OMELIE DELLA II DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Lunedì della settimana della II Domenica dopo l'Epifania

«"Gesù si ritirò presso il mare con i suoi discepoli" (Mc 3,7). Il primo movimento è sorprendente: Gesù si ritira. Non fugge, ma prende distanza. Il mare, nella Bibbia, è il luogo dell'origine e del caos, della vita e della paura. Gesù si colloca lì, in uno spazio aperto, dove non c'è controllo. È come se il Vangelo ci dicesse che, prima di ogni gesto potente, c'è un bisogno di silenzio, di verità, di spazio interiore. Gesù non si lascia definire dall'urgenza delle richieste. Si ritira per restare fedele a se stesso e al Padre.[...]»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 19 gennaio 2026)  

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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 3, 7-12) 

«In quel tempo. Il Signore Gesù con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall'Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: "Tu sei il Figlio di Dio!". Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.»

Omelia di Don Giovanni

"Gesù si ritirò presso il mare con i suoi discepoli" (Mc 3,7)

Il primo movimento è sorprendente: Gesù si ritira. Non fugge, ma prende distanza. Il mare, nella Bibbia, è il luogo dell'origine e del caos, della vita e della paura. Gesù si colloca lì, in uno spazio aperto, dove non c'è controllo. È come se il Vangelo ci dicesse che, prima di ogni gesto potente, c'è un bisogno di silenzio, di verità, di spazio interiore. Gesù non si lascia definire dall'urgenza delle richieste. Si ritira per restare fedele a se stesso e al Padre. Anche noi spesso siamo circondati da aspettative, bisogni, domande — nostre , degli altri, del contesto che ci circonda. Ma senza momenti di "ritiro", rischiamo di vivere una vita reattiva, non scelta. Il Vangelo ci invita a chiederci: da dove nascono le nostre decisioni? Dal rumore o dall'ascolto?

"Tutti quelli che avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo" (Mc 3,10)

Qui tocchiamo il cuore della pagina. La folla non parla, si getta. È il linguaggio del desiderio ferito. Non ci sono parole, solo corpi che cercano contatto, prossimità, salvezza. C'è qualcosa di profondamente vero in questa scena: quando soffriamo, non ci bastano spiegazioni, abbiamo bisogno di essere toccati. Gesù non si scandalizza di questo desiderio confuso, a volte quasi violento. Lo accoglie. Ma attenzione: la folla cerca Gesù per quello che può dare, non per quello che è. E questo ci riguarda da vicino. Anche la nostra preghiera, a volte, è un "gettarsi addosso" a Dio, più che un incontro con Lui. Il Vangelo non condanna questo desiderio, ma lo educa lentamente, perché impari a diventare relazione e non solo bisogno.

"Gesù imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse" (Mc 3,12)

Vediamo che i demòni sanno chi è Gesù. Ma Gesù li fa tacere. Perché si può dire la verità su Dio… senza conoscerlo davvero. Si può pronunciare il suo nome senza entrare nel suo mistero. Gesù non vuole essere riconosciuto per il potere, per la forza che sprigiona dai suoi miracoli, ma per l'amore. Non per ciò che fa, ma per ciò che dona: la vita, quella vera. E questo si comprende solo restando con Lui, non gridandolo. Qui il Vangelo ci smaschera con dolcezza: anche noi possiamo parlare di Dio senza conoscerlo davvero. Possiamo pronunciare il suo nome senza aver attraversato il cammino della fiducia, della conversione, della sequela. Il cuore di questo Vangelo è questo: Gesù accoglie il nostro desiderio, ma non si lascia imprigionare dalle nostre proiezioni. Ci guarisce, sì, ma soprattutto ci invita a conoscerlo in profondità, non per ciò che ci serve, ma per ciò che ci salva. Sant'Agostino ci ricorda:

"Tu eri dentro di me, e io ero fuori; e fuori di me ti cercavo." (Confessioni, X, 27)

La folla cerca Gesù fuori, nel contatto, nel miracolo. Ma il cammino della fede è scoprire che Colui che cerchiamo è già all'opera nel nostro cuore, più in profondità del nostro bisogno.

Don Giovanni Pauciullo 

Possa la nostra vita restare fedele all'Amore del Padre!

Giovedì della settimana della II Domenica dopo l'Epifania

«Gesù comincia da un gesto semplice, quasi banale qualcuno esce. II Vangelo nasce sempre da un movimento. Dio non resta chiuso in sé, ma esce, si espone, rischia, ci viene incontro. Del resto la Parola delle Scritture nasce dal desiderio di Dio di venirci incontro, di raggiungerci dentro la nostra vita. Il seminatore non controlla il terreno prima di seminare: getta il seme con una fiducia disarmante.»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 22 gennaio 2026) 

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Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4, 1-20)

«In quel tempo. Il Signore Gesù cominciò a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: "Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno". E diceva: "Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!". Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: "A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato". E disse loro: "Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l'ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l'accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l'accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno"».  

Omelia di Don Giovanni 

Gesù comincia da un gesto semplice, quasi banale qualcuno esce. II Vangelo nasce sempre da un movimento. Dio non resta chiuso in sé, ma esce, si espone, rischia, ci viene incontro. Del resto la Parola delle Scritture nasce dal desiderio di Dio di venirci incontro, di raggiungerci dentro la nostra vita. Il seminatore non controlla il terreno prima di seminare: getta il seme con una fiducia disarmante. Qui sta già una prima provocazione per la nostra vita: crediamo davvero che la Parola possa davvero raggiungerci cosi come siamo, senza condizioni preventive? O pretendiamo di sistemarci prima, di "meritarla"? «Ascoltate» (Mc 4,3) È il primo imperativo del Vangelo di Marco. Prima ancora di fare, capire, cambiare: ascoltare. Ma ascoltare, nella Bibbia, non è un gesto passivo. È lasciare che qualcosa entri e ci metta in discussione. L'ascolto vero ci espone, ci rende vulnerabili. Per questo spesso preferiamo il rumore, le distrazioni, le parole che confermano ciò che già pensiamo. Ascoltare il Vangelo significa accettare di non essere impermeabili, di lasciare che questa parola ci provochi.

«Una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la mangiarono» (Mc 4,4) Il fallimento entra subito in scena. Non alla fine, ma all'inizio. Gesù non idealizza la vita spirituale. Sa che molta Parola scivola via, calpestata, rubata, persa. La strada è il cuore indurito dall'abitudine, dalla fretta, dalle ferite non curate. Non nasce dalla cattiveria: è stanchezza, è difesa. Eppure il seminatore continua a seminare anche lì. Come se Dio accettasse di parlare anche quando sa che non verrà accolto.

Il centro della pagina evangelica

ll centro non è il terreno, né il risultato. Il centro è la generosità sproporzionata di Dio, che semina comunque. La questione decisiva non è: che tipo di terreno sono? ma: mi lascio ancora raggiungere da una Parola che viene da fuori, che non controllo? Sant'Agostino lo esprime con una frase che illumina questa parabola dall'interno:

«Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» (Confessioni 1,1).

Il seme cade anche sulla strada perché l'inquietudine è già un varco, una crepa possibile. Dio non aspetta il terreno perfetto: semina per creare spazio, per aprire attesa, per risvegliare il desiderio del bene, che è già desiderio di Lui. Alla fine, questa parabola non ci chiede di essere buoni terreni, ma di non smettere di desiderare. Perché dove il desiderio resta vivo, anche un cuore calpestato può tornare ad ascoltare e rinascere. 

Don Giovanni Pauciullo 

«Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» 

(Confessioni 1,1).

Venerdì della settimana della II Domenica dopo l'Epifania

«"Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? Non viene invece per essere messa sul candelabro?" (Mc 4,21). Qui Gesù non sta parlando di cose da fare, ma di ciò che siamo. La lampada non "fa" luce: è luce. E ciascuno di noi, nel Regno di Dio, è chiamato a risplendere. Non per mettersi al centro, ma per amare in modo autentico. Risplendere non è ostentazione: è vivere senza paura il dono che si è.[...]»

(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 23 gennaio 2026) 

Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4, 10b. 21-23) 

«In quel tempo. Il Signore Gesù diceva a quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici: "Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!".»

Omelia di Don Giovanni 

Il Vangelo di oggi nasce in un momento raccolto. Gesù non parla alle folle, ma ai discepoli. È come quando, nella vita spirituale, smettiamo di ascoltare parole generiche e sentiamo che una Parola ci riguarda personalmente.

«Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? Non viene invece per essere messa sul candelabro?» (Mc 4,21).

Qui Gesù non sta parlando di cose da fare, ma di ciò che siamo. La lampada non "fa" luce: è luce. E ciascuno di noi, nel Regno di Dio, è chiamato a risplendere. Non per mettersi al centro, ma per amare in modo autentico. Risplendere non è ostentazione: è vivere senza paura il dono che si è.

Quante volte, nella vita spirituale, impariamo presto a coprire la luce. A dire: "Non sono all'altezza", "Non tocca a me", "Meglio non esporsi". E così mettiamo la lampada sotto il moggio della incertezza, o sotto il letto della paura. Ma Gesù è chiaro: la luce non è data per essere nascosta, ma per essere offerta.

Risplendere, allora, significa questo: rivelare senza paura il carisma che lo Spirito Santo ha deposto in noi. Mettersi in gioco. Esporsi. Accettare di diventare luce proprio così come siamo, senza tentare di imitare qualcun altro. Perché la luce illumina solo se è vera; quando è imitazione, non scalda e non orienta.

C'è una fedeltà profonda che il Vangelo ci chiede: la fedeltà a noi stessi. Vivere il Vangelo dentro il segmento concreto della nostra strada, della nostra storia, dei nostri limiti. Non tutti percorrono la stessa via, ma ognuno ha una via da illuminare. E se io non illumino la mia, quella porzione di mondo resta più buia.

Gesù aggiunge poi una parola che allarga ancora di più lo sguardo:

«Non c'è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, e nulla di segreto che non debba essere messo in luce» (Mc 4,22).

Non è una minaccia, è una promessa. Nella vita spirituale, ciò che oggi è nascosto non è sbagliato: è incompiuto. Dio non porta alla luce per giudicare, ma per far fiorire. Anche ciò che oggi ci sembra fragile, incerto, poco definito, può diventare luce se accettiamo di consegnarlo al tempo di Dio.

Pensiamo alla nostra comunità, al nostro quartiere. Ognuno è un dono. E se manca il tuo dono, qualcosa si impoverisce. Se tu non risplendi, non perché sei migliore, ma perché sei unico, la Chiesa è meno luminosa. Il mondo non ha bisogno di copie, ma di volti veri.

Per questo Gesù conclude con un invito che è quasi un sussurro:
«Chi ha orecchi per intendere, intenda» (Mc 4,23).

Non è un invito a capire di più, ma ad avere il coraggio di ascoltare davvero. Una chiamata ad accogliere la luce e lasciarsi trasfigurare dalla Grazia di Dio. Questa pagina evangelica ti chiede di non avere paura di essere ciò che sei chiamato ad essere, davanti a Dio e davanti agli altri.

Il Vangelo di oggi ci chiede solo questo: non spegnere la luce che ti è stata affidata. Perché tu sei dono. E il mondo, senza il tuo dono, è più povero.

Don Giovanni Pauciullo 

Dio ti chiama a risplendere 

della Sua Luce!