FESTIVE
"Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione."
(1 Cor 1, 21)
"La vera difficoltà è quella di richiamare attenzione, di specializzarsi con pazienza e amore per evitare di rovesciare sulla gente nozioni, vocaboli e metodologie incomprensibili, e di giocherellare su pochi concetti, magari con immagini un po' affascinanti, che però non sono una buona notizia."
(Carlo Maria Martini)
Epifania del Signore
6.1.2026
«I magi non sono santi, non sono ebrei, non sono preparati dalla Legge: sono uomini feriti da una domanda. Hanno visto una stella, cioè un segno che ha toccato il loro cuore prima ancora di convincere la loro mente. Non sanno tutto, non capiscono tutto, ma si mettono in viaggio. [...]La stella appare: e i magi la vedono. C'è luce nel buio, c'è un richiamo che li fa alzare, partire, camminare. Ma poi la stella può sparire. Improvvisamente. Non c'è più segno nel cielo, e loro restano soli, con la paura, con l'incertezza, con il cuore che batte e la mente che cerca ragione. Questo è il cammino spirituale di tutti noi. […]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 6 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1-12)
«In quel tempo. Nato il Signore Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: "Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo". All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele". Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: "Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo". Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.»
Omelia di Don Giovanni
I magi non sono santi, non sono ebrei, non sono preparati dalla Legge: sono uomini feriti da una domanda. Hanno visto una stella, cioè un segno che ha toccato il loro cuore prima ancora di convincere la loro mente. Non sanno tutto, non capiscono tutto, ma si mettono in viaggio. Questo è decisivo. C'è una stella nel cielo. Non è una lampada brillante che ti guida sempre, non è un cartello luminoso che indica la strada senza dubbi. La stella appare: e i magi la vedono. C'è luce nel buio, c'è un richiamo che li fa alzare, partire, camminare. Ma poi la stella può sparire. Improvvisamente. Non c'è più segno nel cielo, e loro restano soli, con la paura, con l'incertezza, con il cuore che batte e la mente che cerca ragione.
Questo è il cammino spirituale di tutti noi. Ci sono momenti in cui Dio si manifesta: un incontro, una parola, un segno che accende qualcosa dentro. E poi ci sono momenti in cui sembra sparire: sembra che il cielo si chiuda, che la direzione si perda. È il momento della prova, della libertà, del discernimento. Perché la stella non costringe: chi cammina deve continuare, con passo umano, con fatica, con coraggio.
II senso spirituale è questo: la vita di fede non è mai una linea retta, non è un percorso senza ostacoli. La stella che appare ci sveglia dal torpore, ci mette in viaggio; la stella che sparisce ci insegna a camminare senza scorciatoie, a fidarci della promessa più che del segno. È allora che la libertà si fa autentica e la ricerca diventa vera. Non basta vedere il segno: bisogna seguirlo anche quando sembra scomparso.
Quando finalmente la stella ricompare, la gioia non è solo nel vederla, ma nel riconoscere che il cammino ci ha trasformati. E davanti a Gesù, finalmente, tutto si chiarisce: il cammino, la stella, la fatica, il desiderio non erano fine a se stessi. Tutto serviva a farci incontrare Colui che è la vera luce. Per noi oggi, la stella ci insegna a non cercare la sicurezza sempre visibile, ma la fedeltà a un desiderio che ci precede. A camminare anche nel buio, a fidarci del Signore anche quando il segno sembra mancare, e a saper riconoscere la Sua presenza nel piccolo, nel nascosto, nell'umile.
Anche per noi è così: la fede non nasce dallo sforzo morale o volontaristico, ma da un'attrattiva. Da qualcosa che accade e ci prende sul serio. Cristo non toglie il desiderio, lo compie. Non spegne la ricerca, la porta a casa. E la vita cambia non perché finalmente abbiamo risposte, ma perché abbiamo incontrato una Presenza che rende ragione del nostro cammino. Come i magi, torniamo per un'altra strada: non perché il mondo è diverso, ma perché noi lo siamo diventati, avendo seguito una stella fino a lasciarci sorprendere da Dio fatto bambino.
Don Giovanni Pauciullo

Signore Gesù, guida i nostri passi nella tua fedeltà che non delude mai!
Domenica dopo il Natale del Signore
4.1.2026
«La scena è quella di Gesù che ritorna in Galilea "con la potenza dello Spirito" e si ferma nella sinagoga di Nazareth, presso il suo villaggio. Qui proclama un testo di Isaia che diventerà la sintesi della sua missione: portare buona notizia ai poveri, liberazione ai prigionieri, vista ai ciechi e libertà agli oppressi. Cristo non viene prima a cambiare le strutture, viene a liberare il cuore dell'uomo, perché è 1ì che nasce ogni schiavitù vera.[…]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 4 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4, 14-22)
«In quel tempo. Il Signore Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore". Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: "Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato". Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.»
Omelia di Don Giovanni
La scena è quella di Gesù che ritorna in Galilea "con la potenza dello Spirito" e si ferma nella sinagoga di Nazareth, presso il suo villaggio. Qui proclama un testo di Isaia che diventerà la sintesi della sua missione: portare buona notizia ai poveri, liberazione ai prigionieri, vista ai ciechi e libertà agli oppressi. Cristo non viene prima a cambiare le strutture, viene a liberare il cuore dell'uomo, perché è 1ì che nasce ogni schiavitù vera. L'uomo è schiavo non perché gli manca qualcosa, ma perché si affida a ciò che non mantiene: il potere, il successo, l'immagine di sé, persino una religione ridotta a morale. Questa è la prigionia più profonda, la trappola più insidiosa.
La liberazione che Cristo porta non è un'idea, è una presenza che ridesta l'io. Quando Cristo entra nella vita, l'uomo si scopre finalmente libero di dire "io" libero di desiderare senza paura, libero di aderire alla realtà senza censurarla.
Cristo non toglie il dolore, non evita il limite, ma libera dal doverli subire come destino senza senso. Per questo il Vangelo parla di poveri, ciechi, prigionieri: non come categorie sociologiche, ma come condizione universale dell'uomo quando non riconosce Chi lo salva.
"Oggi si è compiuta questa Scrittura".
Quando Gesù dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura», non sta annunciando un evento spettacolare. Sta rivelando un modo nuovo di intendere il tempo. Per noi il tempo è quasi sempre rimandato: quando cambierò, quando capirò, quando avrò tutto chiaro, quando tutto sarà sotto controllo... quando Dio farò qualcosa e interverrà. L'"oggi" di Gesù invece è il tempo in cui Dio smette di rimandare e decide di fidarsi dell'uomo. Oggi. Non domani, non quando saremo migliori, non quando la Chiesa sarà più forte. Oggi, qui, nella polvere della storia.
La Scrittura si compie non perché tutto è risolto, ma perché c'è qualcuno che la prende sul serio. In Gesù, la Parola non resta promessa: diventa corpo, relazioni, scelte concrete . Dio non agisce al posto dell'uomo , ma dentro la libertà dell'uomo. Per questo l'"oggi" è fragile, esposto, persino rischioso. È il tempo in cui la salvezza non è garantita, ma offerta.
Dire "oggi si è compiuta questa Parola" significa allora: oggi puoi smettere di aspettare di essere diverso per amare; oggi puoi smettere di usare il passato come alibi; oggi puoi scoprire che Dio è già all'opera nella tua storia incompiuta.
All'inizio tutti lo ammirano. La Parola piace finché resta bella. Ma quando diventa carne, quando chiede conversione, allora diventa pericolosa. Perché Gesù non è venuto a benedire l'ordine delle cose, ma a sconvolgerlo dall'interno.
Sant'Agostino ci avverte: "Ho paura di Gesù che passa."
Paura, perché se Cristo passa davvero, nulla resta com'è. Passa e chiede se siamo disposti a lasciare che i poveri e gli ultimi siano il suo volto, che la libertà sia più importante di una vita tranquilla che la fede sia più vera della rispettabilità.
Don Giovanni Pauciullo

Oggi si compia la tua Parola, Gesù, nella mia vita!
Domenica dopo il Natale del Signore
3.1.2026
S. Messa Prefestiva
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Circoncisione del Signore
1.1.2026
«Nel silenzio del primo giorno dell'anno, il Vangelo ci porta ancora una volta davanti alla mangiatoia. È bello iniziare cosi: non con la pretesa di sapere già cosa accadrà, ma con lo stupore di chi si lascia sorprendere. Luca ci dice che tutti coloro che udivano si stupirono delle parole dei pastori. Ma subito aggiunge che Maria, da parte sua, custodiva e meditava tutte queste cose nel suo cuore. Forse è questo il gesto che ci viene chiesto oggi: custodire e meditare.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 1 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 18-21)
«In quel tempo. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.»
Omelia di Don Giovanni
Nel silenzio del primo giorno dell'anno, il Vangelo ci porta ancora una volta davanti alla mangiatoia. È bello iniziare cosi: non con la pretesa di sapere già cosa accadrà, ma con lo stupore di chi si lascia sorprendere.
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell'Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l'umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14).
(Messaggio di Papa Leone XIV per la giornata mondiale della pace)
Luca ci dice che tutti coloro che udivano si stupirono delle parole dei pastori. Ma subito aggiunge che Maria, da parte sua, custodiva e meditava tutte queste cose nel suo cuore. Forse è questo il gesto che ci viene chiesto oggi: custodire e meditare. Non riempire il nuovo anno di progetti affannati, né pretendere di capire subito il senso di tutto ciò che viviamo. Custodire significa riconoscere che ogni cosa - anche quella che oggi ci pesa o ci confonde - può diventare luogo di incontro con Dio. Meditare significa restare davanti a ciò che accade, senza scappare, lasciando che lo Spirito faccia luce nel tempo opportuno.
Poi il Vangelo ci mostra Gesù che, compiuti gli otto giorni, viene circonciso e riceve il Nome. Il Figlio eterno accetta di entra re nella nostra storia, nelle nostre ferite, nelle nostre leggi. Entra fino in fondo per dirci che nulla della nostra umanità gli è estraneo, tranne il peccato! Nel suo Nome -"Dio salva" - si apre per noi un anno che non sarà mai solo il risultato dei nostri sforzi, ma il cammino di una salvezza che ci precede e ci accompagna.
All'inizio di questo nuovo anno chiediamo allora la grazia di avere il cuore di Maria: un cuore che non trattiene, ma custodisce; che non pretende, ma attende; che non si chiude per paura, ma si apre allo stupore. E lasciamo che il Nome di Gesù diventi la nostra pace, il nostro ritmo, la nostra direzione.
Con questo Nome sulle labbra e nel cuore, possiamo cominciare. Buon anno 2026, davvero.
Don Giovanni Pauciullo

Vieni Spirito Santo a fare luce in noi secondo i tempi di Dio
VII Giorno dell'ottava del Natale del Signore
31.12.2025
«Alla soglia di questo nuovo anno ci ritroviamo ancora una volta davanti al mistero del tempo. È una soglia che non attraversiamo mai da soli: ci sta davanti il Signore della vita, Colui che guida i nostri giorni con una fedeltà silenziosa e tenace, spesso più grande della nostra capacità di accorgercene. La fine dell' anno non è soltanto un congedo dal passato, ma un invito a rileggere ciò che abbiamo vissuto con lo sguardo più vero della fede. Quando lasciamo che lo Spirito illumini il cammino percorso, scopriamo che nulla è stato inutile, nulla è stato davvero perduto.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 31 dicembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 33-35)
«In quel tempo. Il padre e la madre del Signore Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: "Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l'anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori".»
Omelia di Don Giovanni
Alla soglia di questo nuovo anno ci ritroviamo ancora una volta davanti al mistero del tempo. È una soglia che non attraversiamo mai da soli: ci sta davanti il Signore della vita, Colui che guida i nostri giorni con una fedeltà silenziosa e tenace, spesso più grande della nostra capacità di accorgercene.
La fine dell' anno non è soltanto un congedo dal passato, ma un invito a rileggere ciò che abbiamo vissuto con lo sguardo più vero della fede. Quando lasciamo che lo Spirito illumini il cammino percorso, scopriamo che nulla è stato inutile, nulla è stato davvero perduto. Anche ciò che ci ha ferito o destabilizzato, anche ciò che non abbiamo compreso, può diventare parte di un disegno che ci prepara a una maturità più piena.
Quest' anno la nostra comunità ha conosciuto una prova dura: l' esondazione del Seveso, proprio nel tempo del giubileo della speranza. È stato un momento in cui ci è stato chiesto non solo di credere nella speranza, ma di esercitarla, di reggerne il peso. Eppure - come sempre accade quando il Signore attraversa con noi la fragilità - abbiamo visto sorgere segni nuovi: la solidarietà concreta, la vicinanza gratuita, la forza mite della fede di tante persone che diventa abbraccio, servizio, presenza. Non siamo usciti da quella prova uguali a prima. Forse un po' più stanchi, ma certamente più uniti. Forse più consapevoli che una comunità cristiana non si costruisce sulle strutture, ma sui legami; innanzitutto il legame con Cristo e il Vangelo, i legami di comunione e fraternità non sui programmi, ma sulle relazioni lette alla luce del vangelo.
Ora stiamo ricostruendo. E non a caso partiamo dai luoghi che servono la carità sul nostro territorio, i magazzini dedicati alle opere della san Vincenzo: è un' urgenza concreta, certo, ma anche la scelta più fedele al Vangelo. Perché le persone fragili, le famiglie in difficoltà, i volti che chiedono ascolto e sostegno restano il criterio che orienta il nostro cammino di Comunità cristiana. È da qui che ripartiamo: dalla carità come trama portante della nostra storia comune di fede e di adesione al Vangelo.
Questa fine dell' anno, allora, ci chiede un atto di gratitudine e un atto di consegna. Gratitudine per ciò che il Signore ha sostenuto, salvato, ricostruito dentro di noi, spesso senza che ce ne accorgessimo. Consegna per ciò che ancora non comprendiamo, per ciò che ci attende oltre la soglia del nuovo tempo.
Il tempo ci raggiunge un istante alla volta, come un soffio che porta con sé una chiamata.
Ogni momento è un varco sottile attraverso cui Dio si affaccia nella nostra esistenza, chiedendo attenzione, ascolto, interpellando la nostra libertà. Con l' Incarnazione, Dio stesso è entrato net tempo e nella storia: facendosi uomo, ha rivelato che il tempo non è solo una sequenza di giorni da vivere, ma il luogo misterioso della nostra salvezza. Ogni istante diventa cosi un' occasione per rispondere con la nostra libertà e orientare la vita verso ciò che è vero, buono e eterno. Oggi però, siamo abituati a vivere il tempo come fosse una materia inerte da organizzare. Le agende, gli appuntamenti, gli impegni ripetuti si susseguono come perline infilate su un filo troppo teso. Misuriamo le ore, le dividiamo, le programmiamo fino all' ultimo minuto - e nella fretta di completare tutto svuotiamo gli attimi della loro anima. Così il tempo perde profondità e diventa solo superficie, efficienza, routine, controllo.
Eppure, ogni istante è decisivo, porta con sé una scelta autentica. Ogni volta che la nostra libertà risponde indichiamo una direzione: verso la morte o verso la vita, verso il vuoto o verso la pienezza, verso l' anonimato o verso la densità di senso. Questa è la sorprendente bellezza della libertà: nulla è banale, nulla è senza peso. Dietro ogni fatto, ogni gesto, ogni istante, si dispiega il dramma e la responsabilità di scegliere chi vogliamo essere e a chi vogliamo dare la vita.
Ed è qui che il Vangelo ci raggiunge, Maria e Giuseppe sono attoniti come noi, davanti agli eventi che non capiamo. Simeone li benedice e pronuncia parole che pesano «Ecco, questo bambino è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele ...e anche a te una spada trafiggerà l' anima.»
In queste parole è il cuore del mistero del tempo cristiano: un Bambino che entra nella storia, e la storia non resta più la stessa. Il tempo non è più una ruota che gira, ma una strada che avanza verso una promessa. Maria custodisce, ascolta, non comprende tutto, ma sta dentro il tempo con fede, e questo basta a trasfigurare ciò che verrà. E allora, mentre l' anno muore e un altro si affaccia, cosa ci dice questo Vangelo? Ci dice che il tempo non è un avversario da inseguire né un enigma da risolvere. Il tempo è il luogo dove Dio ci viene incontro per amarci con tenerezza!
Che il Signore ci doni occhi limpidi per leggere la sua presenza nella nostra storia, e un cuore pronto ad accogliere ciò che Lui vorrà far crescere in noi. Perché il tempo che si apre sia davvero un anno di grazia, di perseveranza, di carità vissuta come nostra forma più alta di speranza.
Don Giovanni Pauciullo

Riempi, Signore Gesù, il nostro cuore di Gratitudine e Speranza
IV giorno del Natale del Signore
Festa dei Santi Innocenti Martiri
28.12.2025
"[...]Nel Vangelo ascoltiamo Giuseppe che, "destatosi dal sonno", obbedisce prontamente alla voce dell' angelo e prende con sé Maria e il bambino, fuggendo in Egitto. E poi la follia di Erode, che si abbandona a una violenza che sembra non avere misura. Forse la prima tentazione è domandarci: perché Dio permette questo? Perché la nascita dell' Emmanuele non ferma immediatamente il male? Ma Matteo ci suggerisce uno sguardo diverso. Non ci dice perché Dio non evita il dolore. Ci mostra come Dio lo attraversa."
(Tratto dall' Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 28 dicembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 13b-18)
"Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo". Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato mio figlio.
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:
Un grido è stato udito in Rama,un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più. "
Omelia di Don Giovanni
Nel cuore del tempo di Natale quando vorremmo contemplare solo luce, tenerezza e pace, Matteo ci ricorda che la venuta del Figlio di Dio nella carne non avviene in un mondo ideale, ma dentro una storia attraversata da paure, violenze e ingiustizie.
Nel Vangelo ascoltiamo Giuseppe che, "destatosi dal sonno", obbedisce prontamente alla voce dell' angelo e prende con sé Maria e il bambino, fuggendo in Egitto. E poi la follia di Erode, che si abbandona a una violenza che sembra non avere misura. Forse la prima tentazione è domandarci: perché Dio permette questo? Perché la nascita dell' Emmanuele non ferma immediatamente il male?
Ma Matteo ci suggerisce uno sguardo diverso. Non ci dice perché Dio non evita il dolore. Ci mostra come Dio lo attraversa. È un Dio che non si sottrae alla fragilità umana, e che affida la salvezza a gesti umili: la fedeltà silenziosa di Giuseppe, la cura di Maria, la disponibilità di una famiglia che si mette in cammino, senza sapere cosa troverà. I bambini uccisi da Erode non pronunciano parole, non compiono gesti, ma la loro vita spezzata testimonia una verità profonda: il male non ha l'ultima parola, anche quando sembra vincere. Dio non lo cancella magicamente, ma lo disarma assumendolo su di sé. Questi piccoli diventano così i primi a partecipare dell'innocenza del Cristo e della vittoria che lui porterà sul male non attraverso la forza, ma attraverso l'amore.
C'è un punto su cui questo Vangelo oggi ci interpella con forza: cosa facciamo noi davanti al male che tocca gli innocenti del nostro tempo? Il mondo è ancora pieno di situazioni in cui i più piccoli pagano il prezzo delle paure degli adulti: guerre, sfrutta menti, abbandoni, indifferenza. Non possiamo risolvere tutto, ma possiamo imparare da Giuseppe: destarci, ascolta re, muoverci. La santità non nasce da grandi gesti eroici, ma da una fedeltà che rimane sveglia, disponibile, concreta.
Don Giovanni Pauciullo

Dio ci raggiunge nella semplicità, dove i cuori imparano l'umiltà, virtù che genera i Santi!
Festa di Santo Stefano
Primo Martire
26.12.2025
"Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18). Non c'è alcuna illusione. L'amore vero - quello che porta la forma di Cristo- può essere scomodo, persino respinto. Santo Stefano è il testimone luminoso di questo paradosso. È un uomo pieno di Spirito Santo, capace di riconoscere l'opera di Dio dove a altri vedevano solo minacce. La sua fede non è un'idea astratta, ma una forza che plasma il modo di guardare gli altri: persino quando viene accusato e trascinato fuori dalla città, Stefano non perde lo stile di Gesù."
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 26 dicembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 18-22)
"Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: "Un servo non è più grande del suo padrone". Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato."
Omelia di Don Giovanni
Celebrare Santo Stefano il giorno dopo il Natale sembra, a prima vista, qualcosa di stonato, di fuori luogo. Passiamo dalla tenerezza del Bambino deposto nella mangiatoia al sangue del primo martire della Chiesa. Ma la liturgia ci fa un grande dono: ci ricorda che il Verbo fatto carne non è venuto per regalarci un sentimento melense, ma per introdurci in una vita nuova, capace di affrontare anche il rifiuto, l'ostilità, l'incomprensione. "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me" (Gv 15,18). Non c'è alcuna illusione. L'amore vero - quello che porta la forma di Cristo- può essere scomodo, persino respinto.
Santo Stefano è il testimone luminoso di questo paradosso. È un uomo pieno di Spirito Santo, capace di riconoscere l'opera di Dio dove a altri vedevano solo minacce. La sua fede non è un'idea astratta, ma una forza che plasma il modo di guardare gli altri: persino quando viene accusato e trascinato fuori dalla città, Stefano non perde lo stile di Gesù. Non risponde alla violenza con la violenza; non si mette al centro della scena; non cerca giustizia per sé. Si lascia ferire con una mitezza disarmante.
Questo è il punto decisivo del Vangelo odierno: non è l'odio del mondo a creare divisione, ma la scelta che facciamo davanti alla verità. Gesù dice: "Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato (Gv 15,22). La sua venuta rende evidente ciò che ciascuno custodisce nel cuore: accogliere la luce o rifiutarla. Stefano ha scelto la luce. E questa luce gli ha permesso di morire come Gesù Cristo: "Signore, non imputare loro questo peccato" (At 7,60). Le sue ultime parole non sono accuse, ma intercessione e misericordia.
Oggi il martirio di Stefano non ci chiede eroismi irraggiungibili. Ci chiede una cosa più semplice e più vera : lasciare che la verità di Gesù prenda forma nella nostra vita concreta.
- Quando una parola scomoda va detta con carità.
- Quando scegliere il bene ci costa qualcosa .
-Quando siamo tentati di rispondere male al male.
-Quando qualcuno ci ferisce e la misericordia sembra impossibile.
Natale non ci invita alla fuga dalla realtà. Ci rivela il Mistero di Dio che non ha paura dell'ombra, perché la illumina dall'interno. Chiediamo oggi la grazia di una fede che non si scandalizzi delle difficoltà, una carità che non si spegne davanti al rifiuto, una speranza capace di vedere oltre le pietre che talvolta il mondo ci scaglia. Come Stefano, impariamo a fissare lo sguardo sul Signore. È da lui che nasce il coraggio di amare fino in fondo.
Don Giovanni Pauciullo

Donaci, Signore Gesù, il coraggio di una testimonianza fedele
Santo Natale del Signore
25.12.2025
«[...]Il Vangelo parla di una luce che cammina verso ogni uomo, come se conoscesse già tutte le sue notti. Una luce piena di Verità ma che non giudica e si siede accanto alle nostre inquietudini, si ferma nelle nostre ferite, nelle nostre confusioni, nelle nostre bassezze con la bellezza della Sua Misericordia che ci trasforma. Credere vuol dire saper vedere ogni cosa, a partire da noi stessi, con gli occhi misericordiosi di Dio e imparare ad amare con il cuore misericordioso di Dio. [...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 25 dicembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,1-14)
«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: "Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama". »
Omelia di Don Giovanni
A Natale c'è Dio in causa e ci siamo noi. Dio e noi per sempre: con storia e destino legati, intrecciati, stretti. Il Mistero del Natale ci rivela Dio come Colui che non abita più lontano, in un altrove che ci è estraneo, che ci fa sentire a disagio e ci mette paura, ma come Colui che viene, entra, si rivela e diventa presenza visibile, il Dio con noi: Gesù Cristo.
Dire Natale è dire Dio, è credere che il suo mistero ci riguarda, ci coinvolge, ci chiama; è credere che «Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto, dove gli uomini dicono "perduto" lì egli dice salvato; dove gli uomini dicono "no", lì egli dice "sì". (D. Bonhoeffer)
Il Vangelo parla di una luce che cammina verso ogni uomo, come se conoscesse già tutte le sue notti. Una luce piena di Verità ma che non giudica e si siede accanto alle nostre inquietudini, si ferma nelle nostre ferite, nelle nostre confusioni, nelle nostre bassezze con la bellezza della Sua Misericordia che ci trasforma. Credere vuol dire saper vedere ogni cosa, a partire da noi stessi, con gli occhi misericordiosi di Dio e imparare ad amare con il cuore misericordioso di Dio. Il Natale di Cristo ci chiede di non scandalizzarci né di noi stessi, delle nostre bassezze nemmeno delle bassezze e povertà degli altri e di questo mondo.
La Grazia del santo Natale c'insegni il dono della Misericordia! È Natale se le parole tornano a essere parole di misericordia, cioè parole autentiche, parole di incoraggiamento, parole chiare. Se le nostre parole sono parole ingannatrici, ambigue, svalutanti, non può essere Natale.
Sarà un Natale di misericordia se lasciamo che Cristo ci aiuti a fare luce nel disordine della nostra vita, nelle tenebre del peccato, nell'oscurità di un'anima che fa fatica a sperare. Cristo è luce di misericordia, luce che non giudica, ma che mette in moto cammini di conversione. Sarà un Natale di misericordia se inostri desideri di bene non restano solo idee, ma si incarnano nella concretezza della vita e si traducono in gesti concreti: la Parola si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo in noi. Ignazio di Loyola ricordava, nei suoi Esercizi spirituali, che l'amore è da porre più nei fatti che nelle parole. L'amore è concretezza.
Don Giovanni Pauciullo

Entra, Signore Gesù, in questo Santo Natale, nelle notti del nostro cuore!
Santa Messa nella notte del Natale del Signore
24.12.2025

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,9-14)
«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.»
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VI Domenica di Avvento
21.12.2025
Domenica Ambrosiana della Divina Maternità di Maria
«Oggi contempliamo Maria, giovane e silenziosa, davanti all'Angelo. Il suo cuore ascolta, non comprende tutto subito , ma accoglie. In quel "sì" piccolo e semplice, il mondo cambia. […] Nel suo ascolto, impariamo anche noi a dire sì a Dio nella vita quotidiana, con coraggio e umiltà.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 21 dicembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 26-38)
«Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te". A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola". E l'angelo si allontanò da lei.»
Omelia di Don Giovanni
Oggi contempliamo Maria, giovane e silenziosa, davanti all'Angelo. Il suo cuore ascolta, non comprende tutto subito , ma accoglie. In quel "sì" piccolo e semplice, il mondo cambia. Maria Santissima, fa esperienza dell'irrompere di Dio nella sua vita , ci insegna che il Natale non è prima di tutto luci ,feste, vacanze e regali, ma tempo in cui fare spazio all'irrompere di Dio nella mia vita attraverso l' ascolto e la fiducia. Nel suo ascolto, impariamo anche noi a dire sì a Dio nella vita quotidiana, con coraggio e umiltà.
Maria ci invita a fidarci, a lasciarci sorprendere, a scoprire che Dio viene sempre, anche nel nostro silenzio, nella vita quotidiana. Dal suo umile si è scaturito il primo presepe della storia che avviene nel grembo verginale e materno di Maria. Maria prendici per mano in questo Natale, aiutaci a fare spazio a Cristo che vuole nascere e rinascere in noi ogni giorno, vuole nascere e rinascere attraverso i nostri si umili, liberi, quotidiani.
Fai spazio a Dio e coltiva la bellezza dentro di te, intorno a te. Leggi, scrivi, dipingi, suona, metti ordine, crea qualcosa che nutra l'anima tua e quella degli altri. Non accettare pensieri che rovinano la bellezza nel tuo cuore, pensieri meschini, egoistici, cinici, distruttivi...tutto il contrario della bellezza che Cristo è venuto a rivelarci. Dai spazio al silenzio raccolto della preghiera, anche pochi minuti al giorno, per mantenere il cuore aperto e attento al bene più grande che è l'Amore di Dio.
Unito al "si" di Maria pronuncia il tuo sì al perdono e alla gratitudine: lascia andare rancori, ferite, offese ricevute e gusta i piccoli grandi doni della vita.
Fai spazio a Dio e coltiva la bellezza nelle tue relazioni:
- Sorridi con sincerità a chi non se lo aspetta talvolta il mondo cambia con un sorriso autentico. Anche un piccolo gesto di gentilezza può creare connessione tra persone apparentemente distanti.
- Ascolta con attenzione e senza fretta, ogni parola è importante e conta,
- Offri una mano, un aiuto a chi ne ha davvero bisogno senza farti notare, perché è lì che Dio sta lavorando!
- Metti da parte l'orgoglio e scegli di servire con umiltà nella vita della Comunità cristiana, nelle piccole cose della tua famiglia … perché il Natale c'insegna come prima cosa l'umiltà di Dio che è venuto in mezzo a noi per servire l'umanità e salvarla, liberala da noi stessi, dal male.
Don Giovanni Pauciullo

Fai spazio a Dio nelle tue giornate e coltiva la bellezza in ogni cosa che pensi e che fai!
V Domenica di Avvento
14.12.2025
«C'è un uomo, dice il Vangelo, mandato da Dio. Non è la luce, ma viene per rendere testimonianza alla luce. È come se la Parola di Dio ci dicesse: la cosa più grande che puoi essere non è brillare, ma indicare dove hai trovato quella lucerna, quel fuoco che ti muove...Giovanni Battista ci libera da una tentazione sottile: quella di voler occupare il centro. Lui accetta di stare di lato, e proprio così diventa essenziale.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 14 dicembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.15-18)
«Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.»
Omelia di Don Giovanni
C'è un uomo, dice il Vangelo, mandato da Dio. Non è la luce, ma viene per rendere testimonianza alla luce. È come se la Parola di Dio ci dicesse: la cosa più grande che puoi essere non è brillare, ma indicare dove hai trovato quella lucerna, quel fuoco che ti muove...Giovanni Battista ci libera da una tentazione sottile: quella di voler occupare il centro. Lui accetta di stare di lato, e proprio così diventa essenziale. Perché la luce non ha bisogno di protagonismi, ha bisogno di testimoni. Gente che ha visto qualcosa di vero e non può più far finta di niente. Abbiamo bisogno di decentrarci per fare spazio al Signore Gesù nella nostra vita. Abbiamo bisogno di decentrarci rispetto al nostro lo, che ci strattona dove non vorremmo andare!
In un mondo che confonde la visibilità con il valore, Giovanni ci ricorda che la vita fiorisce quando smettiamo di trattenerla per noi e la consegniamo nel fare il bene, nello spenderci con amore ...Non sei tu la luce, e va bene così: la tua gioia è riconoscere quando passa Gesù Cristo e dire agli altri, ai tuoi figli, a quelli che ami, con la tua vita, "è Lui". La luce vera entra nel mondo senza fare rumore, e il mondo spesso non la riconosce. Viene a casa sua, dice il testo, eppure non viene accolta. Ma Dio non si ritira per questo: insiste con la discrezione di chi ama davvero, insiste con la perseveranza di chi non si rassegna a perderci, ma tuttavia rispetta fino in fondo la nostra libertà.
A chi la accoglie, a chi le fa spazio, viene dato qualcosa di inaudito: diventare figlio, non per merito, ma per dono. Siamo divenuti "figli nel Figlio" che è Cristo, ci ha introdotti in questa relazione filiale con Dio, eppure tante volte non ci rapportiamo con Dio come se fosse un Padre, ci sembra ancora un padrone da temere e questo ci allontana dalla relazione vera con Dio.
Come si può desiderare Dio se lo immaginiamo come qualcuno che ci fa concorrenza? Se pensiamo che la sua presenza ci schiacci, che la sua forza cancelli la nostra voce, i nostri desideri, perfino il nostro modo di essere? Temiamo che avvicinarci a Lui significhi sparire, perdere libertà e identità, come se amare Dio volesse dire smettere di essere umani. Queste false idee su Dio ci allontanano dalla fede. Sant' Agostino dice: «Temevo che Cristo mi chiedesse di rinunciare a tutto, e non capivo che era Lui la mia gioia». È così: la luce non viene a togliere, ma a rivelare chi siamo. Il Verbo si fa carne per dirci che la nostra fragilità può diventare dimora di Dio. E questa è la grazia più grande: scoprire che la vita fiorisce quando lasciamo entrare la luce, così com'è, dentro la nostra carne e la nostra povertà.
Don Giovanni Pauciullo

Signore Gesù, fa di noi strumenti che indichino Te, come Sorgente della letizia che accompagna i nostri giorni
Solennità dell'Immacolata Concezione della B. V. Maria
8.12.2025
«Nel silenzio di Nazaret, mentre la vita di Maria scorre nella semplicità dei giorni uguali, il Mistero di Dio irrompe con una delicatezza che sorprende: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). È come se Dio, prima ancora di chiedere qualcosa, si preoccupasse di dire a Maria ciò che ogni cuore desidera sapere: che la nostra vita non è mai sola, mai abbandonata, mai senza un senso, sempre custodita dalla tenerezza di Dio. La Grazia non entra nelle nostre esistenze come un premio da meritare, ma come una prossimità da accogliere.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo dell'8 dicembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1, 26b-28)
«L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te".»
Omelia di Don Giovanni
Nel silenzio di Nazaret, mentre la vita di Maria scorre nella semplicità dei giorni uguali, il Mistero di Dio irrompe con una delicatezza che sorprende: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). È come se Dio, prima ancora di chiedere qualcosa, si preoccupasse di dire a Maria ciò che ogni cuore desidera sapere: che la nostra vita non è mai sola, mai abbandonata, mai senza un senso, sempre custodita dalla tenerezza di Dio. La Grazia non entra nelle nostre esistenze come un premio da meritare, ma come una prossimità da accogliere. È Dio che prende l'iniziativa, che "ci precede", che ci visita proprio lì dove pensiamo di essere troppo piccoli, troppo imperfetti, troppo ordinari. Maria non diventa piena di grazia perché comprende tutto, ma perché si lascia raggiungere. Come dice un autore spirituale "Maria è la creatura che permette a Dio di essere Dio nella sua storia, senza resistenze, senza calcoli, senza paure che chiudono".
Il dogma dell'Immacolata Concezione spesso rischia di sembrarci lontano, come se parlasse di un privilegio riservato solo a Maria. In realtà, è una verità che ci riguarda profondamente, perché – come tutti i dogmi mariani – non racconta solo qualcosa di Lei, ma anticipa qualcosa di noi, del nostro destino eterno, della nostra vocazione più vera. Racconta qualcosa di quel sogno e desiderio di bellezza e santità che Dio ha per tutti noi. I dogmi mariani sono come finestre spalancate sul futuro dell'umanità: in Maria, Dio mostra ciò che desidera compiere in ciascuno di noi quando potremo finalmente lasciarLo fare. Lei è l'icona di ciò che la Grazia può generare quando non incontra ostacoli, quando non trova le resistenze dell'Io ferito dal peccato originale.
Per questo il Mistero dell'Immacolata non è un ideale irraggiungibile, ma racconta di una promessa: anche la nostra umanità, pur attraversata dal peccato, è chiamata a essere purificata, liberata, resa capace di un amore integro, puro, santo, immacolato. Il cuore immacolato di Maria è un cuore che ama senza la macchia dell'Io, senza quella torsione che ci porta sempre a ripiegarci su noi stessi, a misurare, a trattenere. È un cuore totalmente aperto, totalmente disponibile, totalmente affidato. La Grazia ha potuto lavorare in Lei senza incontrare le fratture che spesso ci chiudono. E allora l'Amore Immacolato di Maria diventa una profezia per noi: ci ricorda che la salvezza non è un merito, ma un dono, e che la nostra storia – nonostante i suoi limiti – è destinata alla pienezza. Sant'Agostino vedeva in Maria la figura della Chiesa e dell'umanità intera: «In Lei la Chiesa già raggiunge la perfezione verso cui cammina» (Sermo 192).
L'Immacolata, dunque, non è solo la memoria di ciò che Maria è stata dall'inizio, ma la certezza di ciò che noi diventeremo alla fine: cuori finalmente liberi dall'ego, uniti a Dio in un amore che non conosce più ombra. In Lei contempliamo ciò che Dio desidera realizzare in noi. E questa è davvero la bellezza del dogma: non un confine, ma un orizzonte. Una promessa che già ora comincia a compiersi ogni volta che, come Maria, lasciamo entrare la Grazia. L'amore immacolato che oggi celebriamo in Maria santissima non è l'amore che ha paura di compromettersi con la storia e gli eventi. L'amore immacolato non è l'amore asettico, l'amore che non prova sentimenti, l'amore che non si commuove o che non dubita. Questo è l'amore immacolato, cioè l'amore che è senza la macchia dell'io. Liberato della pienezza della Luce, senza ombre, senza zone grigie, senza ambiguità.
Don Giovanni Pauciullo

Aiutaci, Maria, Donna del sì a Dio, ad accogliere la salvezza come dono che desidera incontrarci!
IV Domenica di Avvento
7.12.2025
«"Il Signore ne ha bisogno." Questa frase, che ci raggiunge da questa pagina di Vangelo. come qualcosa che ci viene addosso, ci svela l'umiltà di Gesù. [...] Sant'Ambrogio diceva infatti: "Gesù è l'archetipo dell'umiltà." Se vuoi essere di Cristo, appartenere a Cristo, allora devi muovere i tuoi passi sulla via dell'umiltà: una via semplice e mite. Tutto parte dalla libertà di riconoscere un bisogno[...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 7 dicembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,1-9)
«Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: "Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: "Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito"". Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
Dite alla figlia di Sion:
Ecco, a te viene il tuo re,
mite, seduto su un'asina
e su un puledro, figlio di una bestia da soma.
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava:
"Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nel più alto dei cieli! ".»
Omelia di Don Giovanni
"Il Signore ne ha bisogno."
Questa frase, che ci raggiunge da questa pagina di Vangelo. come qualcosa che ci viene addosso, ci svela l'umiltà di Gesù. Quando il Signore ci ha chiesto d1 imparare qualcosa dal suo cuore, ha detto: "Imparate e da me che sono mite e umile di cuore." È come se mitezza e umiltà fossero profondamente legate. Sant'Ambrogio diceva infatti: "Gesù è l'archetipo dell'umiltà." Se vuoi essere di Cristo, appartenere a Cristo, allora devi muovere i tuoi passi sulla via dell'umiltà: una via semplice e mite. Tutto parte dalla libertà di riconoscere un bisogno:
"Ho bisogno di te. Ho bisogno del tuo amore, del tuo aiuto. Ho bisogno della tua amicizia dove pur smarrito mi sento a casa. Ho bisogno della tua mano tesa in questo momento, perché sento che da solo non ce la faccio a uscirne."
Ho bisogno di conoscere il mio destino, di ricordare che sono fatto per l'eternità. Ho bisogno di comprendere il senso dei miei giorni, di trovare un filo dentro quel groviglio di avvenimenti che, a volte confusamente, formano la mia storia.
Ho bisogno di capire che vivo di senso: che non mi basta respirare, lavorare, attraversare le ore; che il mio cuore è fatto per qualcosa di più grande, per un significato che non si esaurisce nelle cose che passano.
Ho bisogno di sapere che ogni passo, anche il più piccolo, può essere orientato; che ogni ferita può diventare una feritoia, ovvero una porta che mi conduce a libertà; che ogni attesa può trovare la bellezza del suo compimento. Perché il mio cuore si apre solo quando percepisce, con stupore, che la vita non è un caso, ma un cammino accompagnato dall'Amore del Padre.
Ho bisogno di scoprire il vero volto dell'umiltà, quel luogo interiore in cui posso riconoscere Cristo. Ho bisogno di comprendere che l'umiltà dona ai miei passi una libertà sorprendente: la libertà di riconoscermi povero, fragile, smarrito, senza però lasciare che sia la mia precarietà a definirmi.
Perché c'è un oltre e un di più che dice chi sono davvero. È l'immagine di Dio instillata nel mio cuore, nella profondità della mia essenza. È lì che la mia verità si compone, è lì che la mia dignità si radica, è lì che scopro che la mia fragilità non è una condanna, ma un'apertura: una porta attraverso cui può passa re la Grazia.
Ho bisogno di comprendere che l'umiltà che ci ha insegnato Cristo è una forma di preghiera: smettere di guardarsi attraverso gli occhi degli altri, e cominciare a guardarsi attraverso lo sguardo liberante di Dio. In quel momento scopri che il giudizio degli altri non ti definisce, non ti incatena, non ti ferisce più come prima. Scopri che ogni passo della tua vita è teneramente amato, da un Amore che ci precede.
Don Giovanni Pauciullo

Signore Gesù, ho bisogno di Te!
III Domenica di Avvento
30.11.2025
«Il Vangelo oggi ci chiede la stessa libertà di Giovanni: lasciare che Cristo sia Cristo, e non l'idea che abbiamo voluto farci di Lui e che ci farebbe comodo. Quando permettiamo a Gesù Cristo di smontare le immagini false, succede qualcosa di sorprendente: la fede diventa relazione liberante con Dio e non dovere, la preghiera diventa incontro che mi trasfigura, non prestazione o peggio ancora schema abitudinario da assecondare per forza d'inerzia. La vita spirituale diventa un cammino di figli liberi, non di servi spaventati e intenti per paura a sotterrare il dono ricevuto.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 30 novembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,2-15)
«Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". Gesù rispose loro: "Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!". Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui quell'Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!»
Omelia di Don Giovanni
La prigione necessaria
Quella in cui vive Giovanni il Battista è la prigione delle attese infrante: quando il Signore non fa ciò che pensiamo debba fare. È lì che nasce il dubbio, e genera un pensiero controverso, quello che "spacca" le false immagini di Dio. Giovanni aveva predicato un Messia che separa, che "miete" e che giudica. Gesù invece guarisce, rialza, restituisce. Non elimina il male con la forza, ma con la mitezza umile e la misericordia. Questo episodio del Vangelo mette in luce un aspetto che dovremmo imparare a considerare, infatti, una delle esperienze più serie della vita spirituale è scoprire che, prima ancora di credere nel Dio di Gesù Cristo, crediamo in un Dio che ci siamo costruiti. Non per malafede, nemmeno per ignoranza. Semplicemente perché il nostro cuore ferito, desideroso, fragile, proietta su Dio ciò che teme, ciò che gli manca e ciò che ha imparato a desiderare. Come dice un autore spirituale "l'uomo non può non farsi un'immagine di Dio: il problema non è avere un'immagine, ma restare attaccati a quella sbagliata".
Le immagini ancestrali
In ognuno di noi abitano immagini arcaiche, quasi istintive:
- Un Dio giudice: severo, che misura, che pesa, che osserva dall'alto;
- Un Dio controllore: che pretende, che esige, che controlla sempre ogni cosa che ti ama solo se fai;
- Un Dio-ideale di perfezione: che non sopporta la tua lentezza, le fragilità, i tuoi limiti, i tuoi fallimenti;
- Un Dio-distanza: che non si sporca, non entra, non tocca;
- Un Dio-soccorso immediato: che dovrebbe intervenire come noi immaginiamo, quando noi vogliamo.
Queste immagini che ci troviamo dentro di Dio, non nascono dalla Rivelazione ma da paure in infantili, da un sistema di difesa, da ferite familiari, da fattori culturali: da ciò che abbiamo visto fare agli adulti, e che confondiamo con Dio. Sono immagini "ancestrali" che ci portiamo nel DNA spirituale, e che diventano come un filtro che deforma perfino, la Parola di Dio, fino a farcela diventare un peso anziché, una liberazione. Gesù non e venuto solo a rivelarci il vero volto di Dio, è venuto anche a demolire le false immagini che c'impediscono di incontrarlo davvero. Perché la verità è questa: noi non rifiutiamo Dio; rifiutiamo le immagini sbagliate di Dio.
Il Vangelo oggi ci chiede la stessa libertà di Giovanni: lasciare che Cristo sia Cristo, e non l'idea che abbiamo voluto farci di Lui e che ci farebbe comodo. Quando permettiamo a Gesù Cristo di smontare le immagini false, succede qualcosa di sorprendente: la fede diventa relazione liberante con Dio e non dovere, la preghiera diventa incontro che mi trasfigura, non prestazione o peggio ancora schema abitudinario da assecondare per forza d'inerzia. La vita spirituale diventa un cammino di figli liberi, non di servi spaventati e intenti per paura a sotterrare il dono ricevuto. Allora comprendiamo quanto è importante far crescere la nostra fede personale, "frequentando" personalmente le pagine del vangelo, approfondendo le parole del Vangelo, perché in quelle pagine troviamo il vero volto di Cristo e il vero volto del Padre che Egli ci ha rivelato. Come dice un autore spirituale "La vita spirituale non è à altro che lasciare che Dio ci liberi da tutte le idee sbagliate che abbiamo su di Lui, per farci entrare nella gioia di essere amati per davvero."
Tutti noi abbiamo immagini distorte di Dio. Non dobbiamo avere paura di scoprirle: sono il deserto in cui ascoltiamo la voce del vero Dio. Lasciamo che Cristo continui, come nel Vangelo di Giovanni, a liberarci da un Messia immaginarlo, per consegnarci il volto vero del Padre: un Dio che non pesa, non pretende, non schiaccia, ma guarisce, libera, e rialza. Solo quando le nostre immagini cadono, finalmente Lui può entrare.
Don Giovanni Pauciullo

Il Tuo Vero Volto, Padre,
liberi il nostro cuore!
II Domenica di Avvento
23.11.2025
«In questa Seconda Domenica di Avvento e il Vangelo ci parla di Giovanni Battista, testimone autorevole de11a spiritualità dell'attesa di Gesù salvatore. Giovanni, Colui che con "la voce", che è la voce della coscienza, invita a fare spazio a Cristo che viene. Ma non si può far spazio se quel vuoto, che è il vuoto che ci portiamo dentro, non trova un nome. Il nome dei nostri peccati non serve a umiliarci ma a portali alla luce, perché solo alla luce del perdono possono trovare guarigione.»
(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 22 novembre 2025)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-18)
«Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: "Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: "Abbiamo Abramo per padre!". Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco". Le folle lo interrogavano: "Che cosa dobbiamo fare?". Rispondeva loro: "Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto". Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: "Maestro, che cosa dobbiamo fare?". Ed egli disse loro: "Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato". Lo interrogavano anche alcuni soldati: "E noi, che cosa dobbiamo fare?". Rispose loro: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe". Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: "Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile". Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.»
Omelia di Don Giovanni
In questa Seconda Domenica di Avvento e il Vangelo ci parla di Giovanni Battista, testimone autorevole de11a spiritualità dell'attesa di Gesù salvatore. Le cose che contano nella vita non si improvvisano, ma si preparano. Giovanni, Colui che con "la voce", che è la voce della coscienza, invita a fare spazio a Cristo che viene. Ma non si può far spazio se quel vuoto, che è il vuoto che ci portiamo dentro, non trova un nome. Il nome dei nostri peccati non serve a umiliarci ma a portali alla luce, perché solo alla luce del perdono possono trovare guarigione. Non possiamo arrivare a nessun Natale se prima non diamo un nome ai nostri vuoti, alle nostre "valli" come le chiama il profeta, o ai nostri "monti", cioè a quelle punte d'orgoglio che non ci fanno andare oltre. Che cos'è, infatti, l'orgoglio se non rimanere "intestarditi", "fissati" su qualcosa che dovremmo lasciare andare, lasciar perdere: Fissazioni che alla fine ci ostacolano nel nostro cammino di Amicizia con Dio! Tutti avvertiamo vuoti che ci paralizzano dentro, che ci rendono confusi, incerti , incapaci di scelte solide. Giovanni il Battista viene come una voce capace di fare chiarezza in noi. In questo avvento ognuno dovrebbe imparare a fare pace con la propria autenticità e poi dire "Signore vieni!' Cari parrocchiani, l'Avvento è certamente un tempo privilegiato di conversione personale e comunitaria. Convertirsi non significa solo comportarsi bene, ma cercare di raddrizzare in noi tutto ciò che non ci fa scoprire il bene che Dio ha posto in noi e "tira fuori" da noi il peggio, il male. Per convertirci abbiamo bisogno di conoscerci meglio, chiamare per nome gli incidenti di percorso che hanno deviato il percorso del bene in noi, fare tutto il possibile per liberare il campo...non sempre ne abbiamo la forza e la capacità, per questo il Signore ci ha donato la Chiesa, ci ha donato un "circuito di relazioni" che sono messi e donati per noi, per aiutarci a ripristinare la strada interrotta e scollegata da Dio! Come possiamo arrivare a vivere quest'anno un Natale autentico se non prendiamo sul serio tutto ciò che ci separa da Dio? Questa è la grande lezione di Giovanni Battista.
Don Giovanni Pauciullo

Signore Gesù, donaci la forza di tagliare dalla nostra vita tutto ciò che ci separa da Te!
I Domenica di Avvento
16.11.2025
«L'Avvento Ambrosiano si apre con una pagina di Vangelo che non concede sconti: Gesù parla di crolli, smarrimenti, inganni, cieli sconvolti. Non è l'esordio rassicurante che ci aspetteremmo. […] E proprio dentro questa cronaca, Gesù inserisce il primo gesto del cammino d'Avvento: alzare lo sguardo. Quando tutto sembra cadere, Lui, il Signore Gesù ci chiede di non ripiegarci su noi stessi. […] la nostra vita è più fragile di quanto crediamo...più custodita di quanto riusciamo a vedere». È così: il Vangelo non ci mette paura, ci mette in verità. Stai connesso al Cielo con la forza della preghiera!»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 15 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 1-31)
"Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Egli disse loro: "Non vedete tutte queste cose? In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta". Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: "Di' a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo". Gesù rispose loro: "Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: "Io sono il Cristo", e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell'iniquità, si raffredderà l'amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine. Quando dunque vedrete presente nel luogo santo l'abominio della devastazione, di cui parlò il profeta Daniele - chi legge, comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere le cose di casa sua, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendere il suo mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano!
Pregate che la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall'inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessuno si salverebbe; ma, grazie agli eletti, quei giorni saranno abbreviati.
Allora, se qualcuno vi dirà: "Ecco, il Cristo è qui", oppure: "È là", non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto.
Se dunque vi diranno: "Ecco, è nel deserto", non andateci; "Ecco, è in casa", non credeteci. Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi.
Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli."
Omelia di Don Giovanni
«Alzare lo sguardo mentre tutto sembra cadere»
L'Avvento Ambrosiano si apre con una pagina di Vangelo che non concede sconti: Gesù parla di crolli, smarrimenti, inganni, cieli sconvolti. Non è l'esordio rassicurante che ci aspetteremmo. Eppure è così che il Vangelo avvia il suo "tempo nuovo": non con favole consolatorie, ma con la verità dei fatti, entrare con coraggio dentro la realtà. E proprio dentro questa cronaca, Gesù inserisce il primo gesto del cammino d'Avvento: alzare lo sguardo. Quando tutto sembra cadere, Lui, il Signore Gesù ci chiede di non ripiegarci su noi stessi. Questa pagina di Vangelo porta con sé la bellezza di questa rivelazione: la nostra vita è più fragile di quanto crediamo … e più custodita di quanto riusciamo a vedere». È così: il Vangelo non ci mette paura, ci mette in verità. Stai connesso al Cielo con la forza della preghiera!
Il tempio che crolla
I discepoli si vantano delle belle pietre del tempio, sono orgogliosi, sono fieri del tempio di Gerusalemme. Gesù, invece, li prepara al suo crollo. Ogni Avvento ci ricorda la stessa cosa: anche ciò che ci sembra definitivo può finire. Non per distruggere la speranza, ma per liberarla da ciò che non è Dio. Sant'Agostino lo dice con grande chiarezza «Non c'è sicurezza nelle cose che passano; cerca Colui che non passa.» L'Avvento comincia così: tornando a cercare l'Essenziale. Fondare la propria vita sul mistero di Dio, fondare la propria casa sulla Parola di Dio, la propria vita sulla roccia che è Cristo! Sia Gesù Cristo il fondamento di ogni nostra autentica speranza.
Il tempo dell'inganno: L'inganno di cui parla Gesù in Mt 24 non è qualcosa di spettacolare è molto più quotidiano, subdolo, quasi invisibile. Per questo oggi anche molti cristiani – persone sinceramente credenti – possono lasciarsi ingannare. E non perché sono attraversati da cattive intenzioni o superficialità, ma perché vivono, come tutti noi, immersi in un clima culturale che indebolisce la capacità di discernere.
- Gesù parla di falsi messia, di voci che illudono.
- Quante notizie confezionate per manipolare, confondere, disorientare.
- Tante promesse di salvezze immediate, che poi lasciano il vuoto.
- Attenzione alle scorciatoie spirituali: prendo del Vangelo solo quelle pagine che funzionano, che mi gratificano e metto da parte quelle pagine evangeliche che sono esigenti, che non vanno di moda, che sono contro mano rispetto alla omologazione culturale in atto nelle nostre società.
- La fede viene ridotta a un sentimento, a un benessere personale, a un insieme di pratiche che "fanno star bene", ma non mi liberano davvero da me stesso, dalle mie idolatrie.
- L'illusione di poter seguire Cristo senza una Chiesa, senza una comunità, senza un'autorità spirituale, senza sacramenti, senza fraternità… Quando si pensa di poter vivere la fede da soli, ci si espone a tutti gli inganni di questo fraintendimento.
- Il Vangelo non ci addormenta, ci sveglia. Non ci avvolge nel tepore, ci restituisce al vero desiderio del cuore.
- Don Giussani, con il suo sguardo profondo di educatore, ci ricordava che: «Il vero nemico della fede non è il dubbio, ma la distrazione.» Distrazione = dis-trahere = essere tirati via, strappati dal centro. Distrazione: cioè vivere inseguendo ciò che non salva. Per questo Gesù avverte: «Badate che nessuno vi inganni». L'Avvento è un tempo che chiama al raccoglimento profondo, al discernimento, al silenzio, alla vigilanza.
Sant'Agostino diceva «Ama la verità che ti corregge, non la lusinga che ti inganna.» Oggi lusinga e inganno sono dappertutto, proprio perché parlano la nostra lingua e accarezzano le nostre paure. Cristo viene per liberarci da noi stessi, dalle nostre paure, dagli idoli e al male che ci opprime …Maranathà , vieni Signore Gesù!
Don Giovanni Pauciullo

«Non c'è sicurezza nelle cose che passano; cerca Colui che non passa»
(Sant'Agostino di Ippona)
Solennità di Cristo Re dell'Universo
9.11.2025
"La Liturgia di questa Domenica, ci fa considerare il Mistero di Cristo Re. Con la solennità di questa Domenica si chiude l'anno liturgico. Il Vangelo che la nostra liturgia ambrosiana ci consegna nella solennità di Cristo Re ce lo mostra così: un Re che si presenta nascosto. Nascosto nei volti che non avremmo guardato due volte."
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 9 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46)
"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna".
Omelia di Don Giovanni
La liturgia di questa Domenica, ci fa considerare il Mistero di Cristo Re. Con la solennità di questa Domenica si chiude l'anno liturgico. Si tratta di un tempo nel quale non siamo noi, o le vicende di questo mondo, a decidere le scadenze e a segnare i ritmi e gli obiettivi, come sempre accade. Nel tempo liturgico siamo noi ad essere guidati: veniamo, infatti, come sottratti alla normalità delle nostre abitudini e delle nostre preoccupazioni per essere inseriti in un altro ritmo temporale: quello di Gesù. Il Vangelo che la nostra Liturgia Ambrosiana ci consegna nella solennità di Cristo Re ce lo mostra così: un Re che si presenta nascosto. Nascosto nei volti che non avremmo guardato due volte.
"Avevo fame… avevo sete… ero straniero, nudo, malato, in carcere…"
Quante volte, forse, abbiamo immaginato Dio come Colui che si vede "in alto", nel grande, nel perfetto, in chi è rilevante, importante. E invece Gesù si lascia trovare nel piccolo, nell'ultimo, nel fragile. Come dice un autore spirituale "È in basso che Dio ci aspetta. È nell'umiltà che la sua gloria si rivela."
Il giudizio finale non sarà un esame sulle idee, sulle teorie, sulle preghiere dette bene. Sarà un riconoscimento d'amore. Cristo non chiede gesti eroici, straordinari ma un cuore che sa fare posto e comprendere il dolore, la fatica, il fallimento, lo svantaggio dell'altro…Uno sguardo che si ferma, una mano che si apre, un cuore che non si ritrae.
Ci colpisce che i giusti non sapevano di averlo incontrato: "Signore, quando ti abbiamo visto?" È il segno che il bene vero non calcola, non si vanta, non si accorge di sé stesso. Nasce spontaneo da un cuore abitato da Dio. Oggi, allora, davanti a Cristo Re, potremmo chiedere una sola grazia: non passare oltre. Non fuggire le situazioni che ci mettono a contatto con la fragilità altrui. Perché è lì che Lui ci aspetta. Non nella lontananza, ma nella prossimità.
"L'avete fatto a me."
Questa parola è al tempo stesso promessa e ferita:
- promessa, perché significa che ogni amore è eterno; nulla è perduto;
- ferita, perché ci ricorda quante volte siamo rimasti chiusi, distratti, indifferenti.
Ma
Cristo Re non ci giudica per schiacciarci.
Ci giudica per
rivelarci chi siamo e chi possiamo diventare.
Allora
chiediamo oggi un cuore capace di riconoscere il Re:
nelle case, nelle strade, nella persona che ci chiede tempo, o ascolto, o
semplicemente dignità.
Lui
è già lì.
Ci precede.
Ci aspetta.
Che questa festa ci aiuti a non cercare Cristo lontano, ma a servirlo vicino, nel volto concreto dei più piccoli.
Don Giovanni Pauciullo

Non passare oltre la sofferenza. Perché è lì che Cristo ti aspetta!
Commemorazione di tutti i fedeli defunti
2.11.2025
«Oggi il Vangelo ci riporta dolcemente al cuore stesso della promessa di Gesù: «Chiunque venga a me, io non lo respingerò». Queste parole, che risuonano nella commemorazione dei nostri defunti, aprono uno spazio di fiducia e di tenerezza. Perché se è vero che la morte ci toglie ciò che amiamo, è ancora più vero che Cristo custodisce tutto ciò che gli abbiamo affidato».
(Tratto dall'omelia di don Giovanni Pauciullo del 2 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 37-40)
"Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno".
Omelia di Don Giovanni
Oggi il Vangelo ci riporta con delicatezza nel cuore stesso della Promessa di Gesù: "Chi viene a me, non lo respingerò". Queste parole, che risuonano nella commemorazione dei nostri defunti, ci aprono uno spazio di fiducia e tenerezza. Perché se è vero che la morte ci strappa ciò che amiamo, è ancor più vero che Cristo custodisce tutto ciò che abbiamo consegnato a Lui. Gesù non respinge nessuno. Non respinge la nostra fatica, la nostra nostalgia, il nostro pianto per chi non è più accanto a noi. Il suo cuore è la soglia aperta in cui il Padre accoglie ogni vita, anche quella che ci sembra spezzata, incompiuta, perduta. E allora oggi non celebriamo l' assenza, ma la comunione. Non ricordiamo soltanto i nostri cari, ma riconosciamo che essi vivono già immersi nella fedeltà del Padre, quella fedeltà che non sì arrende alla morte. Gesù ci dice che la volontà del Padre è «che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato;». Ecco la nostra consolazione: nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto. Nel suo sguardo, ogni lacrima è raccolta, ogni storia è custodita, ogni persona è chiamata per nome. Nel cammino del lutto, questa parola di Gesù diventa un respiro: ci invita a credere che la vita non finisce, ma si trasforma; che l'amore non muore, ma passa oltre; che la morte non è l'ultima parola, perché l'ultima parola - da sempre - è Risurrezione. La morte è tale solo se porta con sé la parola fine! Se la morte non ha più in sé la parola fine allora essa non è morte, è Pasqua, forza di vita nuova, ritorno alla casa del Padre. La Parola Pasqua significa passaggio. La morte grazie a Cristo non è più morte ma è per sempre Pasqua, passaggio ad una vita nuova in Dio!
Don Giovanni Pauciullo

Cristo è fedeltà di Amore
Festa di Ognissanti
1.11.2025
"Oggi la Chiesa ci invita a guardare una folla. Non quella che riempie le piazze o i social, ma una folla luminosa, quella dei santi. Non persone perfette, ma gente attraversata da Dio, uomini e donne che hanno lasciato che il Vangelo diventasse carne nella loro vita."
(Tratta dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 1 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)
"Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi."
Omelia di Don Giovanni
Oggi la Chiesa ci invita a guardare una folla. Non quella che riempie le piazze o i social, ma una folla luminosa, quella dei santi. Non persone perfette, ma gente attraversata da Dio, uomini e donne che hanno lasciato che il Vangelo diventasse carne nella loro vita. Le Beatitudini, lette in filigrana, ci mostrano il volto stesso di Gesù: ogni parola ne rivela un tratto, e seguendole con amore impariamo a vivere come Lui, fino a lasciar trasparire in noi la sua stessa vita.
"Beati i poveri in spirito":
Non chi non ha nulla, ma chi non possiede se stesso, chi non si aggrappa alle proprie sicurezze diventandone schiavi .. i poveri in spirito, sono coloro che con la piccolezza e l'umiltà del cuore sanno fare spazio a Dio, lasciando che la sua presenza e la sua Parola diventino la vera ricchezza della vita.
"Beati quelli che piangono":
Non perché soffrire sia bello, ma perché chi piange non è indifferente. Il cuore dei santi è vulnerabile, non è indifferente al dolore degli altri, non è anestetizzato dall'indifferenza. Le lacrime, nella Scrittura, sono il linguaggio dell'Amore. I santi sono coloro che non rinunciano ad amare nonostante il dolore e la sofferenza .
"Beati i Misericordiosi":
Sono quelli che, avendo sperimentato la fragilità e il perdono di Dio, non alzano muri ma tendono le mani; persone che scelgono di guardare l'altro non con il giudizio, ma con la compassione di chi sa che ogni cuore, prima di essere corretto, ha bisogno di essere accolto.
"Beati i miti":
In un mondo che urla, la mitezza sa tacere e custodire. Non reagisce guidato dall'istinto della rabbia, della rivalsa, dell'aggressività, ma agisce con la certezza che la forza vera è la mitezza di Cristo.
"Beati i puri di cuore":
Sono coloro che hanno un solo centro, un cuore non diviso. Un cuore chiaro, trasparente, pieno di rettitudine. Chi cammina sulla via della santità ha smesso di vivere per cose superficiali e ha scelto l'Unico necessario.
La santità, allora, non è un traguardo lontano: è una direzione di viaggio, quella che ogni discepolo può prendere ogni giorno. Oggi celebriamo tutti i santi, anche quelli che nessuno conosce. Forse ne abbiamo accanto qualcuno, invisibile ma reale: una madre paziente, un collega onesto, un giovane che lotta per restare pulito, un prete che ogni giorno dona la vita per annunciare Cristo nonostante un mondo indifferente a Dio. Sono loro la prova che le Beatitudini funzionano, che Dio è fedele. Essere santi non significa non cadere mai, ma non smettere di lasciarsi rialzare. Non si tratta dì fare cose straordinarie, ma di lasciarsi trasformare dalla straordinaria tenerezza di Dio. Oggi, davanti a questa folla di volti luminosi, possiamo solo dire: "Signore, rendici beati come loro. Fa che la nostra vita diventi la tua Beatitudine incarnata nel mondo."
Don Giovanni Pauciullo

