Omelie delle ultime due settimane dell'Anno Liturgico
ANNO PASTORALE 2024-2025
Lunedì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione
"Gesù ci sorprende con una promessa che sembra impossibile: "Farete opere più grandi delle mie". […] Non è un invito a fare di più, ma a credere di più. Gesù sta dicendo: "Non vi lascio orfani. Io vado, ma continuo ad agire in voi." Il credente non è uno che imita Gesù da lontano, ma uno che lascia Cristo vivere in sé."
(Tratto dell'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 3 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,12-15)
"In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti."
Omelia di Don Giovanni
"Gesù ci sorprende con una promessa che sembra impossibile: "Farete opere più grandi delle mie". Ma come si può fare qualcosa di più grande del Figlio di Dio? Non è un invito a fare di più, ma a credere di più. Gesù sta dicendo: "Non vi lascio orfani. Io vado, ma continuo ad agire in voi." Il credente non è uno che imita Gesù da lontano, ma uno che lascia Cristo vivere in sé." Il "più grande" non è questione di quantità, ma di intimità. Quando l'amore di Cristo abita nel cuore, anche un piccolo gesto, una parola buona, un perdono dato, un sorriso sincero, una fedeltà quotidiana, diventa opera di Dio. E poi Gesù aggiunge: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti." Non è un ricatto morale, ma una logica d'amore. Chi ama non ha bisogno di essere costretto: l'amore è ciò che trasforma il dovere in desiderio. La vera obbedienza nasce quando il cuore è conquistato, non quando è costretto. Come ci ricordava san Paolo parlando del suo cammino di conversione afferma: "Anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo". Questa è la verità più bella della fede: Dio non ci conquista con la forza, ma con la tenerezza della Sua Misericordia. Ci prende non per dominarci, ma per liberarci da ciò che ci domina. Come dice un autore spirituale "Dio vuole il nostro cuore. Perché se il cuore è suo, tutto il resto viene da sé." Così. tra le mani di chi ama Gesù, anche le opere più semplici diventano miracoli. Perché le opere più grandi non sono quelle che stupiscono gli uomini, ma quelle che fanno respirare Dio nel cuore di chi le compie".
Don Giovanni Pauciullo

Dio ti conquista con Amore,
per liberarti da ogni paura.
Giovedì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione
"Nel Vangelo di oggi, Gesù dice una frase misteriosa ma decisiva: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono». Gesù ci sta dicendo che solo guardando a Lui sulla croce possiamo riconoscere chi è veramente Dio. Non un Dio lontano, severo, che osserva e giudica… ma un Dio che ama fino a lasciarsi ferire. Un Dio che non si difende da noi, ma si consegna a noi".
(Tratto dall'Omelia di don Giovanni Pauciullo del 6 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,28-30)
"Il Signore Gesù disse: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite". A queste sue parole, molti credettero in lui."
Omelia di Don Giovanni
"Nel Vangelo di oggi, Gesù dice una frase misteriosa ma decisiva: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono». Gesù ci sta dicendo che solo guardando a Lui sulla croce possiamo riconoscere chi è veramente Dio. Non un Dio lontano, severo, che osserva e giudica… ma un Dio che ama fino a lasciarsi ferire. Un Dio che non si difende da noi, ma si consegna a noi. L'innalzamento sulla croce è la rivelazione del cuore del Padre. È lì che si capisce tutto. Anche durante la santa Messa che stiamo celebrando, in modo particolare nel momento della consacrazione, i padri dicevano, siamo sotto la Croce, riviviamo realmente il Sacrificio di Cristo. Come diceva Santa Vincenza Gerosa, fondatrice delle suore di Maria bambina: "Chi sa il crocifisso sa tutto, chi non sa il crocifisso sa niente"…San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, dice: «Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2). Paolo dopo l'incontro con Cristo capisce che la vera sapienza consiste nella logica della Croce. Il Crocifisso rivela tutto: Ci spiega quanto siamo amati da Dio, la fedeltà della Redenzione, la sofferenza accolta come via di salvezza e trasformata dall'Amore in dono che rigenera , la bellezza della Misericordia che trasfigura ogni cosa ,la vittoria sul male e sul peccato, il trionfo sulla morte! E allora, oggi, questa Parola ci chiede una cosa semplice e grande: Ritorniamo al Crocifisso. Non solo a guardarlo, ma a lasciarci guardare da Lui. A lasciarci amare, perdonare, sollevare. Perché se sappiamo il Crocifisso, cioè se comprendiamo il suo amore vivo per noi, sapremo tutto ciò che è davvero necessario per vivere, per amare, per sperare. Oggi corriamo un rischio sottile ma reale: costruire un cristianesimo senza Cristo. Un cristianesimo "morale", fatto solo di valori, di buoni sentimenti, di iniziative, di impegni sociali… tutte cose belle, ma non il cuore della fede. Si può fare del bene senza Cristo. Si può essere gentili senza Cristo. Si può perfino lavorare in parrocchia senza Cristo. Ma senza Cristo crocifisso, senza il suo amore che salva, tutto si svuota e diventa sforzo umano, volontarismo, filantropia. La fede non è essere "brave persone": la fede è lasciarsi amare, perdonare e trasformare dal Crocifisso."
Don Giovanni Pauciullo

Dio ti ama fino a lasciarsi ferire, per guarirti.
Venerdì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione
"Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli Stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma «Io Sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo."
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 7 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,2-7)
"Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via".
Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".
Omelia di Don Giovanni
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno arriva al Padre se non attraverso me.» Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma: «Io sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo: camminare con Lui, lasciarsi condurre, accettare di non essere noi a determinare l'orientamento del viaggio. La via indica il movimento.
L' Amore vero è un cammino, non un porto sicuro o un'abitudine rassicurante che non ci smuove mai! Sapete che i primi cristiani erano chiamati "quelli della via"? Erano chiamati così in riferimento a Gesù che passava di villaggio in villaggio ad annunciare il Regno di Dio. Stare dietro a Cristo che è la Via significa innanzitutto non sentirsi mai arrivati, ma sempre in cammino dietro di Lui, in ascolto di Lui e di dove il Signore vuole condurci nella luce dello Spirito Santo. Quello che davvero ci salva non è "avere capito tutto", ma restare in cammino dietro a Lui, anche con le nostre precarietà, i nostri limiti, le nostre "care imperfezioni" come le chiamava San Giovanni Paolo I.
La verità: non come un concetto, ma come trasparenza dell'amore del Padre. La verità non è un'idea fredda: è lo sguardo con cui Cristo ci guarda, senza inganno. La verità è Gesù che ci rende liberi perché ci ama così come siamo, non come dovremmo essere. Cristo è venuto a rivelarci la bellezza di questa Verità che porta i tratti del suo volto, dei suoi gesti, della sua croce: Tu sei amato da Dio con tenerezza.
La vita: non semplicemente "esistere", ma "vivere in pienezza". La vita che Gesù offre è relazione con il Padre, una qualità dell'essere che comincia già adesso, quando lasciamo che Lui abiti le nostre scelte. La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore. Sant'Agostino dice: «Se cerchi la via, segui Cristo; se cerchi la verità, ascolta Cristo; se cerchi la vita, rimani in Cristo». Non si tratta di raggiungere Dio con sforzi spirituali, ma di accogliere Colui che è venuto verso di noi. L'implicazione spirituale di questo testo evangelico è che il cammino di fede non è scalare una montagna per arrivare a Dio: è lasciare che Dio ci conduca dentro la sua vita.
Don Giovanni Pauciullo

Tu sei amato da Dio
con tenerezza.
Lunedì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico
Memoria di San Leone Magno, papa e dottore della Chiesa (fine IV sec d.C. - 461 d.C.)
"La vigilanza cristiana è l'arte di riconoscere Dio che passa nella storia, nel silenzio e nella notte. È attenzione a ciò che accade, perché nulla della vita è estraneo al mistero di Dio." Essere vigilanti, allora, significa vivere ogni attimo come un tempo abitato da Dio, un tempo in cui il Signore può parlarci, consolarci, guidarci."
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 10 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 24,42-44)
Gesù disse ai suoi discepoli: "Vegliate, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell'ora che non immaginate viene il Figlio dell'uomo."
Omelia di Don Giovanni
Una delle parole chiave della spiritualità dell'Avvento è la vigilanza. Il tempo di Avvento ci prepara, ci educa a questa attesa: non è un'attesa passiva, ma un cammino consapevole. Gesù ci invita a vigilare, non per paura, ma per amore: la vigilanza non è solo un atteggiamento momentaneo, ma uno stile di vita del credente, un modo di abitare il tempo e la realtà con occhi aperti e cuore desto. Il cardinale Martini, parlando della vigilanza, diceva: "La vigilanza cristiana è l'arte di riconoscere Dio che passa nella storia, nel silenzio e nella notte. È attenzione a ciò che accade, perché nulla della vita è estraneo al mistero di Dio." Essere vigilanti, allora, significa vivere ogni attimo come un tempo abitato da Dio, un tempo in cui il Signore può parlarci, consolarci, guidarci. Ogni momento della nostra vita può essere un incontro con Lui, ma solo se il nostro cuore rimane desto e attento. Viviamo però in un tempo che ha smarrito la capacità di vigilare.
Siamo immersi in una società che ha gli occhi pieni di luce artificiale, ma il cuore spesso immerso nel buio. Tutto è visibile, ma quasi nulla è vissuto davvero. Corriamo da un punto all'altro come viaggiatori senza meta, con in mano uno schermo che illumina ma non rischiara la vita. Abbiamo perso la lucidità del cuore, quella chiarezza interiore che nasce dal silenzio e dall'ascolto. Siamo come case con tutte le finestre accese, ma vuote dentro: la luce c'è, ma manca la presenza. Così rischiamo di diventare persone piene di apparenza, ma povere di vita; con parole che riempiono l'aria, ma non nutrono più i cuori; con emozioni forti, ma senza veri incontri. Persone che dormono con gli occhi aperti. L'assenza di vigilanza si manifesta anche nei pensieri superficiali, nei gesti automatici, nelle parole dette senza cuore. Ma la vita è piena di segni: segni discreti, piccoli, a volte impercettibili, che attendono di essere riconosciuti. Ricordo un episodio personale: il giorno dell'ultimo conclave, la mattina in cui sarebbe stato eletto il nuovo Papa.
Ero a San Pietro insieme a Francesco D'Angelo, che molti conoscono come accolito. Mentre pregavamo, abbiamo notato un'immagine sopra l'altare: il grande quadro di San Leone Magno. Ci siamo fermati a contemplarlo e a pregare. Nel pomeriggio, quando siamo tornati in piazza, abbiamo appreso che il nuovo Papa si era chiamato Leone. Per noi fu un segno, un piccolo ma grande segno. I segni di Dio non sono coincidenze: sono voci silenziose che parlano a chi sa ascoltare. Oggi, però, siamo immersi in un mondo che non ascolta più: le cose devono essere gridate per esistere, devono stare "in vetrina" per essere notate. Ma Dio parla nel silenzio, nella discrezione.
Un mistico scriveva: "Il silenzio è il luogo dove Dio abita, anche quando noi non lo sappiamo." Il vero cammino spirituale inizia quando smettiamo di chiedere a Dio: "Dove sei?" e iniziamo a prepararci a riconoscerlo quando passa. Il problema non è se il Signore verrà — perché Egli viene sempre — ma se noi sapremo accorgercene. Sant'Agostino diceva: "Temo il Signore che passa e non si ferma." Perché Dio passa, ma non forza mai la nostra libertà: la rispetta, l'attende, la invita. Se non ci trova pronti, passa oltre — non per punire, ma per delicatezza.
Ogni momento, ogni incontro, ogni imprevisto è una visita di Dio. Ma se il nostro cuore dorme, rischiamo di non accorgercene. Vigilare significa non perdere il tempo presente, non chiudersi nella paura o nel controllo, ma restare sensibili, aperti, attenti. Anche gli imprevisti possono essere luoghi dove Dio si rivela, con la sua tenerezza e la sua fantasia d'amore. Abbiamo paura degli imprevisti perché vogliamo tenere tutto sotto controllo; ma la vita controllata è una vita spenta. Dio, invece, entra nelle pieghe del quotidiano, nei nostri limiti, nelle nostre sorprese, per dirci che non siamo soli.
Chiediamo allora al Signore la grazia di vivere questo Avvento con un cuore capace di riconoscere i segni, di accorgersi della sua presenza e di rimanere desto nella notte. Perché ogni notte, se la si vive in attesa, diventa luogo di incontro con il Dio che viene.
Don Giovanni Pauciullo

I segni di Dio non sono coincidenze: sono voci silenziose che parlano a chi sa ascoltare.
Giovedì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico
La Parola del Vangelo di oggi, che la liturgia ci consegna, ci parla di dono, di talenti, di vita e di paura. Si tratta della paura del servo che, nel Vangelo, riceve un talento e lo sotterra. Non lo perde, ma non lo fa vivere. Lo conserva, ma non lo lascia fiorire. […] Qual è la tua paura che ti fa sotterrare il dono, la chiamata, la vita stessa?
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 13 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-23)
"Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone".
Omelia di Don Giovanni
"Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo".
La Parola del Vangelo di oggi, che la liturgia ci consegna, ci parla di dono, di talenti, di vita e di paura. Si tratta della paura del servo che, nel Vangelo, riceve un talento e lo sotterra. Non lo perde, ma non lo fa vivere. Lo conserva, ma non lo lascia fiorire. Dietro quel gesto c'è la paura. Come se la pagina evangelica di oggi volesse interrogare il nostro cuore per aiutarci a comprendere e riconoscere le paure che ci attanagliano, ci bloccano, ci rallentano, c'impediscono di vivere in pienezza! Le paure che ci attraversano hanno nomi diversi nelle diverse stagioni della vita. La paura di sbagliare, di deludere, di non essere all'altezza, di rimanere solo, di non essere amato, di non farcela, la paura del giudizio degli altri, delle chiacchiere, delle cose che non possiamo controllare...La paura di un Dio che giudica, non di un Dio che affida. Mi pare anche d'intravvedere tre categorie, ter forme di paura che sintetizzerei così:
Paura di crescere: è la difficoltà di assumere la propria libertà e responsabilità. Dio ti chiama a fare della tua vita un capolavoro!
Paura di scegliere: perché ogni scelta comporta una perdita, un taglio, e ci costringe a riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità, le nostre "care imperfezioni".
Paura di sentire: la tendenza a fuggire dalle emozioni per non essere vulnerabili.
Qual è la tua paura che ti fa sotterrare il dono, la chiamata, la vita stessa?
Come dice un autore spirituale «Crescere significa accettare di non poter controllare tutto, ma di potersi affidare. È la fiducia che trasforma la paura in apertura.» Si tratta della fiducia e della libertà interiore che ha guidato con sapienza gli altri servi della Parabola e che oggi nella santa Messa chiediamo anche per noi. Gli altri servitori comprendono che ciò che hanno ricevuto è un dono da far fruttare per il bene di tutti. Non agiscono per timore, ma per amore. La loro ricompensa non è tanto materiale: è "la gioia del padrone", cioè la comunione con Dio stesso. Allora comprendiamo che l'unico rischio che Dio ci chiede è quello dell'Amore: ciò che siamo, con umiltà e libertà interiore, sapendo che tutto ci è stato affidato perché diventi dono, bellezza, traccia di bene da far risplendere in questo mondo che ha bisogno di te secondo i piani provvidenziali di Dio.
Don Giovanni Pauciullo

La fiducia in Dio trasfigura la paura in libertà interiore
Venerdì dell'ultima settimana dell'Anno Liturgico
«La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore.»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 14 novembre 2025)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,2-7)
"Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via".
Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto".Omelia di Don Giovanni
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno arriva al Padre se non attraverso me.» Gesù non dà delle istruzioni da seguire, si dona Egli stesso come strada. Non dice: «Vi indico la via», ma: «Io sono la via». La fede cristiana non è un manuale di regole, ma una relazione viva con Cristo: camminare con Lui, lasciarsi condurre, accettare di non essere noi a determinare l'orientamento del viaggio. La via indica il movimento. L'Amore vero è un cammino, non un porto sicuro o un'abitudine rassicurante che non ci smuove mai! Sapete che i primi cristiani erano chiamati "quelli della via"? Erano chiamati così in riferimento a Gesù che passava di villaggio in villaggio ad annunciare il Regno di Dio. Stare dietro a Cristo che è la Via significa innanzitutto non sentirsi mai arrivati, ma sempre in cammino dietro di Lui, in ascolto di Lui e di dove il signore vuole condurci nella luce dello Spirito santo. Quello che davvero ci salva non è "avere capito tutto", ma restare in cammino dietro a Lui, anche con le nostre precarietà, i nostri limiti, le nostre "care imperfezioni" come le chiamava San Giovanni Paolo I.
La verità: non come un concetto, ma come trasparenza dell'amore del Padre. La verità non è un'idea fredda: è lo sguardo con cui Cristo ci guarda, senza inganno. La verità è Gesù che ci rende liberi perché ci ama così come siamo, non come dovremmo essere. Cristo è venuto a rivelarci la bellezza di questa Verità che porta i tratti del suo volto, dei suoi gesti, della sua croce: Tu sei amato da Dio con tenerezza.
La vita: non semplicemente "esistere", ma "vivere in pienezza. La vita che Gesù offre è relazione con il Padre, una qualità dell'essere che comincia già adesso, quando lasciamo che Lui abiti le nostre scelte. La realtà della vita è il luogo dove Dio c'incontra, c'interpella, c'indica di diventare strumenti del suo progetto di salvezza, strumenti di bene in un mondo spesso chiuso e ritirato nel suo egoismo. Ogni attimo della nostra vita sia abitato dalla presenza di Cristo, sia in connessione profonda con il Suo cuore. Sant'Agostino dice: «Se cerchi la via, segui Cristo; se cerchi la verità, ascolta Cristo; se cerchi la vita, rimani in Cristo». Non si tratta di raggiungere Dio con sforzi spirituali, ma di accogliere Colui che è venuto verso di noi.
L'implicazione spirituale di questo testo evangelico è che il cammino di fede non è scalare una montagna per arrivare a Dio: è lasciare che Dio ci conduca dentro la sua vita.
Don Giovanni Pauciullo

Rimani in cammino, per raggiungere la verità dell'Amore
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 28b-32)
«In quel tempo. Simeone accolse il bambino Gesù tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele".»
Omelia di Don Giovanni
In allestimento

Lunedì del tempo di Natale
« Ecco l' Agnello di Dio L'immagine dell' Agnello è tra le più disarmanti del Vangelo, perché ci costringe a rivedere le nostre idee su Dio. Giovanni avrebbe potuto dire: "Ecco il Leone", "Ecco il Giudice", "Ecco il Santo". Invece dice: Agnello. Un animale fragile, mite, esposto, incapace di difendersi. È come se Dio avesse scelto deliberatamente di non essere frainteso, Cristo ci raggiunge come un Amore disarmato. Mite, che non vuole dominarci, ma liberarci se lo desideriamo! […]»
(Tratto dall'Omelia di Don Giovanni Pauciullo del 5 gennaio 2026)
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29a. 30-34)
«In quel tempo. Giovanni, vedendo il Signore Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele. Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio."»
Omelia di Don Giovanni
Ecco l' Agnello di Dio L'immagine dell' Agnello è tra le più disarmanti del Vangelo, perché ci costringe a rivedere le nostre idee su Dio. Giovanni avrebbe potuto dire: "Ecco il Leone", "Ecco il Giudice", "Ecco il Santo". Invece dice: Agnello. Un animale fragile, mite, esposto, incapace di difendersi. È come se Dio avesse scelto deliberatamente di non essere frainteso, Cristo ci raggiunge come un Amore disarmato. Mite, che non vuole dominarci, ma liberarci se lo desideriamo! L'agnello, nella Scrittura, è legato alla Pasqua. È l'animale che viene consegnato, non per placare un Dio violento, ma per permettere a un popolo di uscire dalla schiavitù. L'agnello non toglie il faraone, ma rende possibile il cammino nonostante l'opposizione del Faraone. Così Gesù non elimina magicamente il male dal mondo: toglie il peccato nel senso che ne spezza la logica, disinnesca il meccanismo della paura e della colpa che ci tiene prigionieri.
C'è poi un dettaglio decisivo: Giovanni dice che l' Agnello porta il peccato del mondo. Non lo giudica dall'esterno, non lo condanna dall'alto. Lo porta, cioè lo attraversa, lo prende su di sé senza farsene contaminare. Questo ci rivela il Mistero di Dio che non si scandalizza della nostra fragilità, ma la assume come luogo dell'incontro. Se Dio non si vergogna di abitare le mie fragilità, allora anch'io posso smettere di combatterle come nemiche e imparare ad abbracciarle come il luogo umile e vero in cui Lui ha deciso di incontrarmi. Ogni vera conversione parte dall'imparare ad accettare serenamente e con umiltà le nostre "care imperfezioni".
Come diceva Chesterton «Il cristianesimo non ha mai chiesto all'uomo di essere meno umano, ma di esserlo di più.»
Il senso è proprio questo: Dio non chiede di superare le nostre fragilità per essere amati, ma di abitare fino in fondo la propria umanità, perché è lì che Lui è entrato. E per farlo ci vuole vera umiltà. Se Dio è Agnello, allora anche la salvezza passa attraverso forme piccole, quotidiane, ordinarie e non spettacolari. Passa attraverso la mitezza, la pazienza, la capacità di rimanere dentro le ferite senza scappare. L' Agnello di Dio non ci salva dal mondo, ma nel mondo, insegnandoci una forza diversa: quella dell'Amore che non si difende, ma si dona, e proprio così vince.
Don Giovanni Pauciullo

