OMELIE DEL TEMPO DEL SANTO NATALE E DOPO L'EPIFANIA

V giorno dell'Ottava del Natale del Signore

"In questo brano Matteo ci mostra ancora una volta la logica discreta di Dio, che non si impone mai attraverso vie spettacolari, ma guida la storia attraverso cose piccole, piccoli passi: sogni, intuizioni, piccoli spostamenti. Giuseppe ascolta e si muove. Non discute, non tergiversa, non cerca garanzie, non pretende di capire tutto. Accoglie la Parola e la traduce in passi [...]."

(Tratto dall' Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 29 dicembre 2025) 

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2,19-23)

"In quel tempo. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»"

Omelia di Don Giovanni 

In questo brano Matteo ci mostra ancora una volta la logica discreta di Dio, che non si impone mai attraverso vie spettacolari, ma guida la storia attraverso cose piccole, piccoli passi: sogni, intuizioni, piccoli spostamenti. Giuseppe ascolta e si muove. Non discute, non tergiversa, non cerca garanzie, non pretende di capire tutto. Accoglie la Parola e la traduce in passi, anche quando quei passi lo portano da un luogo straniero come l' Egitto a una Nazaret sconosciuta e periferica.

C'è un tratto sorprendente in questa pagina: la vita di Gesù - la vita stessa di Dio fatto uomo - non avanza su strade diritte, ma attraverso deviazioni, ritorni, strade impervie e complicate. È come se il Vangelo ci dicesse che la volontà di Dio non è un percorso rigido, ma un' alleanza che cammina dentro la realtà, con le sue ombre e i suoi rischi. Per questo Giuseppe è figura del credente autentico: non cerca il posto migliore, cerca il posto giusto per custodire ciò che gli è stato affidato. Forse oggi questo Vangelo ci chiede di fare lo stesso movimento: lasciare che Dio ci riporti là dove la nostra vita può crescere, anche se il luogo non è quello che avevamo immaginato. Accettare che la strada sia umile, addirittura, come Nazaret. Perché la salvezza non nasce nelle città dove tutto è già definito, ma negli spazi dove siamo disposti a ricominciare.

E allora chiediamo la grazia di un cuore come quello di Giuseppe: non veloce, ma disponibile; non brillante, ma fedele. Un cuore che non pretende di capire tutto, ma che non perde nessuna occasione per custodire il Dio che ci viene incontro.

Don Giovanni Pauciullo

Lascia che Dio ti riporti dove la vita può rifiorire

II Feria dopo l'Epifania

«Come ricorda Sant'Agostino rileggendo questa pagina di Matteo: "Le vergini prudenti avevano l'olio con se: l'olio è la carità. Senza la carità, anche se si conserva la verginità del corpo, si resta fuori". (S. Agostino) Nel linguaggio di sant'Agostino, l'olio della parabola non è qualcosa che si vede subito: è la carità custodita nel cuore, quella realtà interiore che dà peso e verità a ogni gesto esteriore. L'olio brucia in silenzio, non fa rumore, ma senza di esso la lampada resta solo una forma vuota. […]» 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo dell' 8 gennaio 2026)

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

«In quel tempo. Il Signore Gesù disse: "Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!". Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". Le sagge risposero: "No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene". Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità io vi dico: non vi conosco". Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora".»

Omelia di Don Giovanni

Come ricorda Sant'Agostino rileggendo questa pagina di Matteo: "Le vergini prudenti avevano l'olio con se: l'olio è la carità. Senza la carità, anche se si conserva la verginità del corpo, si resta fuori". (S. Agostino)

Nel linguaggio di sant'Agostino, l'olio della parabola non è qualcosa che si vede subito: è la carità custodita nel cuore, quella realtà interiore che dà peso e verità a ogni gesto esteriore. L'olio brucia in silenzio, non fa rumore, ma senza di esso la lampada resta solo una forma vuota. Cosi è la vita cristiana: può avere riti, parole, persino buone opere, ma se manca l'amore tutto resta spento.

La carità, per Agostino, non è un sentimento passeggero nè soltanto uno slancio emotivo. È un amore coltivato nel tempo, attraverso scelte ordinate, concrete e spesso nascoste: il perdono dato quando non conviene, la pazienza quando l'altro non cambia, la fedeltà al bene anche quando non è riconosciuto. Sostare nel dialogo con Dio, con la Sua Presenza, la Sua Parola.  È  un amore che cresce nel segreto dell'interiorità, dove nessuno può sostituirci.

Per questo l'olio non si può prestare. Nessuno può amare al nostro posto, nessuno può vivere la relazione con Dio per noi. Possiamo ricevere aiuto, esempi, parole luminose, ma l'intimità del cuore a una responsabilità personale. Come direbbe Agostino, Dio a più intimo a noi di noi stessi, e proprio lì chiede di essere accolto.

Custodire l'olio significa allora imparare a rientrare in se stessi, a non vivere solo in superficie. Significa dare spazio alla Parola, lasciare che ci ferisca e ci consoli, riconoscere le nostre povertà senza maschere. È nell' umiltà di chi accetta di essere incompiuto che la carità prende forma.

Quando arriva la notte, quella delle prove, delle attese lunghe, del silenzio di Dio, l'olio della carità non elimina il buio, ma lo rende abitabile. È l'amore che permette di restare, di non scappare, di attendere ancora. E quando finalmente si ode il grido: «Ecco lo sposo!», non si entra perché si e stati perfetti, ma perché si a imparato ad amare.

Don Giovanni Pauciullo

Aiutaci a nutrire in noi, Signore Gesù, l'olio prezioso della Carità! 

III Feria dopo l'Epifania

«Giovanni Battista pronuncia una delle frasi più libere del Vangelo: "L'amico dello sposo gioisce alla voce dello sposo". La sua felicità non nasce dal proprio successo personale, ma dal vedere che la vita degli altri finalmente incontra la sua pienezza. Giovanni ci insegna che la gioia più grande non è essere indispensabili, ma essere trasparenza della Luce di Dio ; non possedere, ma accompagnare […]» 

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 9 gennaio 2026) 

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 28-29)

«In quel tempo. Giovanni rispose: "Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui". Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena".»

Omelia di Don Giovanni

Giovanni Battista pronuncia una delle frasi più libere del Vangelo: «L'amico dello sposo gioisce alla voce dello sposo». La sua felicità non nasce dal proprio successo personale, ma dal vedere che la vita degli altri finalmente incontra la sua pienezza. Giovanni ci insegna che la gioia più grande non è essere indispensabili, ma essere trasparenza della Luce di Dio; non possedere, ma accompagnare. In un tempo che ci spinge a dimostrare, a emergere, a contare, il Battista ci mostra una strada diversa: quella di chi si fa da parte senza sparire, di chi resta presente senza occupare tutto lo spazio. È una gioia umile, ma piena, perché nasce dall'amore e non dall'ego.

Sant'Agostino commenta così questa libertà interiore di Giovanni: «Giovanni è la voce, Cristo è la Parola: la voce passa, la Parola rimane.»

Quando accettiamo di essere voce e non parola, strumenti e non fine, allora la gioia è vera. Perché non dipende da noi, ma dalla presenza dello Sposo che finalmente può farsi ascoltare. Rallegrarsi per il bene che riconosciamo nell'altro è uno degli atteggiamenti spirituali più maturi e più difficili. È facile gioire del bene quando ci coinvolge direttamente; molto più esigente è riconoscere che Dio opera anche — e talvolta soprattutto — attraverso scelte, cammini e successi che non sono i nostri.

Giovanni Battista, che gioisce alla voce dello sposo, ci mostra che la vera gioia nasce quando smettiamo di misurarci nello stile della competizione e iniziamo a contemplare l'opera di Dio negli altri. Gioire del bene dell'altro significa accettare che la vita non ruota attorno a noi. È riconoscere che il bene non è una risorsa limitata da difendere, ma un dono che cresce proprio quando viene condiviso. Chi vive così non si sente sminuito dalla luce altrui, perché sa che la propria identità non dipende dal confronto, ma dalla relazione con Dio.

In questa libertà interiore possiamo finalmente diventare strumenti, non protagonisti; canali attraverso cui passa la grazia, senza bisogno di trattenerla.

Don Giovanni Pauciullo

Sia Cristo la Parola che dà forma alla nostra vita!