FERIALI 


"Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.»"  

(Mc 4, 26-27)


"La Parola è seme che porta frutti in pazienza"

(Don Alberto Dalmas) 

Lunedì del tempo di Natale

« Ecco l' Agnello di Dio L'immagine dell' Agnello è tra le più disarmanti del Vangelo, perché ci costringe a rivedere le nostre idee su Dio. Giovanni avrebbe potuto dire: "Ecco il Leone", "Ecco il Giudice", "Ecco il Santo". Invece dice: Agnello. Un animale fragile, mite, esposto, incapace di difendersi. È come se Dio avesse scelto deliberatamente di non essere frainteso, Cristo ci raggiunge come un Amore disarmato. Mite, che non vuole dominarci, ma liberarci se lo desideriamo! […]»  

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 5 gennaio 2026) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29a. 30-34) 

«In quel tempo. Giovanni, vedendo il Signore Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele. Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio."»

Omelia di Don Giovanni 

Ecco l' Agnello di Dio L'immagine dell' Agnello è tra le più disarmanti del Vangelo, perché ci costringe a rivedere le nostre idee su Dio. Giovanni avrebbe potuto dire: "Ecco il Leone", "Ecco il Giudice", "Ecco il Santo". Invece dice: Agnello. Un animale fragile, mite, esposto, incapace di difendersi. È come se Dio avesse scelto deliberatamente di non essere frainteso, Cristo ci raggiunge come un Amore disarmato. Mite, che non vuole dominarci, ma liberarci se lo desideriamo! L'agnello, nella Scrittura, è legato alla Pasqua. È l'animale che viene consegnato, non per placare un Dio violento, ma per permettere a un popolo di uscire dalla schiavitù. L'agnello non toglie il faraone, ma rende possibile il cammino nonostante l'opposizione del Faraone. Così Gesù non elimina magicamente il male dal mondo: toglie il peccato nel senso che ne spezza la logica, disinnesca il meccanismo della paura e della colpa che ci tiene prigionieri.

C'è poi un dettaglio decisivo: Giovanni dice che l' Agnello porta il peccato del mondo. Non lo giudica dall'esterno, non lo condanna dall'alto. Lo porta, cioè lo attraversa, lo prende su di sé senza farsene contaminare. Questo ci rivela il Mistero di Dio che non si scandalizza della nostra fragilità, ma la assume come luogo dell'incontro. Se Dio non si vergogna di abitare le mie fragilità, allora anch'io posso smettere di combatterle come nemiche e imparare ad abbracciarle come il luogo umile e vero in cui Lui ha deciso di incontrarmi. Ogni vera conversione parte dall'imparare ad accettare serenamente e con umiltà le nostre "care imperfezioni".

Come diceva Chesterton «Il cristianesimo non ha mai chiesto all'uomo di essere meno umano, ma di esserlo di più.»

Il senso è proprio questo: Dio non chiede di superare le nostre fragilità per essere amati, ma di abitare fino in fondo la propria umanità, perché è lì che Lui è entrato. E per farlo ci vuole vera umiltà. Se Dio è Agnello, allora anche la salvezza passa attraverso forme piccole, quotidiane, ordinarie e non spettacolari. Passa attraverso la mitezza, la pazienza, la capacità di rimanere dentro le ferite senza scappare. L' Agnello di Dio non ci salva dal mondo, ma nel mondo, insegnandoci una forza diversa: quella dell'Amore che non si difende, ma si dona, e proprio così vince.

Don Giovanni Pauciullo


Insegnaci, Signore Gesù, a donarTi la povertà che siamo!

Venerdì del tempo di Natale

 Memoria dei Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzieno, vescovi e dottori della Chiesa 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 28b-32)

«In quel tempo. Simeone accolse il bambino Gesù tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele".»

Omelia di Don Giovanni 

In allestimento 

V giorno dell'Ottava del Natale del Signore

"In questo brano Matteo ci mostra ancora una volta la logica discreta di Dio, che non si impone mai attraverso vie spettacolari, ma guida la storia attraverso cose piccole, piccoli passi: sogni, intuizioni, piccoli spostamenti. Giuseppe ascolta e si muove. Non discute, non tergiversa, non cerca garanzie, non pretende di capire tutto. Accoglie la Parola e la traduce in passi [...]."

(Tratto dall' Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 29 dicembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2,19-23)

"In quel tempo. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»"

Omelia di Don Giovanni 

In questo brano Matteo ci mostra ancora una volta la logica discreta di Dio, che non si impone mai attraverso vie spettacolari, ma guida la storia attraverso cose piccole, piccoli passi: sogni, intuizioni, piccoli spostamenti. Giuseppe ascolta e si muove. Non discute, non tergiversa, non cerca garanzie, non pretende di capire tutto. Accoglie la Parola e la traduce in passi, anche quando quei passi lo portano da un luogo straniero come l' Egitto a una Nazaret sconosciuta e periferica.

C'è un tratto sorprendente in questa pagina: la vita di Gesù - la vita stessa di Dio fatto uomo - non avanza su strade diritte, ma attraverso deviazioni, ritorni, strade impervie e complicate. È come se il Vangelo ci dicesse che la volontà di Dio non è un percorso rigido, ma un' alleanza che cammina dentro la realtà, con le sue ombre e i suoi rischi. Per questo Giuseppe è figura del credente autentico: non cerca il posto migliore, cerca il posto giusto per custodire ciò che gli è stato affidato. Forse oggi questo Vangelo ci chiede di fare lo stesso movimento: lasciare che Dio ci riporti là dove la nostra vita può crescere, anche se il luogo non è quello che avevamo immaginato. Accettare che la strada sia umile, addirittura, come Nazaret. Perché la salvezza non nasce nelle città dove tutto è già definito, ma negli spazi dove siamo disposti a ricominciare.

E allora chiediamo la grazia di un cuore come quello di Giuseppe: non veloce, ma disponibile; non brillante, ma fedele. Un cuore che non pretende di capire tutto, ma che non perde nessuna occasione per custodire il Dio che ci viene incontro.

Don Giovanni Pauciullo

Lascia che Dio ti riporti dove la vita può rifiorire

Lunedì della VI settimana di Avvento

 V Feria Prenatalizia "dell' Accolto"

«Il Natale è alle porte. Come Zaccaria, cantiamo: "Benedetto il Signore Dio d'Israele". E con questo canto, prepariamo i nostri cuori ad accogliere colui che viene a visitarci con amore, con letizia, con la potenza della lode nel nostro cuore credente.[…]»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 22 dicembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 67-80)

«Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

"Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,
come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:
salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati.
Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio,
ci visiterà un sole che sorge dall'alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra di morte, e dirigere i nostri passi
sulla via della pace".

Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.»

Omelia di Don Giovanni

Siamo ormai prossimi al Natale di Cristo e oggi il Vangelo ci regala il canto di Zaccaria. È un canto di speranza, di luce che nasce nel buio. Zaccaria parla di Dio che "ha visitato il suo popolo", e il suo cuore trabocca di gioia e gratitudine.

Ciò di cui ci parla il Benedictus non è solo storia lontana, racconto di un passato fermo e distante, così infatti commentando il benedictus diceva sant'Agostino: "Zaccaria, cantando, mostra che chi spera in Dio non sarà mai deluso; in Lui la luce sorgente per chi cammina nelle tenebre." Ecco il senso di questo Natale che si avvicina: Dio viene sempre, anche quando tutto sembra fermo, anche quando le nostre paure ci tengono chiusi, anche quando la situazione della nostra vita sembra compromessa e non vediamo via d'uscita.

11 vangelo oggi ci chiede di fare un passo in più: non basta attendere il Natale come una data scritta sul calendario. Il canto di Zaccaria ci chiama a vivere la nostra vita come un luogo dove la luce può nascere. Scegliere il bene, parlare parole di pace, disarmare le parole arroganti e i gesti violenti; accogliere chi è solo, donare speranza a chi ha paura: in questi gesti concreti risuona il canto di Dio.

Il Natale è alle porte. Come Zaccaria, cantiamo: "Benedetto il Signore Dio d'Israele". E con questo canto, prepariamo i nostri cuori ad accogliere colui che viene a visitarci con amore, con letizia, con la potenza della lode nel nostro cuore credente.

Don Giovanni Pauciullo 

«Chi spera in Dio non sarà mai deluso»

(Agostino di Ippona) 

Venerdì della V settimana di Avvento

III Feria Prenatalizia "dell' Accolto"

«Nel Vangelo della Visitazione tutto si muove in fretta, ma nulla è affrettato. Maria va, perché quando Dio entra nella vita non trattiene per sé il dono ricevuto: lo porta, lo consegna, lo condivide. E appena Maria arriva, qualcosa accade prima ancora delle parole: il bambino sussulta, Elisabetta è colmata di Spirito Santo. È il linguaggio silenzioso della gioia che riconosce la presenza di Dio.[...]»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 19 dicembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-46)

"In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo . Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo . E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto". Allora Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore". "

Omelia di Don Giovanni 

Nel Vangelo della Visitazione tutto si muove in fretta, ma nulla è affrettato. Maria va, perché quando Dio entra nella vita non trattiene per sé il dono ricevuto: lo porta, lo consegna, lo condivide. E appena Maria arriva, qualcosa accade prima ancora delle parole: il bambino sussulta, Elisabetta è colmata di Spirito Santo. È il linguaggio silenzioso della gioia che riconosce la presenza di Dio.

Maria non spiega, non dimostra, non convince. Porta semplicemente Cristo. E questo basta perché la vita dell'altro si risvegli. La fede autentica non occupa spazio, lo apre; non fa rumore, ma genera stupore.

Sant'Agostino commenta così questo mistero: «Maria concepì prima nel cuore che nel grembo.» (Sermo 215,4)

È il cuore che crede, che si fida, che rende possibile l'incarnazione. Il Magnificat nasce da qui: da un cuore umile, libero, capace di riconoscere che Dio guarda l'umiltà e fa grandi cose proprio dove non sembrava possibile.

Questo Vangelo ci invita a chiederci non tanto quanto parliamo di Dio, ma quanto la sua presenza fa sussultare la vita attorno a noi. Perché quando Cristo è davvero accolto, la gioia non ha bisogno di spiegazioni.

Don Giovanni Pauciullo 

«Maria concepì prima nel cuore che nel grembo.» 

(Agostino di Ippona, Sermo 215,4) 

Giovedì della V settimana di Avvento

II Feria Prenatalizia "dell' Accolto"

«Nel brano di vangelo che la liturgia oggi ci consegna, incontriamo Zaccaria nel tempo del silenzio. Un silenzio che non è punizione, ma pedagogia di Dio. L'angelo gli ha annunciato una vita nuova, inattesa, e Zaccaria – uomo giusto, sacerdote fedele – non riesce a fidarsi fino in fondo del Signore. [...] A volte anche noi, davanti alle promesse di Dio, restiamo muti dentro: continuiamo a fare il nostro dovere, ma senza voce, senza canto, senza stupore. Dio non si offende per la nostra fatica a credere; piuttosto ci accompagna in un tempo in cui impariamo ad ascoltare più che a spiegare, ad accogliere più che a controllare.»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 18 dicembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 19-25) 

«L'angelo gli rispose: "Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo. Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: "Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini".»

Omelia di Don Giovanni 

Nel brano di vangelo che la liturgia oggi ci consegna, incontriamo Zaccaria nel tempo del silenzio. Un silenzio che non è punizione, ma pedagogia di Dio. L'angelo gli ha annunciato una vita nuova, inattesa, e Zaccaria – uomo giusto, sacerdote fedele – non riesce a fidarsi fino in fondo del Signore. Chiede una garanzia, un segno. E il segno che riceve è proprio la sospensione della parola.

A volte anche noi, davanti alle promesse di Dio, restiamo muti dentro: continuiamo a fare il nostro dovere, ma senza voce, senza canto, senza stupore. Dio non si offende per la nostra fatica a credere; piuttosto ci accompagna in un tempo in cui impariamo ad ascoltare più che a spiegare, ad accogliere più che a controllare. Elisabetta, nel nascondimento, riconosce che il Signore ha guardato la sua umiliazione. È lì che Dio opera: non nel clamore, ma nella discrezione; non nella sicurezza, ma nella fiducia che matura lentamente.

Tacque l'incredulo, parlò il fedele.»
(
Sermo 293) Sant'Agostino commenta così il passaggio dalla parola silenziata di Zaccaria, segno della sua fatica a credere, alla parola ritrovata, che nasce quando la promessa di Dio è accolta fino in fondo. Il silenzio diventa quindi un tempo necessario perché la fede maturi e la parola torni ad essere vera.

Questo Vangelo ci invita a non temere i nostri silenzi. Il silenzio raccolto ci fa bene, ne abbiamo bisogno. È uno spazio necessario in cui la vita smette di difendersi e comincia ad ascoltare. Nel silenzio emergono le nostre resistenze, le paure che oppongono argini all'inatteso di Dio. Ma proprio lì, dove ci scopriamo fragili e non pronti, il Signore prepara una parola nuova, più vera, coraggiosa, capace di aprirci alla sua promessa.

Questi giorni che ci separano dalla grazia del Natale ci vedano capaci di raccoglimento, di un silenzio profondo, di stupore davanti all'amore di Dio, che viene a visitarci con la delicatezza dell'inatteso.

Don Giovanni Pauciullo 

Aiutaci, Signore Gesù, ad amare il silenzio per ascoltare la Tua Voce! 

Lunedì della V settimana di Avvento

«"Cera un padrone che piantò una vigna e la diede in affitto". Gesù inizia così, ricordandoci che la vita è affidata, non posseduta. Tutto nasce da una fiducia ricevuta. Eppure il cuore dell'uomo può smarrire l'origine del dono e trasformarlo in pretesa. […] Senza Cristo, anche ciò che è santo si svuota. Con Cristo, invece, tutto ritrova senso. la fede non è custodire qualcosa, ma lasciarsi continuamente incontrare da Qualcuno.»

(Tratto dall' Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 15 dicembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 33-46) 

«Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!". Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?". Gli risposero: "Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo". "E Gesù disse loro: "Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato".
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.»

Omelia di Don Giovanni 

«Cera un padrone che piantò una vigna e la diede in affitto».

Gesù inizia così, ricordandoci che la vita è affidata, non posseduta. Tutto nasce da una fiducia ricevuta. Eppure il cuore dell'uomo può smarrire l'origine del dono e trasformarlo in pretesa.

«Costui è l'erede. Su, uccidiamolo».

Qui Gesù non parla di altri, parla di sé. È Lui il Figlio mandato dal Padre, ed è Lui che si vuole togliere di mezzo perché la sua presenza disturba. 11 Figlio smaschera l'illusione di poter vivere la vigna senza relazione, senza connessione, senza gratitudine. Qui il vero dramma non è la violenza dei vignaioli, ma l'illusione di poter vivere della vigna facendo a meno del Figlio. C'è una tentazione sottile e pericolosa: abitare la Chiesa senza vivere di Cristo. Fare le cose giuste, custodire strutture, ruoli, tradizioni, impegni pastorali, ma senza lasciarsi più toccare e dalla sua presenza viva. È possibile restare nella vigna e, allo stesso tempo, tenere il Figlio fuori dalla porta.

Sant'Agostino lo dice con parole limpide: «Molti sono nella Chiesa con il corpo, ma non con il cuore». Si può appartenere esteriormente alla Comunità cristiana, alla vita parrocchiale, alla Chiesa, senza una relazione reale, profonda e personale con il Signore. Quando Cristo non è più il centro, la Chiesa rischia di diventare un luogo da gestire invece che una vita da accogliere. Sì, il rischio è proprio questo: vivere il volontariato e trasformare la Chiesa in una ONG, magari efficiente, generosa, ma senza anima. Quando Cristo non è più il centro, resta solo l'attivismo: si fanno molte cose, ma si perde il motivo per cui le si fa. Sant'Agostino avverte con forza: «Se togli Cristo, anche le opere buone diventano solo opere dell'uomo». Senza una relazione viva con Lui, il servizio si svuota e diventa autoreferenziale: non nasce più dalla gratitudine, ma dal bisogno di sentirsi utili o giusti. La Chiesa non è chiamata solo a "fare del bene" come tanti altri, ma a testimoniare un Bene ricevuto. Il volontariato cristiano non nasce dalla compassione da sola, ma dall'incontro con Cristo. Quando questo incontro manca, la Chiesa sopravvive forse come organizzazione, ma smette di generare vita.

Senza Cristo, anche ciò che è santo si svuota. Con Cristo, invece, tutto ritrova senso. la fede non è custodire qualcosa, ma lasciarsi continuamente incontrare da Qualcuno. È questo che salva la Chiesa dalla tentazione più grande: esistere senza il suo Signore. Eppure il Vangelo non finisce nella sconfitta. «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d' angolo». Gesù, rifiutato ed eliminato, diventa fondamento. Ciò che respingiamo per paura è proprio ciò che può salvarci. Accogliere il Figlio non ci toglie la vigna: ce la restituisce come casa, come luogo di figli, finalmente liberi di amare.

Don Giovanni Pauciullo 

Sia il Signore Gesù la "Pietra Angolare" della tua vita! 

Venerdì della IV settimana di Avvento

Memoria della Beata Vergine di Guadalupe 

«Nel Vangelo di oggi Gesù viene incalzato dai capi dei sacerdoti: «Con quale autorità fai queste cose?». È la domanda di chi vede l'opera di Dio ma non vuole lasciarsi coinvolgere. Nel tempo di Avvento, quando la Chiesa ci chiede di riaprire gli occhi e il cuore all'imprevedibile venuta del Signore oggi nella nostra vita, questa pagina ci educa a una cosa semplice e decisiva: la verità si comprende solo se si accoglie.»

(Tratto dall' Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 12 dicembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,23-27) 

«Entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: "Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?". Gesù rispose loro: "Anch'io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch'io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?". Essi discutevano fra loro dicendo: "Se diciamo: "Dal cielo", ci risponderà: "Perché allora non gli avete creduto?". Se diciamo: "Dagli uomini", abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta". Rispondendo a Gesù dissero: "Non lo sappiamo". Allora anch'egli disse loro: "Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose".»

Omelia di Don Giovanni 

Nel Vangelo di oggi Gesù viene incalzato dai capi dei sacerdoti: «Con quale autorità fai queste cose?». È la domanda di chi vede l'opera di Dio ma non vuole lasciarsi coinvolgere. Gesù non evita la questione; semplicemente smaschera il cuore chiuso, la sclerocardia dei suoi interlocutori. Non risponde perché loro non cercano la verità, ma una conferma al loro modo di tenere sotto controllo la propria vita e quella degli altri. Nel tempo di Avvento, quando la Chiesa ci chiede di riaprire gli occhi e il cuore all'imprevedibile venuta del Signore oggi nella nostra vita, questa pagina ci educa a una cosa semplice e decisiva: la verità si comprende solo se si accoglie. La fede non nasce da una curiosità intellettuale, ma da una disponibilità a lasciarsi sorprendere. Sant'Agostino ce lo ricorda con la sua limpida intuizione: «Non cercheresti Colui che non avessi già trovato; e non lo troveresti se non lo cercassi» (In Io. Ev., 34). È il paradosso della fede: Dio è già all'opera, ma si rivela solo a chi si apre a Lui.

In questo clima spirituale dello stupore ricordiamo la festa della Madonna di Guadalupe così tanto cara ai popoli dell'America latina. Maria così si presenta a san Juan Diego: «Io sono la perfetta sempre Vergine, madre del Verissimo Dio per il quale si vive» e chiede la costruzione di una piccola chiesa. In relazione al nome di "Guadalupe", va precisato che la Vergine ha comunicato con Juan Diego nella lingua nahuatl. Maria si presentò come "coatllallope", composta dalle parole "coatl", che significa "serpente", e "allope", che significa "schiaccia"; di conseguenza, si definiva come "colei che schiaccia il serpente".

Queste sono state le parole di questa prima apparizione: «Voglio molto, brucio di desiderio che qui abbiano la bontà di costruirmi il mio piccolo tempio, per mostrarlo lì a voi, ingrandirlo, consegnarlo a Lui, a Lui che è tutto il mio amore, a Lui che è il mio sguardo compassionevole, a Lui che è il mio aiuto, a Lui che è la mia salvezza. Perché in verità sono onorata di essere una madre compassionevole di tutti voi, di voi e di tutte le persone che qui su questa terra sono in uno, e delle varie stirpi di uomini, di quelli che mi invocano, quelli che mi cercano, quelli che mi onorano confidando nella mia intercessione. Perché lì sarò sempre disposta ad ascoltare il loro pianto, la loro tristezza, a purificare, a curare tutte le diverse miserie, i dolori».

Nella quarta apparizione il 12 dicembre, la Vergine chiede a Juan di salire sulla collina e raccogliere fiori. È inverno, la zona è brulla, eppure il giovane la ritrova ricoperta di fiori umidi di rugiada. I fiori di Castiglia. È una costante questo contrappunto tra la collina spoglia e triste e il tripudio di colori e profumi. Maria c'insegna la bellezza della fede in Cristo che vince l'aridità, il gelo spirituale dell'assenza di Dio triste come l'inverno! Maria è bella come la primavera, ha portato in mezzo a noi Cristo, l'autore della vita e di ogni pienezza! La Vergine compie un gesto tanto semplice e carico di affetto, aiuta a riempire il mantello Juan Diego con quei fiori e lui li porta al vescovo. Maria aiuta anche noi a fare ciò che il Signore chiede a ciascuno di noi in obbedienza e comunione alla Chiesa. Maria appare a Juan Diego non come una figura distante, ma come "colei che tiene insieme ciò che è diviso": il cielo e la terra, la fede cristiana e la cultura dei popoli nativi, la povertà dell'uomo e la misericordia di Dio. Maria di Guadalupe parla con parole semplici ma piene di tenerezza al cuore di san Juan Diego: "Non sono forse qui io che sono tua Madre? Questa frase, ci ricorda che Maria è una Madre vicina, rassicurante, che vince ogni incertezza e paura, è carica di tenerezza, espressione della tenerezza di Dio per ciascuno di noi e tutte le genti.

Don Giovanni Pauciullo 

Dio ti Ama e ti cerca per primo: la fede è risposta alla Tenerezza di Dio che ti precede e sempre ti aspetta

Giovedì della IV settimana di Avvento 

«Il Vangelo ci porta davanti a un fico che si secca. Non è rabbia, non è punizione. È un segno con cui Gesù vuole indicare qua1cosa ai suoi discepoli, a ciascuno di noi. Un segno che ci riguarda. Gesù ha fame. [...] La fame di Dio è sempre per il frutto della nostra vita: la libertà dei figli di Dio che sanno essere dono, qualcosa che nasce da dentro, nella verità. »

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo dell' 11 dicembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 18-22) 

«La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: "Mai più in eterno nasca un frutto da te!". E subito il fico seccò. Vedendo ciò, i discepoli rimasero stupiti e dissero: "Come mai l'albero di fichi è seccato in un istante?". Rispose loro Gesù: "In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest'albero, ma, anche se direte a questo monte: "Lèvati e gettati nel mare", ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete".»

Omelia di Don Giovanni 

Il Vangelo ci porta davanti a un fico che si secca. Non è rabbia, non è punizione. È un segno con cui Gesù vuole indicare qua1cosa ai suoi discepoli, a ciascuno di noi. Un segno che ci riguarda. Gesù ha fame. E la fame di Dio non è mai per i nostri riti ben fatti, per le nostre foglie appariscenti. La fame di Dio è sempre per il frutto della nostra vita: la libertà dei figli di Dio che sanno essere dono, qualcosa che nasce da dentro, nella verità.

Nella Scrittura e nei circoli rabbinici il fico è il luogo dell'ascolto: sotto il fico si meditava la Legge, sotto il fico Natanaele veniva trovato da Dio. È il posto dove la Parola di Dio tenta di diventare carne. Il nostro punto di contatto con Lui. Sant'Agostino, davanti al fico sterile, è diretto: «Le foglie non bastano: se la fede è vera, si vede nei frutti.» Non è una condanna. È un invito a non accontentarsi più delle superfici, delle abitudini, delle buone impressioni. Un invito a permettere che la parola di Dio metta radice, scenda in profondità, scavi dal di dentro sentieri di vita nuova. L' Avvento arriva proprio qui, e c'interroga sul nostro rapporto con la Parola del vangelo, lascio entrare il Vangelo nella mia vita? La mia esistenza quotidiana sta generando fatti di Vangelo, frutti con il sapore della sapienza di Dio. O restano solo foglie evanescenti, leggere, al vento. 

"La Parola zittì chiacchiere mie" nella poesia di Clemente Rebora è come un colpo secco al cuore: un invito a tacere tutto ciò che in noi rumoreggia, giustifica, copre il vuoto. Rebora capisce che la grazia arriva solo quando il frastuono interiore smette di farsi scudo. Il cardinale Martini ricordava spesso che "Dio parla nel silenzio, e il silenzio è il luogo della verità". È la stessa intuizione: il silenzio non è fuga, ma varco. Solo quando le nostre "chiacchiere" tacciono, la Parola può finalmente dire qualcosa di vero dentro di noi. Attenzione perché il silenzio non è un vuoto da riempire, ma lo spazio in cui il cuore può finalmente ascoltare Dio. Ascoltare la Parola significa "spogliarsi del rumore interiore" lasciare che sia il Signore a prendere l'iniziativa e a dare forma alla nostra vita. Il silenzio è il grembo che custodisce la Parola: senza silenzio non la sentiamo, perché parla sempre a bassa voce. 

Don Giovanni Pauciullo 

Venga la Tua Parola, Signore Gesù, a mettere radici in noi! 

Venerdì della III settimana di Avvento

«Gesù spiega ai discepoli che Giovanni Battista era l'Elia atteso. Era lì, davanti ai loro occhi. Ma molti non l'hanno riconosciuto. È questa la grande domanda che l'Avvento ci consegna: Dio sta già passando nella nostra vita, ora, passa per questa pagina di vangelo, passa per questo altare...ma noi siamo consapevoli, pronti, lucidi? O forse siamo distratti, lo cerchiamo altrove, come se dovesse arrivare sempre in un modo più evidente, più spettacolare?»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 5 dicembre 2025)


Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 17,10-13) 

«Allora i discepoli gli domandarono: "Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?". Ed egli rispose: "Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro". Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.» 

Omelia di Don Giovanni 

Nel vangelo di oggi Gesù ci sorprende con una rivelazione che è anche un avvertimento: "Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto". Parole che sanno di Avvento perché ci ricordano che il Signore non viene mai con fragore, ma si presenta nella nostra vita con passi discreti. Il Signore cammina sui nostri sentieri quotidiani e chiede un cuore desto, capace di non pretendere un Dio conforme ai nostri schemi, ma di lasciarsi sorprendere dalle opere di Dio!

Gesù spiega ai discepoli che Giovanni Battista era l'Elia atteso. Era lì, davanti ai loro occhi. Ma molti non l'hanno riconosciuto. È questa la grande domanda che l'Avvento ci consegna: Dio sta già passando nella nostra vita, ora, passa per questa pagina di vangelo, passa per questo altare...ma noi siamo consapevoli, pronti, lucidi? O forse siamo distratti, lo cerchiamo altrove, come se dovesse arrivare sempre in un modo più evidente, più spettacolare?

Gesù afferma con chiarezza che Giovanni Battista, pur essendo "l'Elia che deve venire", è stato trattato come volevano, fino a essere eliminato. Non è solo una nota storica. È un messaggio chiaro che Gesù ci consegna: il Vangelo avanza attraverso testimoni che accettano la via umile di non essere capiti e non essere accolti.

Il profeta non ha il compito di essere applaudito, ma di essere fedele. E questa fedeltà, spesso, costa. Quando Gesù dice: "Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro, svela una legge spirituale: la verità passa attraverso la fragilità, la luce viene sempre contestata dall'oscurità. Non è un destino cieco, ma un misterioso percorso di amore: come Giovanni prepara Cristo, così Cristo apre una via attraverso la sua Pasqua.

La missione del cristiano non è più comoda della missione del profeta: annunciare il bene significa a volte essere presi per ingenui, fare scelte evangeliche significa talvolta essere non capiti, essere ostacolati. Vivere nella luce significa anche aver il coraggio di esporsi in un mondo che ci vuole omologati. Il Vangelo non promette che il mondo ci comprenderà ,ma che Cristo ci accompagnerà . In questo tempo di Avvento la Parola ci prepara il cuore: chi prepara la strada al Signore, Giovanni, ogni discepolo, lo fa passando attraverso una forma di povertà e di consegna umile.

"Chi annuncia Cristo deve prepararsi non a essere applaudito, ma a essere contraddetto; perché il discepolo non è più grande del suo Maestro, e ciò che è toccato al Cristo tocca anche ai cristiani." ( Sant 'Ambrogio. Expositio Evangelii secundum Lucam,VII,8)

Don Giovanni Pauciullo 

Fa che accogliamo,Signore Gesù, la Tua Venuta

Giovedì della III settimana di Avvento

«Gesù disse loro: Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei. Gesù mette in evidenza la ragione ultima della situazione di disagio e di conflitto che è nei discepoli. In loro è presente un fermento, in loro fermenta, anche in noi discepoli di Gesù nell'oggi, cresce e fermenta talvolta la logica dei farisei: la conflittualità del potere, la competizione, il desiderio di contare, l'idolatria dei propri punti di vista anche a scapito della verità. [...] Dobbiamo imparare invece ad alzare sistematicamente il tappeto del nostro cuore e a fare una sana pulizia. Dobbiamo far riconciliare il dentro con il fuori.»

(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 4 dicembre 2025) 


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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 1-12) 

"I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: "Quando si fa sera, voi dite: "Bel tempo, perché il cielo rosseggia"; e al mattino: "Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo". Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona". Li lasciò e se ne andò.
Nel passare all'altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere del pane. Gesù disse loro: "Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei". Ma essi parlavano tra loro e dicevano: "Non abbiamo preso del pane!". Gesù se ne accorse e disse: "Gente di poca fede, perché andate dicendo tra voi che non avete pane? Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila, e quante ceste avete portato via? E neppure i sette pani per i quattromila, e quante sporte avete raccolto? Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei". Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall'insegnamento dei farisei e dei sadducei."

Omelia di Don Giovanni 

Dice Gesù: Nessun segno sarà dato. Meglio specifica che viene dato un segno, è il segno della croce, il segno del sepolcro racchiuso nell'icona di Giona, che resta tre giorni nel ventre del pesce, come il Figlio dell'uomo nel seno della terra. Poi, il chicco di grano che caduto muore e porta frutto (Gv 12,24). Il segno vivo è già qui tra noi è Cristo presente realmente nei segni sacri del pane e del vino, il segno vivo dell'Eucarestia che ci immerge nella potenza del Sacrificio di Cristo, nella forza del Suo Amore che si rinnova qui ed ora per noi e per tutti. Gesù disse loro: Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei. Gesù mette in evidenza la ragione ultima della situazione di disagio e di conflitto che è nei discepoli. In loro è presente un fermento, in loro fermenta, anche in noi discepoli di Gesù nell'oggi, cresce e fermenta talvolta la logica dei farisei: la conflittualità del potere, la competizione, il desiderio di contare, l'idolatria dei propri punti di vista anche a scapito della verità. 

L'ipocrisia: Tante cose cambierebbero se quello che ci portiamo nel cuore fosse visibile a tutti. E questo non accade perché il cuore delle volte è come un tappeto sotto cui mettiamo tutta la sporcizia che per il "political correct" normalmente non vogliamo far vedere agli altri. Dobbiamo imparare invece ad alzare sistematicamente il tappeto del nostro cuore e a fare una sana pulizia. Dobbiamo far riconciliare il dentro con il fuori. L'ipocrisia di cui parla Gesù è quel fingere che alla fine miete come unica vittima noi stessi. Chi indossa troppo una maschera alla fine dimentica chi è davvero e vive con la paura che qualcuno possa scoprirlo, fargliela cadere, e magari far emergere tutto quel vuoto che ci spaventa. Ma noi non siamo vuoti al fondo di noi stessi. Noi non siamo delle brutte persone. Gesù non è capito nemmeno dai suoi discepoli e la storia non cambia, molte volte anche noi discepoli del Signore siamo i primi a non capirlo, a non comprendere le sue parole e in che direzione addita i passi della nostra vita!

Don Giovanni Pauciullo 

Liberaci Signore da tutto ciò che offusca la Tua Bellezza in noi! 

Lunedì della III settimana di Avvento

«I compaesani di Gesù conoscono tutto di lui: la madre, i fratelli, la casa, il mestiere. Ma questa conoscenza si rivela una barriera, non un ponte. Come dice un autore spirituale "spesso il Vangelo diventa impotente quando il cuore si convince di non avere più nulla da imparare". È esattamente ciò che accade a Nazareth: la familiarità finta, quella che crede di sapere già, impedisce a Dio di sorprenderci.»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 1 dicembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,53-58) 

«Terminate queste parabole, Gesù partì di là. Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: "Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?". Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.»

Omelia di Don Giovanni 

La trappola dell'abitudine

I compaesani di Gesù conoscono tutto di lui: la madre, i fratelli, la casa, il mestiere. Ma questa conoscenza si rivela una barriera, non un ponte. Come dice un autore spirituale "spesso il Vangelo diventa impotente quando il cuore si convince di non avere più nulla da imparare". È esattamente ciò che accade a Nazareth: la familiarità finta, quella che crede di sapere già, impedisce a Dio di sorprenderci. E questo capita anche a noi, Peguy diceva "non vi è nulla di più contrario alla salvezza dell'abitudine". L'abitudine offusca la capacità dello stupore d'innanzi al dono stupendo del pane Eucaristico dove incontri Gesù stesso; l' abitudine riduce il capolavoro della vita in un fatto scontato e riduce il volto delle persone che ami a qualcosa di ordinario.

Lo scandalo della vicinanza

Dio non viene quasi mai come noi ci aspettiamo. Si presenta nella normalità, nella carne, nella storia quotidiana. II paradosso che questa pagina ci offre a che Gesù non rifiutato perché distante, ma perché troppo vicino. Nazareth non sopporta che Dio possa manifestarsi nel volto conosciuto del figlio del carpentiere. Ma è proprio cosi che il Padre agisce: nasconde il divino nel quotidiano, la grazia nei dettagli, la salvezza nei volti che ci sembrano "troppo normali". Sant'Agostino ci aiuta a capire questo mistero quando scrive: «Temi Dio che passa e non ritorna» (Serm. 169, 15). Non perché Dio ci abbandoni, ma perché la Grazia ha una forma, un volto, un momento che va accolto nell'umiltà che c'insegna a stare connessi, a stare aperti all'intervenire di Dio all'opera in noi. Se il cuore resta chiuso, l'occasione del dono sfugge.

La poca fede che frena il miracolo «E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi". Dio non si impone. Attende con pazienza che il nostro cuore si apra. La fede non è un sentimento particolare, ma una disponibilità: accogliere che Dio possa parlarci anche attraverso ciò che non ci aspettavamo. "La fede cresce quando smettiamo di difendere l'immagine di Dio che ci siamo costruiti e lasciamo che il vero Dio entri nella nostra casa".

Signore, guarisci in noi la presunzione di sapere già chi sei. Donaci la fede che riconosce il Mistero della Tua presenza d'Amore nei fatti semplici della vita. Fa che non ci scandalizziamo della tua vicinanza, ma che accogliendoti, tu possa compiere in noi i tuoi prodigi.

Don Giovanni Pauciullo 

Signore, guarisci in noi la presunzione di sapere già chi sei! 

Venerdì della II settimana di Avvento

«Nel Vangelo che la liturgia Ambrosiana oggi ci consegna, i farisei chiedono a Gesù un segno. Ma Gesù risponde che non verrà dato altro segno se non quello di Giona. È sorprendente: mentre noi vorremmo che Dio ci parlasse in modo eclatante, che ci rassicurasse con qualcosa di straordinario, il Vangelo ci invita a riconoscere che il segno è già qui, ma spesso non lo vediamo perché non ha la forma che ci aspettiamo. […] L' Avvento ci chiede proprio questo movimento interiore: non attendere un Dio che ci sorprenda dall'esterno, ma svegliare in noi la disponibilità a lasciarci raggiungere da Colui che è già presente.» 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 28 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 38-42) 

«Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: "Maestro, da te vogliamo vedere un segno". Ed egli rispose loro: "Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!»

Omelia di Don Giovanni 

Nel Vangelo che la liturgia Ambrosiana oggi ci consegna, i farisei chiedono a Gesù un segno. Ma Gesù risponde che non verrà dato altro segno se non quello di Giona. È sorprendente: mentre noi vorremmo che Dio ci parlasse in modo eclatante, che ci rassicurasse con qualcosa di straordinario, il Vangelo ci invita a riconoscere che il segno è già qui, ma spesso non lo vediamo perché non ha la forma che ci aspettiamo.

Ninive si converte ascoltando la predicazione di un profeta riluttante; la regina del Sud parte da lontano per cercare una sapienza che non conosceva. E noi, che abbiamo Cristo, rischiamo di restare fermi. L' Avvento ci chiede proprio questo movimento interiore: non attendere un Dio che ci sorprenda dall'esterno, ma svegliare in noi la disponibilità a lasciarci raggiungere da Colui che è già presente.

Sant'Agostino ci ricorda: 'Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me e io fuori. "È questo il dramma che l 'Avvento vuole guarire: Dio è vicino, è già alla porta del cuore… ma noi continuiamo a cercarlo altrove, chiedendo segni quando abbiamo già il Signore che ci parla attraverso la Parola di Dio, l'Eucarestia, la Grazia dei Sacramenti, il raccoglimento della preghiera personale, gli incontri, gli accadimenti che portano il profumo della Divina Provvidenza, il tempo che viviamo.

Il segno di Giona è il segno dell'amore che scende negli abissi e ne risale. È la profezia della Pasqua. È il modo di Dio di farsi riconoscere: non con rumore, ma con una vita consegnata, con una luce che attraversa la notte. Dio non ci salva evitando la notte, ma attraversandola con noi. Il segno di Giona custodisce anche una rivelazione ulteriore: Giona non vuole andare e non vuole realizzare la Missione che Dio gli ha affidato, ha paura, fugge, protesta. Eppure Dio lo usa proprio così com'è. Questo è un segno anche per noi: Dio salva nonostante le nostre riluttanze, resistenze e paure. Dio opera anche attraverso le nostre fragilità e permette che la sua Misericordia raggiunga anche chi non pensiamo possa accoglierla.

Allora forse, oggi, il Vangelo ci invita a un Avvento più semplice e più vero: smettere di chiedere a Dio prove della sua presenza e chiedere invece al nostro cuore di aprirsi alla sua presenza silenziosa, mite, umile e discreta già vicina a noi. Perché il Signore non viene con miracoli che impressionano, ma con la stessa umiltà con cui è venuto a Betlemme: silenzioso, nascosto, eppure capace di rovesciare tutto. Che questo tempo di attesa ci insegni a riconoscere il segno che già ci abita: il desiderio di Lui, che è forse il più grande miracolo che portiamo dentro.

Don Giovanni Pauciullo 

Cristo consegna, ogni giorno, 

la Sua Vita per te 

Giovedì della II settimana di Avvento 

«La Parola del Vangelo è severa, inesorabile, ma Gesù non ci parla per spaventarci, ma per liberarci. Ci invita a tornare a quella sorgente segreta da cui nascono le nostre parole e inostri gesti: il cuore. […] Forse oggi il Signore ci chiede di ascoltare con più attenzione ciò che sgorga dalle nostre labbra, di valutare la qualità delle nostre parole, di verificare se le nostre parole edificano e danno vita o mortificano e tolgono vita!»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni del 27 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 33-37) 

«Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato".»

Omelia di Don Giovanni 

"Dai frutti si riconosce l'albero".

La Parola del Vangelo è severa, inesorabile, ma Gesù non ci parla per spaventarci, ma per liberarci. Ci invita a tornare a quella sorgente segreta da cui nascono le nostre parole e inostri gesti: il cuore. Perché - dice - la bocca parla dalla pienezza del cuore. Non è un rimprovero: è una rivelazione. È come se Gesù ci dicesse: "Non accontentarti di aggiustare le foglie: lascia che sia il tuo cuore a essere toccato/ guarito/ visitato da me."

Tante volte ci accorgiamo che quello che diciamo ferisce, divide, pesa, genera tristezza. E allora ci difendiamo, ci giustifichiamo, ci nascondiamo dietro un "non volevo…". Ma il Vangelo ci chiede un coraggio diverso : lasciarci raggiungere nel punto in cui le parole nascono, quel punto fragile dove custodiamo paure, rigidità, desideri, rancori e attese.

Il giudizio che Gesù annuncia non è un tribunale da temere, ma è luogo di Verità, quella verità che finalmente verrà alla luce: tutto ciò che in noi è amato, visitato da Dio, diventa buono, genera vita, edifica il bene, dà frutto; ciò che resta chiuso, inacidito, toglie vita, non riesce a portare frutto.

Forse oggi il Signore ci chiede di ascoltare con più attenzione ciò che sgorga dalle nostre labbra, di valutare la qualità delle nostre parole, di verificare se le nostre parole edificano e danno vita o mortificano e tolgono vita ! Per capire dove il cuore ha ancora bisogno di essere guarito. Ogni parola buona, ogni gesto mite, ogni scelta di bene è un piccolo frutto che dice che l'albero sta crescendo. E ogni parola dura, ogni mormorazione, ogni giudizio affrettato è un appello a tornare da Lui, a lasciarci rifare dentro.

Il Vangelo ci consegna una verità semplice e audace: il cuore che si lascia abitare da Cristo non può che dare frutti buoni. Chiediamo allora la grazia non di controllare tutto, ma di aprirci totalmente a Dio: perché dove il cuore respira il Vangelo, anche le parole - piccole, quotidiane, fragili - diventano profezia di vita nuova, capaci di generare il bene. 

Don Giovanni Pauciullo 

Un cuore abitato dalla mitezza di Cristo porta molto frutto 

Mercoledì della II settimana di Avvento 

«La pagina di Vangelo ci presenta, oggi, un uomo prigioniero cieco, muto, posseduto da uno spirito che gli impedisce di vedere e di parlare. È l'immagine di un'umanità bloccata, incapace di orientarsi e di comunicare […] e noi riconosciamo in questo uomo molti tratti del nostro cuore […] L' Avvento è proprio questo: l'avvicinarsi di Dio, che si china sulla nostra incompiutezza perché non sopporta che viviamo a metà. Dio accetta di farsi vicino perché siamo bloccati, mentre desidera e sogna per noi giorni lieti e liberati da tutto ciò che ci tiene schiavi.»

(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 26 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 22-32) 

«In quel tempo fu portato a Gesù un indemoniato, cieco e muto, ed egli lo guarì, sicché il muto parlava e vedeva. Tutta la folla era sbalordita e diceva: "Che non sia costui il figlio di Davide?". Ma i farisei, udendo questo, dissero: "Costui non scaccia i demòni se non per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni". Egli però, conosciuti i loro pensieri, disse loro: "Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina e nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi. Ora, se Satana scaccia Satana, è diviso in se stesso; come dunque il suo regno potrà restare in piedi? E se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Ma, se io scaccio i demòni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Come può uno entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega? Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell'uomo, sarà perdonato; ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro.»

Omelia di Don Giovanni 

La pagina di Vangelo ci presenta, oggi, un uomo prigioniero cieco, muto, posseduto da uno spirito che gli impedisce di vedere e di parlare. È  l'immagine di un'umanità bloccata, incapace di orientarsi e di comunicare e noi riconosciamo in questo uomo molti tratti del nostro cuore: zone non ancora del tutto illuminate dalla bellezza del vangelo, parole non dette, relazioni che hanno perso sapore, comunicazioni interrotte. Gesù entra in questa oscurità e restituisce a quell'uomo la vista e la parola. L' Avvento è proprio questo: l'avvicinarsi di Dio, che si china sulla nostra incompiutezza perché non sopporta che viviamo a metà. Dio accetta di farsi vicino perché siamo bloccati, mentre desidera e sogna per noi giorni lieti e liberati da tutto ciò che ci tiene schiavi.

Ma il Vangelo ci mette davanti un rischio spirituale: di fronte al bene che Cristo compie, alcuni non si aprono, non si lasciano sorprendere, ma reagiscono con sospetto, oppongono resistenza, attribuendo l'opera dello Spirito Santo al nemico. È la tentazione del cuore indurito: difendersi dal bene quando il bene ci supera; giudicare ciò che non comprendiamo; preferire la nostra interpretazione alle opere di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non è un singolo peccato, ma una chiusura costante: è il rifiuto ostinato della luce quando la luce ci raggiunge; è la scelta di non voler essere guariti. È l'autoesclusione dal Mistero di Dio che vuole entrare per salvarci e che noi lasciamo sulla soglia.

Nelle parole di Gesù la bestemmia contro lo Spirito Santo appare come qualcosa di irrimediabile: «non sarà perdonata». Non perché Dio sia incapace di perdonare, ma perché l'uomo può chiudersi al punto da rifiutare proprio la mano che lo potrebbe rialzare. La Sacra Scrittura ci mostra che lo Spirito Santo è Colui che fa vedere e fa riconoscere l'opera di Dio. È la luce interiore che convince il cuore, che lo porta alla verità e apre la porta del perdono. Bestemmiare contro lo Spirito, allora, significa rigettare la verità che ci raggiunge, attribuire il bene al male, rifiutare la possibilità stessa della misericordia mentre essa ci visita. È come dire: «Non voglio che Dio mi perdoni. Non voglio che mi converta. Non gli permetterò di toccare questa parte della mia vita.» Per questo la Chiesa insiste: il peccato contro lo Spirito Santo non è un limite alla misericordia di Dio, ma un limite che l'uomo mette al proprio cuore.

E allora questa pagina ci chiede: stiamo permettendo al Signore di aprire gli occhi e la bocca del nostro cuore? O stiamo resistendo, magari nascondendoci dietre le nostre letture, ai nostri schemi, ai nostri timori, alle nostre rigidità? E se oggi sentiamo nel cuore un punto di resistenza, un luogo dove è difficile lasciar fare a Dio, non spaventiamoci. Consegniamoglielo. Perché lo Spirito non entra a forza: entra dove trova un varco, anche piccolo, anche timido. Che questo avvento sia allora il tempo in cui smettiamo di difenderci dalla luce e iniziamo a desiderarla. Il tempo in cui il Signore non passi invano, ma passi...e finalmente ci trovi con gli occhi aperti e il cuore disponibile, pronti a riconoscere il suo volto che viene. 

  Don Giovanni Pauciullo 

Dio sogna per te 

piena libertà e gioia! 

Martedì della II settimana di Avvento 

«Il Vangelo di oggi ci mostra una scena paradossale: mentre attorno a Gesù cresce l'ostilità — «i farisei tennero consiglio contro di lui per farlo morire» — il Signore non reagisce con durezza, non risponde colpo su colpo. Si ritira. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. [...] il male si vince non con la potenza, ma con la pazienza umile; non con l'alzare la voce, ma con l'ascolto; non con la pressione, ma con la forza della mitezza.» 

(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 25 novembre 2025)   

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 14-21) 

«Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.
Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni

Omelia di Don Giovanni 

Il Vangelo di oggi ci mostra una scena paradossale: mentre attorno a Gesù cresce l'ostilità — «i farisei tennero consiglio contro di lui per farlo morire» — il Signore non reagisce con durezza, non risponde colpo su colpo. Si ritira. Ma non per paura: per custodire la verità del suo cuore umile e mite. È il movimento di chi sa che la violenza genera altra violenza, mentre il bene ha bisogno di silenzi, di distanze, di tempi lunghi. L'evangelista vede in questo gesto la realizzazione della profezia di Isaia: un Servo mite, che non spezzerà la canna incrinata né spegnerà il lucignolo fumigante. E qui ci si ferma un momento, perché quella canna fragile e quel lucignolo che fuma siamo noi: La nostra incoerenza, le nostre fatiche, i nostri inizi interrotti, le fragilità che ci sovrastano, quel bene che sembra non decollare mai… Tutto questo non è motivo di condanna agli occhi di Dio. La dimensione della nostra precarietà e inadeguatezza è il luogo dove Egli ama rimettere mano al lavoro della Grazia. Gesù è il Servo che non forza, non umilia, non calpesta. Non pretende un raccolto dove non c'è ancora la semina; non chiede perfezione, ma disponibilità. E così ci insegna una cosa preziosa: il male si vince non con la potenza, ma con la pazienza umile; non con l'alzare la voce, ma con l'ascolto; non con la pressione, ma con la forza della mitezza. Forse anche noi oggi siamo chiamati a "ritirarci" da qualche lotta inutile, da un modo di reagire impulsivo, da una parola che vuole sempre avere ragione. Non per rinunciare alla verità, ma per custodirla. Perché la giustizia di Dio — dice il profeta — non verrà proclamata gridando, ma portata con delicatezza, con mani che sostengono, con occhi che vedono in ogni fragilità affidata a Dio un futuro possibile. E allora questa Parola ci rimette dentro uno stile: lo stile di Gesù. Mitezza che non è debolezza, ma forza che sa aspettare. Delicatezza che non è timidezza, ma coraggio di amare senza possedere. Speranza che non si appoggia sui risultati, ma sulla fedeltà di Dio. Lasciamoci prendere per mano da questo Servo mite. Perché proprio lì, dove ci sentiamo canna incrinata o lucignolo fumigante, Egli sta iniziando un'opera nuova.

Don Giovanni Pauciullo 

Donaci Signore la mitezza, forza tenace che sa aspettare. 

Lunedì della II settimana di Avvento 

«Gesù descrive la sua generazione come bambini seduti in piazza che non sanno più entrare nel gioco. E una fotografia sorprendentemente attuale: tanta vita intorno, tante possibilità, e tuttavia una specie di torpore interiore che ci rende difficili, sospettosi, sempre "altrove". Il Signore non parla a chi è lontano, ma a chi, pur essendo vicino, non riesce più a lasciarsi toccare dalla Grazia, non riesce più a lasciarsi sorprendere dall'intervento di Dio, dai segni con cui Dio cerca di parlare alla nostra vita.» 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 24 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 16-24) 

«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!". È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: "Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori". Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie". Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: "Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!".»

Omelia di Don Giovanni 

Gesù descrive la sua generazione come bambini seduti in piazza che non sanno più entrare nel gioco. E una fotografia sorprendentemente attuale: tanta vita intorno, tante possibilità, e tuttavia una specie di torpore interiore che ci rende difficili, sospettosi, sempre "altrove". Il Signore non parla a chi è lontano, ma a chi, pur essendo vicino, non riesce più a lasciarsi toccare dalla Grazia, non riesce più a lasciarsi sorprendere dall'intervento di Dio, dai segni con cui Dio cerca di parlare alla nostra vita. Una generazione - dice il Signore - che non sa più né piangere né danzare. Una generazione che ha perso la capacità di reagire, di sentire, di commuoversi. Appiattiti, storditi emotivamente, in una parola "chiusi". Quando il cuore non vuole lasciarsi toccare, tutto diventa pretesto per giustificare la propria immobilità. Questa è forse la forma più sottile di resistenza a Dio: non l'aver sbagliato, ma l'aver smesso di aspettare qualcosa da Lui.

È un'immagine che ci riguarda più di quanto vorremmo. Quante volte anche noi attraversiamo momenti in cui nulla sembra parlarci davvero: né la severità di Giovanni, né la tenerezza di Gesù. Ci difendiamo, ci giustifichiamo, restiamo immobili, come se la vita dovesse convincerci con qualche prova in più prima di muovere un passo. Ma il Signore oggi ci ricorda che la Grazia non può entrare in un cuore che resta chiuso e indisponibile. Non perché Dio non sia abbastanza forte, ma perché la libertà che ci ha donato è sacra, è troppo preziosa per essere forzata.

Gesù pronuncia le parole dure rivolte a Corazin, Betsaida e Cafarnao. Sono città "benedette": hanno visto miracoli, ascoltato parole, vissuto la vicinanza di Dio. Eppure tutto questo non ha prodotto una vera apertura. Il Signore non giudica il loro peccato, ma la loro incapacità di riconoscere e accogliere il dono. È un passaggio che ci interroga profondamente. Quanta grazie abbiamo ricevuto nella nostra vita (incontri, perdoni, intuizioni, consolazioni...) e quante volte tutto è rimasto in superficie, senza scendere fino al punto dove cambiano davvero le scelte e gli affetti. Dio non ci chiede la perfezione, ma un sì che permetta alla luce di entrare. Spesso pensiamo che per convertirci serva una vita migliore, più ordinata, più spirituale. Ma Gesù non chiede questo. Chiede solo di non sprecarci. Di non restare a metà. Di non lasciar passare invano i momenti in cui la sua presenza si fa più vicina. La conversione evangelica non è uno sforzo titanico, ma un gesto semplice: accogliere ciò che abbiamo già visto e ascoltato, senza scappare. Fare spazio alla bellezza che abbiamo intravisto!

Don Giovanni Pauciullo 

 Signore Gesù, apri il nostro cuore alla speranza che ci trasfigura!  

Martedì della I settimana di Avvento 

«In questo tempo di Avvento mentre la Chiesa ambrosiana ci educa all'attesa vigilante, Gesù ci mette davanti a un criterio semplice e severo: non basta dire "Signore Signore". Non basta avere il vocabolario giusto della fede. Non basta nemmeno emozionarsi ascoltando il Vangelo. Ciò che rende solida la vita è lasciar entrare la Parola nel concreto[…]»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 18 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 21-29) 

«Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: "Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?". Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!". Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande". Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.»

Omelia di Don Giovanni 

In questo tempo di Avvento mentre la Chiesa ambrosiana ci educa all'attesa vigilante, Gesù ci mette davanti a un criterio semplice e severo: non basta dire "Signore Signore". Non basta avere il vocabolario giusto della fede. Non basta nemmeno emozionarsi ascoltando il Vangelo. Ciò che rende solida la vita è lasciar entrare la Parola nel concreto: nelle scelte, nelle relazioni nei fatti concreti della nostra vita. Il Signore ci avverte che esiste una religiosità di superficie: parole belle, intenzioni nobili, ma senza radici e senza ricadute nel concreto. È la casa sulla sabbia: costruita in fretta, brillante da vedere, ma incapace di resistere alle piogge inevitabili della vita. E poi c'è la casa sulla roccia: meno immediata, più faticosa da costruire, ma stabile. Quella roccia è l'obbedienza del cuore, cioè la decisione quotidiana di trasformare il Vangelo in carne, tempo, scelte, perdono, pazienza. L' Avvento è il tempo in cui Dio viene a cercare non la nostra perfezione, ma la nostra disponibilità all'azione della Sua Grazia in noi. Non ci chiede di fare tante cose straordinarie ma di prendere sul serio la sua Parola, almeno in un punto almeno in un gesto, almeno in una resistenza buona al male che ci abita. Gesù alla fine del discorso della montagna, parla con un'autorità che stupisce: non è l'autorità di chi domina, ma di chi mostra come si vive davvero. 

L'Avvento ci invita a lasciarci sorprendere da questa autorità mite e forte, che non opprime ma libera. Il Signore non vuole essere invocato soltanto con le labbra: vuole essere incarnato nelle nostre decisioni. Si aspetta che il Suo Amore per noi sia per ciascuno la colonna sonora della vita. Che questo tempo allora, ci aiuti a scegliere sulla roccia che è Cristo: un atto di carità fatto con discrezione e umiltà, ascoltando il Vangelo. Ciò che rende solida la vita è lasciar entrare la Parola nel concreto: nelle scelte, nelle relazioni, nei fatti concreti della nostra vita. Il Signore ci avverte che esiste una religiosità di superficie: parole belle, intenzioni nobili, ma senza radici e senza ricadute nel concreto. È la casa sulla sabbia: costruita in fretta, brillante da vedere, ma incapace di resistere alle piogge inevitabili della vita. E poi c'è la casa sulla roccia: meno immediata, più faticosa da costruire, ma stabile. Quella roccia è l'obbedienza del cuore, cioè la decisione quotidiana di trasformare il Vangelo in carne, tempo, scelte, perdono, pazienza.

L'Avvento è il tempo in cui Dio viene a cercare non la nostra perfezione, ma la nostra disponibilità all'azione della Sua Grazia in noi. Non ci chiede di fare tante cose straordinarie, ma di prendere sul serio la sua Parola, almeno in un punto, almeno in un gesto, almeno in una resistenza buona al male che ci abita. Gesù, alla fine del discorso della montagna, parla con un' autorità che stupisce: non è l'autorità di chi domina, ma di chi mostra come si vive davvero. L' Avvento ci invita a lasciarci sorprendere da questa autorità mite e forte, che non opprime ma libera. Il Signore non vuole essere invocato soltanto con le labbra: vuole essere incarnato nelle nostre decisioni. Si aspetta che il Suo Amore per noi sia per ciascuno la colonna sonora della vita. Che questo tempo, allora, ci aiuti a scegliere sulla roccia che è Cristo: un atto di carità fatto con discrezione e umiltà, un gesto di perdono rimandato da troppo tempo, una parola buona detta dove circola amarezza, un tempo regalato a chi non può restituire. Così la casa reggerà. Non perché saremo forti, ma perché ci saremo uniti a Cristo, l 'unica roccia che non crolla. Amen.

Don Giovanni Pauciullo 

 Signore Gesù, operi la Tua immensa Grazia in noi!  

Lunedì della I settimana di Avvento 

"È il verbo della Misericordia di Dio che interpella la nostra libertà facendoci visita. Gesù farà, Lui plasmerà, il Signore darà compimento ai nostri passi. Il Vangelo si rivolge al grembo fragile dell'umano e nella forza tenerissima di Dio che trasforma senza costringere . All'inizio dell''Avvento il Vangelo ci ripete che Gesù continua a passare per ciascuno di noi e dice con la stessa voce: «Seguimi»." 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 17 novembre 2025) 

 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-25) 

"Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano."

Omelia di Don Giovanni 

"Seguimi": È il verbo della Misericordia di Dio che interpella la nostra libertà facendoci visita. Gesù farà, Lui plasmerà, il Signore darà compimento ai nostri passi. Il Vangelo si rivolge al grembo fragile dell'umano e nella forza tenerissima di Dio che trasforma senza costringere . All'inizio dell''Avvento il Vangelo ci ripete che Gesù continua a passare per ciascuno di noi e dice con la stessa voce: «Seguimi». Ci chiede di fidarci. Di osare un passo. Di concedergli un varco. La sequela, il discepolato non è un progetto da realizzare, ma un incontro da custodire e tenere vivo in noi. Dio non ci chiede di essere già pronti; ci chiede di essere raggiungibili. Lasciamoci raggiungere qui ed ora dalla Sua Parola, lasciamoci raggiungere dalla Sua Presenza viva nell'Eucarestia.

"Vi farò pescatori di uomini"

È il verbo della Grazia. Dove entriamo noi con le nostre fatiche e i nostri limiti, entra Lui con la sua pazienza e la sua potenza creatrice. La sequela non è performance, ma conversione lenta, trasformazione graduale e continua del cuore, resa possibile dal fatto che Dio opera in noi più di quanto noi operiamo per Lui. Come se Gesù dicesse: Lasciate che io vi prenda con me, e imparerete a prendere per mano gli altri con la stessa delicatezza con cui io prendo voi."

Il card. Ravasi osserva che la Bibbia è piena di immagini d'acqua e di mare: caos, vita, mistero. Nella scelta dei pescatori, Gesù sceglie uomini abituati a misurarsi con ciò che sfugge, con ciò che non si controlla. Il passaggio che fa fare ai discepoli è dalle reti di corda alle relazioni umane, una rete di relazioni… come il mare anche l'uomo: non si domina, non si possiede, si accoglie.

Una Missione al servizio dell'umanità

Gesù chiama, forma, e poi manda non verso un'attività, ma verso l'incontro con le persone. Essere pescatori di uomini significa guardare ogni volto come un mistero, non si conquista, ci si mette al servizio con umiltà e carità. Una chiamata divina abita ogni creatura, e il discepolo diventa colui che la riconosce, la custodisce, la incoraggia a venire alla luce.

Don Giovanni Pauciullo 

Fa di noi Signore "pescatori di uomini" 

Venerdì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico 

«La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore.» 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 14 novembre 2025)   

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,2-7)  

"Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via".

Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto". 

Omelia di Don Giovanni 

«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno arriva al Padre se non attraverso me.» Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma: «Io sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo: camminare con Lui, lasciarsi condurre, accettare di non essere noi a determinare l'orientamento del viaggio. La via indica il movimento. L'Amore vero è un cammino, non un porto sicuro o un'abitudine rassicurante che non ci smuove mai! Sapete che i primi cristiani erano chiamati "quelli della via"? Erano chiamati così in riferimento a Gesù che passava di villaggio in villaggio ad annunciare il Regno di Dio. Stare dietro a Cristo che è la Via significa innanzitutto non sentirsi mai arrivati, ma sempre in cammino dietro di Lui, in ascolto di Lui e di dove il signore vuole condurci nella luce dello Spirito santo. Quello che davvero ci salva non è "avere capito tutto", ma restare in cammino dietro a Lui, anche con le nostre precarietà, i nostri limiti, le nostre "care imperfezioni" come le chiamava San Giovanni Paolo I.

La verità: non come un concetto, ma come trasparenza dell'amore del Padre. La verità non è un'idea fredda: è lo sguardo con cui Cristo ci guarda, senza inganno. La verità è Gesù che ci rende liberi perché ci ama così come siamo, non come dovremmo essere. Cristo è venuto a rivelarci la bellezza di questa Verità che porta i tratti del suo volto, dei suoi gesti, della sua croce: Tu sei amato da Dio con tenerezza. 

La vita: non semplicemente "esistere", ma "vivere in pienezza. La vita che Gesù offre è relazione con il Padre, una qualità dell'essere che comincia già adesso, quando lasciamo che Lui abiti le nostre scelte. La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore. Sant'Agostino dice: «Se cerchi la via, segui Cristo; se cerchi la verità, ascolta Cristo; se cerchi la vita, rimani in Cristo». Non si tratta di raggiungere Dio con sforzi spirituali, ma di accogliere Colui che è venuto verso di noi. 

L'implicazione spirituale di questo testo evangelico è che il cammino di fede non è scalare una montagna per arrivare a Dio: è lasciare che Dio ci conduca dentro la sua vita.

Don Giovanni Pauciullo 

Rimani in cammino, per raggiungere la verità dell'Amore 

Giovedì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico 

La Parola del Vangelo di oggi, che la liturgia ci consegna, ci parla di dono, di talenti, di vita e di paura. Si tratta della paura del servo che, nel Vangelo, riceve un talento e lo sotterra. Non lo perde, ma non lo fa vivere. Lo conserva, ma non lo lascia fiorire. […] Qual è la tua paura che ti fa sotterrare il dono, la chiamata, la vita stessa? 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 13 novembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-23) 

"Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone".

Omelia di Don Giovanni 

"Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo".

La Parola del Vangelo di oggi, che la liturgia ci consegna, ci parla di dono, di talenti, di vita e di paura. Si tratta della paura del servo che, nel Vangelo, riceve un talento e lo sotterra. Non lo perde, ma non lo fa vivere. Lo conserva, ma non lo lascia fiorire. Dietro quel gesto c'è la paura. Come se la pagina evangelica di oggi volesse interrogare il nostro cuore per aiutarci a comprendere e riconoscere le paure che ci attanagliano, ci bloccano, ci rallentano, c'impediscono di vivere in pienezza! Le paure che ci attraversano hanno nomi diversi nelle diverse stagioni della vita. La paura di sbagliare, di deludere, di non essere all'altezza, di rimanere solo, di non essere amato, di non farcela, la paura del giudizio degli altri, delle chiacchiere, delle cose che non possiamo controllare...La paura di un Dio che giudica, non di un Dio che affida. Mi pare anche d'intravvedere tre categorie, ter forme di paura che sintetizzerei così:

Paura di crescere: è la difficoltà di assumere la propria libertà e responsabilità. Dio ti chiama a fare della tua vita un capolavoro!

Paura di scegliere: perché ogni scelta comporta una perdita, un taglio, e ci costringe a riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità, le nostre "care imperfezioni".

Paura di sentire: la tendenza a fuggire dalle emozioni per non essere vulnerabili.

Qual è la tua paura che ti fa sotterrare il dono, la chiamata, la vita stessa?

Come dice un autore spirituale «Crescere significa accettare di non poter controllare tutto, ma di potersi affidare. È la fiducia che trasforma la paura in apertura.» Si tratta della fiducia e della libertà interiore che ha guidato con sapienza gli altri servi della Parabola e che oggi nella santa Messa chiediamo anche per noi. Gli altri servitori comprendono che ciò che hanno ricevuto è un dono da far fruttare per il bene di tutti. Non agiscono per timore, ma per amore. La loro ricompensa non è tanto materiale: è "la gioia del padrone", cioè la comunione con Dio stesso. Allora comprendiamo che l'unico rischio che Dio ci chiede è quello dell'Amore: ciò che siamo, con umiltà e libertà interiore, sapendo che tutto ci è stato affidato perché diventi dono, bellezza, traccia di bene da far risplendere in questo mondo che ha bisogno di te secondo i piani provvidenziali di Dio. 

Don Giovanni Pauciullo 

La fiducia in Dio trasfigura la paura in libertà interiore 

Lunedì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico 

Memoria di San Leone Magno, papa e dottore della Chiesa  (fine IV sec d.C. - 461 d.C.)  

"La vigilanza cristiana è l'arte di riconoscere Dio che passa nella storia, nel silenzio e nella notte. È attenzione a ciò che accade, perché nulla della vita è estraneo al mistero di Dio." Essere vigilanti, allora, significa vivere ogni attimo come un tempo abitato da Dio, un tempo in cui il Signore può parlarci, consolarci, guidarci."  

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 10 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 24,42-44)  

Gesù disse ai suoi discepoli: "Vegliate, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell'ora che non immaginate viene il Figlio dell'uomo."

Omelia di Don Giovanni 

Una delle parole chiave della spiritualità dell'Avvento è la vigilanza. Il tempo di Avvento ci prepara, ci educa a questa attesa: non è un'attesa passiva, ma un cammino consapevole. Gesù ci invita a vigilare, non per paura, ma per amore: la vigilanza non è solo un atteggiamento momentaneo, ma uno stile di vita del credente, un modo di abitare il tempo e la realtà con occhi aperti e cuore desto. Il cardinale Martini, parlando della vigilanza, diceva: "La vigilanza cristiana è l'arte di riconoscere Dio che passa nella storia, nel silenzio e nella notte.  È attenzione a ciò che accade, perché nulla della vita è estraneo al mistero di Dio." Essere vigilanti, allora, significa vivere ogni attimo come un tempo abitato da Dio, un tempo in cui il Signore può parlarci, consolarci, guidarci. Ogni momento della nostra vita può essere un incontro con Lui, ma solo se il nostro cuore rimane desto e attento. Viviamo però in un tempo che ha smarrito la capacità di vigilare. 

Siamo immersi in una società che ha gli occhi pieni di luce artificiale, ma il cuore spesso immerso nel buio. Tutto è visibile, ma quasi nulla è vissuto davvero. Corriamo da un punto all'altro come viaggiatori senza meta, con in mano uno schermo che illumina ma non rischiara la vita. Abbiamo perso la lucidità del cuore, quella chiarezza interiore che nasce dal silenzio e dall'ascolto. Siamo come case con tutte le finestre accese, ma vuote dentro: la luce c'è, ma manca la presenza. Così rischiamo di diventare persone piene di apparenza, ma povere di vita; con parole che riempiono l'aria, ma non nutrono più i cuori; con emozioni forti, ma senza veri incontri. Persone che dormono con gli occhi aperti. L'assenza di vigilanza si manifesta anche nei pensieri superficiali, nei gesti automatici, nelle parole dette senza cuore. Ma la vita è piena di segni: segni discreti, piccoli, a volte impercettibili, che attendono di essere riconosciuti. Ricordo un episodio personale: il giorno dell'ultimo conclave, la mattina in cui sarebbe stato eletto il nuovo Papa. 

Ero a San Pietro insieme a Francesco D'Angelo, che molti conoscono come accolito. Mentre pregavamo, abbiamo notato un'immagine sopra l'altare: il grande quadro di San Leone Magno. Ci siamo fermati a contemplarlo e a pregare. Nel pomeriggio, quando siamo tornati in piazza, abbiamo appreso che il nuovo Papa si era chiamato Leone. Per noi fu un segno, un piccolo ma grande segno. I segni di Dio non sono coincidenze: sono voci silenziose che parlano a chi sa ascoltare. Oggi, però, siamo immersi in un mondo che non ascolta più: le cose devono essere gridate per esistere, devono stare "in vetrina" per essere notate. Ma Dio parla nel silenzio, nella discrezione. 

Un mistico scriveva: "Il silenzio è il luogo dove Dio abita, anche quando noi non lo sappiamo." Il vero cammino spirituale inizia quando smettiamo di chiedere a Dio: "Dove sei?" e iniziamo a prepararci a riconoscerlo quando passa. Il problema non è se il Signore verrà — perché Egli viene sempre — ma se noi sapremo accorgercene. Sant'Agostino diceva: "Temo il Signore che passa e non si ferma." Perché Dio passa, ma non forza mai la nostra libertà: la rispetta, l'attende, la invita. Se non ci trova pronti, passa oltre — non per punire, ma per delicatezza. 

Ogni momento, ogni incontro, ogni imprevisto è una visita di Dio. Ma se il nostro cuore dorme, rischiamo di non accorgercene. Vigilare significa non perdere il tempo presente, non chiudersi nella paura o nel controllo, ma restare sensibili, aperti, attenti. Anche gli imprevisti possono essere luoghi dove Dio si rivela, con la sua tenerezza e la sua fantasia d'amore. Abbiamo paura degli imprevisti perché vogliamo tenere tutto sotto controllo; ma la vita controllata è una vita spenta. Dio, invece, entra nelle pieghe del quotidiano, nei nostri limiti, nelle nostre sorprese, per dirci che non siamo soli. 

Chiediamo allora al Signore la grazia di vivere questo Avvento con un cuore capace di riconoscere i segni, di accorgersi della sua presenza e di rimanere desto nella notte. Perché ogni notte, se la si vive in attesa, diventa luogo di incontro con il Dio che viene.

Don Giovanni Pauciullo 

I segni di Dio non sono coincidenze: sono voci silenziose che parlano a chi sa ascoltare. 

 Venerdì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione

"Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli Stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma «Io Sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo." 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 7 novembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,2-7)

"Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via".
Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto". 

Omelia di Don Giovanni 

«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno arriva al Padre se non attraverso me.» Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma: «Io sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo: camminare con Lui, lasciarsi condurre, accettare di non essere noi a determinare l'orientamento del viaggio. La via indica il movimento. 

L' Amore vero è un cammino, non un porto sicuro o un'abitudine rassicurante che non ci smuove mai! Sapete che i primi cristiani erano chiamati "quelli della via"? Erano chiamati così in riferimento a Gesù che passava di villaggio in villaggio ad annunciare il Regno di Dio. Stare dietro a Cristo che è la Via significa innanzitutto non sentirsi mai arrivati, ma sempre in cammino dietro di Lui, in ascolto di Lui e di dove il Signore vuole condurci nella luce dello Spirito Santo. Quello che davvero ci salva non è "avere capito tutto", ma restare in cammino dietro a Lui, anche con le nostre precarietà, i nostri limiti, le nostre "care imperfezioni" come le chiamava San Giovanni Paolo I. 

La verità: non come un concetto, ma come trasparenza dell'amore del Padre. La verità non è un'idea fredda: è lo sguardo con cui Cristo ci guarda, senza inganno. La verità è Gesù che ci rende liberi perché ci ama così come siamo, non come dovremmo essere. Cristo è venuto a rivelarci la bellezza di questa Verità che porta i tratti del suo volto, dei suoi gesti, della sua croce: Tu sei amato da Dio con tenerezza. 

La vita: non semplicemente "esistere", ma "vivere in pienezza". La vita che Gesù offre è relazione con il Padre, una qualità dell'essere che comincia già adesso, quando lasciamo che Lui abiti le nostre scelte. La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore. Sant'Agostino dice: «Se cerchi la via, segui Cristo; se cerchi la verità, ascolta Cristo; se cerchi la vita, rimani in Cristo». Non si tratta di raggiungere Dio con sforzi spirituali, ma di accogliere Colui che è venuto verso di noi. L'implicazione spirituale di questo testo evangelico è che il cammino di fede non è scalare una montagna per arrivare a Dio: è lasciare che Dio ci conduca dentro la sua vita.

Don Giovanni Pauciullo 

Tu sei amato da Dio 

con tenerezza. 

Giovedì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione

"Nel Vangelo di oggi, Gesù dice una frase misteriosa ma decisiva: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono». Gesù ci sta dicendo che solo guardando a Lui sulla croce possiamo riconoscere chi è veramente Dio. Non un Dio lontano, severo, che osserva e giudica… ma un Dio che ama fino a lasciarsi ferire. Un Dio che non si difende da noi, ma si consegna a noi". 

(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 6 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,28-30) 

"Il Signore Gesù disse: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite". A queste sue parole, molti credettero in lui."   

Omelia di Don Giovanni 

"Nel Vangelo di oggi, Gesù dice una frase misteriosa ma decisiva: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono». Gesù ci sta dicendo che solo guardando a Lui sulla croce possiamo riconoscere chi è veramente Dio. Non un Dio lontano, severo, che osserva e giudica… ma un Dio che ama fino a lasciarsi ferire. Un Dio che non si difende da noi, ma si consegna a noi. L'innalzamento sulla croce è la rivelazione del cuore del Padre. È lì che si capisce tutto. Anche durante la santa Messa che stiamo celebrando, in modo particolare nel momento della consacrazione, i padri dicevano, siamo sotto la Croce, riviviamo realmente il Sacrificio di Cristo. Come diceva Santa Vincenza Gerosa, fondatrice delle suore di Maria bambina: "Chi sa il crocifisso sa tutto, chi non sa il crocifisso sa niente"…San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, dice: «Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2). Paolo dopo l'incontro con Cristo capisce che la vera sapienza consiste nella logica della Croce. Il Crocifisso rivela tutto: Ci spiega quanto siamo amati da Dio, la fedeltà della Redenzione, la sofferenza accolta come via di salvezza e trasformata dall'Amore in dono che rigenera , la bellezza della Misericordia che trasfigura ogni cosa ,la vittoria sul male e sul peccato, il trionfo sulla morte! E allora, oggi, questa Parola ci chiede una cosa semplice e grande: Ritorniamo al Crocifisso. Non solo a guardarlo, ma a lasciarci guardare da Lui. A lasciarci amare, perdonare, sollevare. Perché se sappiamo il Crocifisso, cioè se comprendiamo il suo amore vivo per noi, sapremo tutto ciò che è davvero necessario per vivere, per amare, per sperare. Oggi corriamo un rischio sottile ma reale: costruire un cristianesimo senza Cristo. Un cristianesimo "morale", fatto solo di valori, di buoni sentimenti, di iniziative, di impegni sociali… tutte cose belle, ma non il cuore della fede. Si può fare del bene senza Cristo. Si può essere gentili senza Cristo. Si può perfino lavorare in parrocchia senza Cristo. Ma senza Cristo crocifisso, senza il suo amore che salva, tutto si svuota e diventa sforzo umano, volontarismo, filantropia. La fede non è essere "brave persone": la fede è lasciarsi amare, perdonare e trasformare dal Crocifisso."

Don Giovanni Pauciullo 

Dio ti ama fino a lasciarsi ferire, per guarirti.  

Lunedì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione 

"Gesù ci sorprende con una promessa che sembra impossibile: "Farete opere più grandi delle mie". […] Non è un invito a fare di più, ma a credere di più. Gesù sta dicendo: "Non vi lascio orfani. Io vado, ma continuo ad agire in voi." Il credente non è uno che imita Gesù da lontano, ma uno che lascia Cristo vivere in sé." 

(Tratto dell'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 3 novembre 2025) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,12-15) 

"In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti."   

Omelia di Don Giovanni 

"Gesù ci sorprende con una promessa che sembra impossibile: "Farete opere più grandi delle mie". Ma come si può fare qualcosa di più grande del Figlio di Dio? Non è un invito a fare di più, ma a credere di più. Gesù sta dicendo: "Non vi lascio orfani. Io vado, ma continuo ad agire in voi." Il credente non è uno che imita Gesù da lontano, ma uno che lascia Cristo vivere in sé." Il "più grande" non è questione di quantità, ma di intimità. Quando l'amore di Cristo abita nel cuore, anche un piccolo gesto, una parola buona, un perdono dato, un sorriso sincero, una fedeltà quotidiana, diventa opera di Dio. E poi Gesù aggiunge: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti." Non è un ricatto morale, ma una logica d'amore. Chi ama non ha bisogno di essere costretto: l'amore è ciò che trasforma il dovere in desiderio. La vera obbedienza nasce quando il cuore è conquistato, non quando è costretto. Come ci ricordava san Paolo parlando del suo cammino di conversione afferma: "Anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo". Questa è la verità più bella della fede: Dio non ci conquista con la forza, ma con la tenerezza della Sua Misericordia. Ci prende non per dominarci, ma per liberarci da ciò che ci domina. Come dice un autore spirituale "Dio vuole il nostro cuore. Perché se il cuore è suo, tutto il resto viene da sé." Così. tra le mani di chi ama Gesù, anche le opere più semplici diventano miracoli. Perché le opere più grandi non sono quelle che stupiscono gli uomini, ma quelle che fanno respirare Dio nel cuore di chi le compie". 

Don Giovanni Pauciullo

Dio ti conquista con Amore, 

per liberarti da ogni paura.