che trasforma, non un ricordo che consola.

Sant'Agostino, nelle Confessioni, scrive: "Desidera il Signore e la tua anima si allargherà: quanto più desideri, tanto più sarai capace di accoglierlo." Questa è la pedagogia dell'Avvento: non riempire il tempo, ma dilatare il desiderio. La nostra società contemporanea, spesso sazia di cose e povera di senso, ha bisogno di questo spazio interiore. L'Avvento diventa così un atto di resistenza spirituale contro la fretta, la banalità e la superficialità: un tempo in cui impariamo di nuovo ad attendere, ad ascoltare, a sperare.

La venuta che già inizia

Il Vangelo ci parla della venuta gloriosa del Figlio dell'uomo, ma questa venuta comincia già ora: nella preghiera, nella Parola, nel dono stupendo dell'Eucarestia, nei piccoli gesti di carità e di fedeltà quotidiana. Come ci ricorda un autore spirituale "chi vive nella logica dell'attesa scopre che Dio non arriva mai da lontano, ma sempre da vicino." La postura spirituale della vigilanza ci fa comprendere che l'Amore di Cristo si avvicina sempre di più alla nostra vita, ogni volta che trova uno spiraglio di disponibilità, un cuore aperto, pronto ad accogliere la bellezza misteriosa di questo incontro, che mi cambia la vita per sempre!

Cari Parrocchiani, mi rivolgo a ciascuno di voi e alla nostra comunità nel suo insieme. All'inizio di questo Avvento, lasciamoci provocare dai segni che la liturgia ci offre e dalla spiritualità intensa di questo tempo forte. Sia davvero forte perché ci scuote dal torpore, dall'abitudine, che è poi la forma concreta con cui ci difendiamo dalla bellezza sconvolgente dello stupore. Sia un tempo forte, quello in cui ci stiamo introducendo, perché ci aiuti a distinguere l'essenziale da ciò che passa, e ci chiami a rimettere Cristo al centro della vita.

L' Avvento ci chiede di non vivere distratti, di non lasciarci anestetizzare dal rumore o dalla fretta, ma di riscoprire la forza silenziosa dell'attesa. Come singoli battezzati siamo invitati a riaccendere il desiderio di Dio, a ritrovare il gusto della preghiera, la profondità di uno sguardo che sa riconoscere la Sua presenza nelle pieghe del quotidiano. Come comunità di San Dionigi, siamo chiamati a essere, insieme, segno visibile di speranza, ed edificare una casa comune fondata sulla Parola del Vangelo, dove ciascuno possa sentirsi accolto, ascoltato, accompagnato.

L' Avvento è un tempo di semina: semina di fiducia, di mitezza, di carità concreta. Non possiamo prepararci alla venuta del Signore se non impariamo ad aprire le porte — del cuore e della parrocchia — a chi è più fragile, più solo, più lontano. Lasciamoci dunque raggiungere dal Vangelo, lasciamo che la bellezza di Cristo rinnovi il nostro passo comunitario e che la sua luce illumini le nostre scelte.

"Non si tratta di aggiungere giorni alla vita, ma di aggiungere vita ai giorni. — Antoine de Saint-Exupéry

Che questo Avvento ci aiuti a farlo: con fede, con speranza, e con quella gioia semplice che nasce solo da chi sa di essere amato e atteso.

Don Giovanni Pauciullo

Festa di Cristo Re dell'Universo

9.11.2025 

CRISTO RE DELL'UNIVERSO
Ultima Domenica dell' Anno Liturgico
nella liturgia Ambrosiana

(Mt 25,31-46)  

La solennità di Cristo Re dell'Universo giunge a sigillo dell'anno liturgico, quasi come il punto di approdo di un percorso che ha educato lo sguardo e il cuore dei credenti a riconoscere la presenza del Signore in tutte le stagioni della vita. Non è soltanto una festa "finale", ma il compimento di un cammino: l'Incarnazione celebrata a Natale, il Mistero pasquale vissuto nella Settimana Santa, il soffio dello Spirito a Pentecoste, le domeniche "del Tempo dopo Pentecoste" che ci hanno accompagnato nella vita ordinaria della fede. Tutto converge verso questa proclamazione: Cristo è il Signore della storia e del tempo, il Re che regna non dominando ma servendo, amando, donando.

L' Anno Liturgico come cammino educativo

Sappiamo bene come il nostro Arcivescovo Mario Delpini ha più volte ricordato che l'anno liturgico non è un calendario di ricorrenze da "ricordare", ma un itinerario vivo da percorrere con docilità e responsabilità:
"La liturgia non ripete, forma. Non celebra semplicemente ciò che è accaduto, ma educa a riconoscere ciò che il Signore compie ora, nella storia e nella vita di ciascuno."
Questo tempo, allora, non si chiude: matura e trasforma . È come un seme che ha attraversato le stagioni per giungere ora alla raccolta dei frutti.

Il mio professore di Liturgia don Claudio Magnoli, nel riflettere sulla dinamica dell'anno liturgico, osservava:
"Il succedersi delle domeniche, dei tempi e delle feste non è un cerchio che si ripete, ma una spirale: ritorniamo agli stessi misteri, ma ad un livello più profondo, perché la grazia del Signore ci ha trasformati un po' di più."
Cristo Re, allora, non è solo la conclusione del cammino, ma anche l'inizio di un nuovo modo di stare nella vita: nella consapevolezza che tutto converge in Lui e da Lui riceve significato.

Il Vangelo ambrosiano di questa Domenica: Mt 25,31-46

La liturgia ambrosiana propone, in questa solennità, il grande affresco del giudizio finale, dove il Figlio dell'uomo – il Re-Pastore – separa le pecore dalle capre. Non un racconto che vuole intimorire, ma un testo che svela il criterio ultimo dell'esistenza: il modo in cui abbiamo amato.

"Avevo fame… avevo sete… ero forestiero… nudo… malato… in carcere…"

Il Re che giudica è lo stesso che si presenta nascosto nel volto degli ultimi. La regalità di Cristo non è troneggiare sopra i popoli, ma abitare la fragilità degli uomini, fino a identificarsi con essa.

Questa pagina è scelta dalla liturgia ambrosiana proprio perché riassume tutto l'anno liturgico:

  • Abbiamo contemplato Cristo nella gloria (festività e solennità)
  • L'abbiamo visto umile e servo (Natale, Pasqua, lavanda dei piedi)
  • Ora lo riconosciamo nascosto nei fratelli, soprattutto nei piccoli.

Qui avviene la sintesi: Gesù è Re perché ama fino al nascondimento.

Il Vangelo di questa Domenica non ci chiede uno sforzo eroico o moralistico. Non è una lista di doveri da vivere. È un invito a capire dove sta Cristo oggi, dove si rivela con maggiore intensità; il Vangelo non ci giudica: ci rivela. Ci mostra dove posa realmente il nostro cuore, quale immagine di Dio abbiamo coltivato. Il Re della pericope evangelica non separa per punire, ma per far emergere la verità: Dove hai messo la tua vita? Dove si è giocato il tuo amore?

Il focus di questa pagina evangelica che la liturgia questa domenica ci consegna non è la presentazione di opere caritative, anche se di fatto questo brano ha ispirato nella vita del cristianesimo opere incarnate di bene e di misericordia.
La questione di fondo non è "fare delle opere di carità", ma imparare a riconoscere Cristo. Se non Lo riconosci nei sacramenti, nella preghiera, nella sua Parola, come farai a riconoscerlo nel povero, negli ultimi, sul volto di uomini e donne discriminati dalla "cultura dello scarto"? Ecco allora che l'anno liturgico è proprio questa scuola: vedere Cristo nella sua Parola, nel pane vivo dell' Eucarestia , nella comunità Ecclesiale. Per riconoscerlo ora nella carne fragile degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Perché la liturgia ambrosiana sceglie proprio questo Vangelo nell'ultima Domenica dell'Anno Liturgico? Perché Cristo Re si rivela nel giudizio dell'amore. Cari Parrocchiani, la liturgia ci accompagna fin qui nella chiusura dell'anno liturgico per dirci: Il senso della fede non è imparare pedissequamente uno schema dottrinale: è innanzitutto un incontro con Cristo. Il vertice dell'anno liturgico non è una festa in più, un momento celebrativo, quanto piuttosto un modo di vivere secondo il cuore di Cristo. La gloria di Cristo non è appariscente e scintillante: è compassione umile, che si fa tenerezza vicina. Celebrare Cristo Re significa dire che il nostro tempo non è abbandonato al caos, ma custodito da Dio, Signore della storia che non domina, ma accompagna. L'anno liturgico non si chiude: riparte nel vivo della nostra vita quotidiana.
E noi, ripartiamo sapendo dove guardare: nel volto degli ultimi, perché lì Cristo si fa presente.

Don Giovanni Pauciullo 

Festa di Ognissanti

1.11.2025

FESTA DI OGNISSANTI

La chiamata corale alla santità

(Mt 5, 1-12a)

La festa dei Santi ci riunisce oggi non solo per celebrare volti già in cielo, ma per riconoscere che ciascuno di noi è chiamato a diventare "santo" nel quotidiano, in mezzo alla vita di ogni giorno, con le sue gioie e le sue ferite.

Come dice un autore spirituale "La grandezza di Dio è la piccolezza" … Dio è presente in ogni gesto umile che apre all'incontro. Questa immagine ci scuote: la santità non è uno spettacolo straordinario, ma un cammino di piccolezza, di umiltà, di fraternità quotidiana che si dispiega nelle pieghe ordinarie del nostro vissuto feriale! I santi non sono "super-eroi", ma uomini e donne che si sono fidati di Dio nelle loro fragilità.

E allora guardiamo le nostre fragilità: le paure, le cadute, i fallimenti, le attese che sembrano inutili. In questa festa veniamo chiamati a dire: anche io posso essere beato, anche io posso essere "santo" nel mio ambiente, nella mia famiglia, al lavoro, nella vita della mia comunità ecclesiale, nei momenti silenziosi raccolti nella mia profondità.

Come ci ricorda un autore spirituale «Dio ti ama perché sbagli. … Vai bene come sei». Dio ti ama nonostante le tue care imperfezioni, i tuoi limiti, gli sbagli, le incostanze, le infedeltà. L'Amore di Dio non è qualcosa che va meritato, va solo accolto, custodito come un tesoro prezioso in fondo al campo del mio cuore, della mia interiorità.
Questo ci libera. Non dobbiamo attendere di essere perfetti per camminare con Dio. I nostri errori diventano terreno di grazia, non barriera. I santi non sono quelli che non hanno mai sbagliato, ma quelli che hanno lasciato entrare Dio nei loro sbagli.

Il Cardinale Martini spesso ci ha ricordato che la santità è «Consegnare a Dio la nostra vita, perché ci metta in stato di servizio verso i fratelli». La vita di Grazia c'insegna ad assumere una postura di servizio verso i fratelli, nella vita Ecclesiale, nei gesti di Carità, nei ministeri ecclesiali che siamo chiamati ad esercitare con fedeltà e umiltà.
Ecco un elemento fondamentale: la santità non è solo contemplazione, è servizio, è dedizione, è tempo ed energie spese per fare il bene. La Santità non è solo per "me", ma per "noi". Noi chiamati per vocazione a camminiamo insieme, noi chiamati a gareggiare nello stimarci a vicenda, noi chiamati a portare i pesi gli uni degli altri, noi che facciamo il bene con semplicità.

Quindi oggi, nella festa dei Santi, siamo invitati a cinque passi concreti:

Guardiamo ai santi che ci precedono e che la Chiesa ci addita come modelli: magari uomini e donne "normali" come noi, eppure trasformati dall'amore di Dio. Immaginiamoci lì, tra loro, non per arrogarsi un rango, ma per essere incoraggiati: «Se loro hanno potuto, potrò anch'io». E ricordiamo che la strada è aperta: oggi, in questa festa, possiamo dire con umiltà e fiducia: "Signore, anche io desidero camminare verso te sulla via della santità".

Don Giovanni Pauciullo

II Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore 

7.09.2025 

LA PARABOLA DEI DUE FIGLI: 

il coraggio del cambiamento 

(Mt 21, 28-32)

Nella parabola dei due figli, che la liturgia Ambrosiana ci consegna in questa Seconda Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore, Gesù racconta di un padre che invita entrambi i suoi figli a lavorare nella vigna. Il primo risponde: «Non ne ho voglia», ma poi si pente e ci va. Il secondo dice subito: «Sì, signore», ma non si muove. È una scena semplice, quotidiana, che però custodisce una forza disarmante, capace di illuminare le pieghe più nascoste del cuore umano.

Questa parabola non è solo una lezione morale sul fare ciò che è giusto, sull'adempiere ai propri doveri. È un invito a un confronto sincero con la verità della nostra vita. Non importa solo quello che diciamo, ma ciò che effettivamente scegliamo di fare. La differenza non la fa l'apparenza, la postura di facciata, ma la disponibilità a lasciarsi cambiare, a convertirsi. Il primo figlio dice "no", ma poi cambia idea. Non è un eroe della fede, ma un uomo che si lascia toccare da una voce più profonda. Forse inizialmente era stanco, ribelle, indifferente. Ma in lui accade qualcosa. Un movimento interiore lo spinge a rivedere la sua posizione e ad agire. È il "no" che si trasforma in un "sì" silenzioso ma vero, fatto di passi concreti.

La trappola di compiacere gli altri

Il secondo figlio, invece, rappresenta quella parte di noi che vuole compiacere, che dice ciò che ci si aspetta, ma che resta ferma. È il volto di una religiosità formale, di facciata, dell'obbedienza solo apparente. Le sue parole sono giuste, ma il cuore è distante. Questo aspetto del vangelo ci permette di mettere a fuoco un atteggiamento su cui dovremmo vigilare nella nostra vita: la tentazione di compiacere gli altri. Si tratta di un tema profondo che tocca vari livelli dell'esperienza umana, è una dinamica che si manifesta spesso in modo sottile, ma che può condizionare profondamente le nostre scelte, relazioni e persino il nostro cammino interiore. Mi spiego meglio, da un lato, piacere a Dio è il fondamento di ogni spiritualità autentica: vivere secondo la Sua volontà, nel rispetto dell'amore e della verità. Dall'altro lato, il voler piacere agli altri può diventare un ostacolo al discernimento e alla libertà. Il bisogno di compiacere affonda spesso le radici nell'infanzia. Una persona può aver imparato, magari inconsapevolmente, che l'amore si ottiene facendo i "bravi", non deludendo nessuno, sopprimendo i propri bisogni per soddisfare quelli degli altri. Queste dinamiche generano un'identità fragile, dipendente dal giudizio esterno. La persona "che vuole piacere" vive in funzione dell'altro, perde il contatto con il proprio mondo interiore, e spesso reprime emozioni, desideri e verità personali per evitare il conflitto. Il Vangelo ci invita ad un cammino di guarigione, che implica il recupero del diritto di dire "no", la capacità di deludere senza sentirsi cattivi, e l'apprendimento di una sana assertività: dire la verità con rispetto, Avere il coraggio di dissentire con rispetto senza paura o timore di perdere la stima degli altri! L'autenticità è il frutto di un cammino di liberazione. Liberarsi dal bisogno di compiacere non significa diventare egoisti o insensibili, ma imparare ad amare in modo libero e vero. Cercare il bene, fare il bene, essere sinceri — anche quando questo comporta deludere qualcuno — è segno di maturità spirituale e umana.

La fede è un cammino che può sempre ricominciare e riprendere il passo

Questa parabola del Vangelo di Matteo parla a tutti, ma in modo particolare a chi si sente in ritardo, a chi ha sbagliato, a chi ha detto troppi "no" nella vita. Il Vangelo non condanna l'errore, ma l'indifferenza. Ciò che conta non è il passato che ci giudica, ma la direzione verso cui stiamo andando ora. La fede è un cammino che può sempre ricominciare, anche dopo il rifiuto, anche dopo il fallimento, anche dopo un tempo segnato dalla fragilità, dal dolore, dalla confusione del cuore.

Come ricordava il Cardinale Carlo Maria Martini: «Alzarsi, andare vuol dire accettare di essere sempre in ricerca, in ascolto dell'Altro, protesi verso l'incontro che ci sorprende e ci cambia…»

Ed è proprio questo che fa il primo figlio: si lascia sorprendere da un cambiamento interiore. Si alza, va, e nella sua obbedienza concreta scopre il senso della vera giustizia.

Chi sono io in questa parabola?

Forse non siamo né del tutto il primo figlio, né completamente il secondo. In ognuno di noi convivono promesse e ritardi, slanci e resistenze. Ma la domanda che Gesù ci lascia è scomoda e liberante al tempo stesso: "Chi ha compiuto la volontà del padre?".

È la domanda che ogni credente dovrebbe portare nella preghiera: non tanto "cosa dico di credere", ma "cosa scelgo di fare". Perché il Vangelo non si misura in parole, ma in conversione, in gesti sinceri che raccontano la direzione della mia libertà, in una vita che cambia direzione.

Il Regno di Dio è aperto ai pubblicani e alle prostitute, non perché siano modelli da imitare, ma perché si sono lasciati cambiare, hanno avuto il coraggio di rientrare in sé e tornare alla vigna, al lavoro, alla relazione con il Padre. Hanno trovato il coraggio di riscoprire la propria chiamata e dignità di Figli amati.

Cari Parrocchiani, la parabola dei due figli ci rivela un Dio che non si ferma al primo rifiuto, ma continua a sperare nel nostro "sì". È il Dio delle seconde possibilità, il Padre che guarda più in là delle nostre parole, che attende non la perfezione, ma il cuore disposto a lasciarsi raggiungere.

E forse oggi, proprio oggi, è il momento di rientrare nella vigna.

 Don Giovanni Pauciullo