OMELIE DELLA SETTIMANA DELLA III DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
Giovedì della settimana della III Domenica dopo l'Epifania
«Oggi il Vangelo ci mostra il modo con cui il Nemico del genere umano opera sull'umanità, su ciascuno di noi, ne mostra gli effetti. Ed è forse questa la cosa più seria: l'opera dell'avversario si riconosce da ciò che produce nell'umano. [...] Il male non ci elimina subito; ci fa sopravvivere senza vita, ci abitua a una forma di esistenza spenta, isolata, senza futuro.[...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 29 gennaio 2026)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)
«In quel tempo. Il Signore Gesù e i discepoli giunsero all'altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: "Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!". Gli diceva infatti: "Esci, spirito impuro, da quest'uomo!». E gli domandò: "Qual è il tuo nome?". "Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti". E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. C'era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi". Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: "Va' nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te". Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati».
Omelia di Don Giovanni
Oggi il Vangelo ci mostra il modo con cui il Nemico del genere umano opera sull'umanità, su ciascuno di noi, ne mostra gli effetti. Ed è forse questa la cosa più seria: l'opera dell'avversario si riconosce da ciò che produce nell'umano.
Nessuno riusciva più a domarlo, neanche con le catene» (Mc 5,3).
Questo è il primo versetto da fissare: nessuno riusciva a domarlo, è prigioniero della forza oscura del maligno, la scena indica un processo disumanizzante. L'uomo vive tra i sepolcri: il luogo dei morti diventa la sua casa. È vivo biologicamente, ma sembra già morto. Il male non ci elimina subito; ci fa sopravvivere senza vita, ci abitua a una forma di esistenza spenta, isolata, senza futuro.
Quest'uomo è nudo, urlante, ferito: non possiede più nulla, neppure il proprio corpo. Si percuote con le pietre: Da un lato il male ci consuma e c'induce a forme di autolesionismo, dove ci boicottiamo da soli. Il Nemico da un lato ci convince che siamo potenti mentre ci sta svuotando, ci lascia senza risorse interiori, incapaci di custodirci.
Il terzo effetto, forse il più sottile, è la detrazione dell'identità. Quando Gesù chiede il nome, l'uomo risponde: "Mi chiamo Legione". Non dice più chi è, ma quello che lo abita. Il maligno ci ruba il nome, cioè la vocazione, la singolarità, la storia. Ci fa credere che siamo la somma delle nostre ferite, delle nostre paure, dei nostri fallimenti.
"Lo videro seduto, vestito e sano di mente" (Mc 5,15), qui il Vangelo di Marco non sta raccontando solo una guarigione, ma una restituzione. Il Signore Gesù gli restituisce il corpo, la dignità, la calma, la possibilità di stare. Questo è decisivo anche per noi oggi. Ciò che viene davvero da Dio ci rende più umani; ciò che non viene da Lui ci divide interiormente, ci frammenta, ci impoverisce, ci isola.
Vivere da cristiani significa allora custodire la nostra umanità come luogo della salvezza. Significa diffidare di tutto ciò che ci toglie la capacità di stare in relazione, di nominare noi stessi con verità, di abitare il silenzio senza paura, di vivere la tenerezza come riflesso della tenerezza di Dio. E fidarci di Cristo che, ancora oggi, attraversa i nostri "sepolcri" non per giudicarci, ma per riportarci alla vita nuova di Resurrezione.
Don Giovanni Pauciullo

Non lasciamo che il Nemico ci sottragga la dignità di Figli di Dio!
Venerdì della settimana della III Domenica dopo l'Epifania
«Il Vangelo che la liturgia oggi ci consegna racconta una storia spezzata. Gesù sta andando da una bambina che sta per morire, [...]È una pagina che parla del nostro rapporto con il tempo, con l'attesa, con ciò che arriva troppo tardi. Il primo versetto decisivo è proprio la parola che Gesù rivolge a Giàiro: «Non temere, soltanto abbi fede» (Mc 5,36). È una parola esigente. Gesù invita Giàiro a non lasciare che la paura abbia l'ultima parola. [...]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 30 gennaio 2026)
Ascolta il podcast dell'Omelia di oggi

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-24a. 35-43)
«In quel tempo. Essendo il Signore Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: "La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva". Andò con lui. Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?". Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, soltanto abbi fede!". E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: "Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme". E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico: àlzati!". E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.»
Omelia di Don Giovanni
Il Vangelo che la liturgia oggi ci consegna racconta una storia spezzata. Gesù sta andando da una bambina che sta per morire, ma lungo il cammino il tempo si dilata, si interrompe, sembra non essere più sufficiente. E quando finalmente arrivano notizie dalla casa di Giàiro, tutto appare perduto: «Tua figlia è morta». È una pagina che parla del nostro rapporto con il tempo, con l'attesa, con ciò che arriva troppo tardi.
Il primo versetto decisivo è proprio la parola che Gesù rivolge a Giàiro: «Non temere, soltanto abbi fede» (Mc 5,36).
È una parola esigente. Gesù invita Giàiro a non lasciare che la paura abbia l'ultima parola. La fede qui è continuare a fidarsi anche quando tutto sembra inesorabilmente finito. Questo è il centro della pagina evangelica: Gesù entra nelle situazioni in cui l'uomo non può più fare nulla .Quando la competenza, l'autorità, il ruolo sociale — Giàiro è un capo della sinagoga — non servono più, resta una sola possibilità: affidarsi. Il Vangelo ci sta dicendo che il punto decisivo della vita non è ciò che sappiamo controllare, ma ciò che siamo disposti a consegnare nelle mani di Dio.
Quando Gesù arriva nella casa, trova pianto, confusione, rumore. È il linguaggio della disperazione. E Gesù pronuncia una frase disarmante: «La bambina non è morta, ma dorme». Viene deriso. Eppure Gesù non nega la morte: la relativizza. La guarda dalla prospettiva di Dio, dove anche ciò che sembra definitivo può essere riaperto.
.Che cosa dice tutto questo all'uomo e alla donna di oggi?
Viviamo immersi nella tentazione del controllo: vogliamo capire, prevedere, garantire risultati. E quando qualcosa muore — un amore, un progetto, la fiducia in noi stessi — pensiamo che non valga più la pena disturbare il Maestro. "Perché disturbi ancora?" è la frase che spesso risuona anche dentro di noi.
Il Vangelo ci sfida proprio qui: la fede comincia dove finisce il nostro potere. Cristo non arriva sempre in tempo secondo i nostri orologi, ma arriva sempre nel tempo giusto per salvarci. Ci chiede solo di non lasciare che la paura ci chiuda, di non smettere di portarlo dentro le nostre case, anche quando tutto sembra inesorabilmente concluso. Infine c'è un dettaglio bellissimo e molto concreto: Gesù dice di darle da mangiare. La risurrezione ha bisogno di cura. Le ripartenze interiori non si improvvisano: vanno nutrite, accompagnate, protette dal clamore.
Vivere da cristiani oggi significa credere che nessuna notte
è così profonda da impedire a Cristo di pronunciare il nostro nome.
E che anche quando ci sentiamo spenti, inutili o "fuori tempo", Lui continua a
dirci, con voce mite e ostinata:
Alzati. La
vita non ha ancora finito con te.
Don Giovanni Pauciullo

