Storia della Carità nella Chiesa antica

18.01.2026

COLLABORAZIONE TRA CHIESE ANTICHE 

Era ben nota trai primi cristiani la generosità della comunità della Chiesa romana verso le comunità meno fortunate. San Dionigi di Corinto scrisse a Sotero (Dodicesimo Vescovo di Roma, fu papa tra il 166-174 d.C., venerato come santo): «Avete il costume e la tradizione ininterrotta dall'inizio stesso del cristianesimo di soccorrere con ogni genere di aiuto i fratelli e di offrire ogni genere di aiuto alle innumerevoli Chiese sparse in ogni città quando si trovano nel bisogno. In questo modo alleviate la povertà di moltissimi e provvedete il necessario ai fratelli condannati al lavoro nelle miniere. Così, romani, fin dall'inizio, custodite il costume e le istituzioni dei vostri antenati romani, rappresentando la provvidenza di tutti i bisognosi. E questo costume, il vostro felice Vescovo Sotero, non solo lo custodisce, ma lo ha anche ampliato, offrendo con abbondanza risorse ai santi e soccorrendo inoltre quelli che giungono da lontano, senza cessare allo stesso tempo, come padre affettuoso, di consolarli con sante esortazioni». (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica V, 23,10.)

Cento anni più tardi, Dionisio di Alessandria, racconta come Roma facesse giungere regolarmente aiuti alle Chiese di Arabia e di Siria, mentre in Cappadocia, al tempo di Basilio, non avevano dimenticato che sotto il Vescovo Dionisio (259-269, presbitero della Chiesa romana e venticinquesimo papa della Chiesa cattolica, venerato come santo) la Chiesa di Roma con generosità aveva inviato loro del denaro per riscattare i prigionieri cristiani dai loro padroni gentili. A Roma si trovavano, naturalmente, molte famiglie ricche, ma ancora oggi emoziona lo spirito di coesione e di fraternità che dominava in quella comunità cristiana molto attenta ai bisogni della altre comunità. Nel corso dei secoli, la carità si è sviluppata e trasmessa nella Chiesa, in un triplice modo: annunciando la Parola, che racconta l'amore di Dio per i suoi figli; nella celebrazione dei sacramenti, in occasioni dei quali questo amore si diffonde nei cuori dei fedeli; nell'esercizio della carità, per mezzo del quale l'amore di Dio crea comunione e amorevolezza con il prossimo. La prima forma di carità e di prossimità nelle Chiese antiche si dirigeva nei confronti dei cristiani e delle altre comunità cristiane. Quando parliamo di prossimo nei primi secoli della Chiesa si parla delle persone indigenti appartenenti alla propria comunità cristiana o alle diverse comunità sparse per il mondo. Tutti sono considerati egualmente prossimi, fratelli, figli di Dio. 

La storia della Chiesa attesta che questo è il motivo per cui alcuni vescovi si preoccupavano per i problemi interni di altre comunità cristiane, portavano il loro consiglio, si interessavano con grande rispetto e molto spesso offrivano consigli e portavano loro mezzi concreti per risolvere i problemi presenti. Non per nulla durante le Eucarestie di ciascuna Diocesi si leggevano i nomi dei vescovi con cui si trovano in comunione, manifestando i loro buoni rapporti e la disponibilità fraterna alla collaborazione. La Chiesa fin dall'antichità teneva in grande considerazione il rapporto di comunione con le altre Diocesi e manteneva il legame con queste Chiese grazie ai rapporti personali e le occasioni di frequente collaborazione e di mutuo soccorso nei momenti difficili. Come dice Juan Maira Laboa professore universitario di Storia della Chiesa a Madrid «possiamo affermare che la Chiesa cristiana il cristianesimo, ha permanentemente manifestato tre tratti che ne demarcano l'essenza costitutiva: il suo essere comunitaria, il suo essere samaritana, e la sua universalità

La Chiesa di Roma fu fin dal primo momento il centro di comunione delle Chiese, non solo perché Pietro era stato là e là si trovava la sua tomba, ma anche per gli aiuti generosi alle Chiese che si trovavano in difficoltà, guadagnandosi così la fama e la gratitudine delle Chiese più deboli e sfavorite. Non fu l'unica, né la prima comunità a preoccuparsi per la situazione di quelli che considerava fratelli; troviamo molti esempi di aiuto e collaborazione tra Chiese sorelle, tra Chiese benestanti e comunità ecclesiali in difficoltà.» (Juan Maira Laboa, Storia della Carità, Jaka book, 2012, pag. 62) Queste comunità cristiane primitive appaiono come una unione di "laboratori di solidarietà" che mettono in comune il frutto delle loro fatiche per aiutare i fratelli più poveri. In effetti ricordiamo come San Paolo organizzò collette che mettevano in evidenza la solidarietà dei cristiani nelle varie Chiese. In questo senso, conosciamo la preoccupazione dell'Apostolo di spingere i battezzati delle diverse comunità che aveva fondato a essere generosi con i cristiani di Gerusalemme che si trovavano in una situazione difficile. Questa colletta e il viaggio da una Chiesa all'altra, che intraprese con 7 accompagnatori, che lo avevano aiutato nella sua richiesta, dimostrano il suo interesse a mantenere, anche in situazioni complesse, un rapporto continuo delle comunità della gentilità come la Chiesa Madre, ma soprattutto la solidarietà evangelica con quanti credevano in Cristo. 

Nei casi di catastrofe, di carestie, di pestilenza, tanto frequenti in questi tempi, la carità dei cristiani non aveva limiti. Quando i barbari nomadi devastarono la Numidia e catturarono numerosi cristiani (253), Cipriano di Cartagine, la cui Chiesa non era molto numerosa, raccolse 100.000 sestersi per le vittime (Epistola 62). Agì allo stesso modo alle epidemie di peste a Cartagine, Alessandria ed in altri luoghi. A causa della sconfitta di Adrianopoli (378 d.C.) si moltiplicarono le rovine, le devastazioni e i lutti di ogni genere, ma, soprattutto, fu enorme il numero di prigionieri caduti in mano ai Goti. Sant'Ambrogio di Milano, volle intervenire, ma in seguito al rifiuto di alcuni collaboratori e dei suoi fedeli decise di trasformare in lingotti d'oro gli strumenti liturgici di questo metallo, che non erano ancora stati usati nelle celebrazioni, e riscattò con essi numerosi prigionieri. Da parte sua, San Basilio, costruì in Cesarea di Cappadocia tutto un complesso di ricoveri che formavano una sorta di città con il nome di Basiliade, con padiglioni per i malati, i forestieri, le famiglie cadute in rovina e povertà e gli orfani. Con delle abitazioni per i medici e gli infermieri, alloggi per i visitatori, scuole e officine. Quando nel 455 d.C. Genserico occupò Roma, saccheggiandola e deportando in Africa numerosi cittadini, il Vescovo Deogratias di Cartagine adattò a rifugio le basiliche di Fausto e Novarum ed accolse senza esitazioni in esse tutti i deportati che poté, offrendo loro il necessario occupandosene girono e notte per ogni tipo di necessità.

Don Giovanni Pauciullo